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I quadri come momenti di un discorso: la nuova fase dell’arte di Ciro Cioffi

Nelle opere “a momenti multipli” di Cioffi i segni cromatici sono netti e chiari, eppure sembra che si manifestino all’improvviso, come note di una musica che richiamano altre note:  non note qualsiasi, ma quelle dettate dalla misteriosa necessità dell’arte.

 

I critici professionisti ricorrerebbero agli schemi tradizionali della classificazione,  parlerebbero di espressionismo astratto, e costruirebbero complicati discorsi intorno alle molte categorie dell’informale. Perché i quadri di Cioffi sono, con tutta evidenza, macchie rosse e filamenti neri “accampati” nello spazio della tela: e dunque consentono di pensare a certi grafemi cromatici di Larionov e di Malevic, alle meditate costruzioni di Mondrian, o ai giochi che Johannes Itten inventava per “spiegare” i contrasti di colore. Certo, l’opera d’arte, nel momento in cui l’autore l’affida al mondo, non gli appartiene più: egli non ha nemmeno il diritto di dettarne il significato, perché il significato è nello sguardo e nella riflessione di chi la contempla e la giudica.

Ma io ho seguito il lavoro di Ciro Cioffi in tutte le sue fasi, dall’inizio: e perciò posso dire, citando Rotko, che la sperimentazione di un pittore che crede nel suo lavoro va, necessariamente, verso la chiarezza, “verso l’eliminazione di tutti gli ostacoli che si frappongono tra l’artista e l’idea, e tra l’idea e l’osservatore”. Gli ostacoli più seri Rotko li trovava nella storia, nella geometria e nella memoria colta e associativa, quella che porta senza sosta davanti agli occhi i “ricordi” delle opere degli altri.

Ma un artista non potrà mai liberarsi dai principi ancestrali che vengono dal mito dei luoghi, soprattutto se questi luoghi sono le terre vesuviane. Ciro Cioffi è un vesuviano, e perciò non gli è consentito di dimenticare che l’arte è “discorso” e che l’artista ha il dovere di confrontarsi, con gli altri e con sé stesso, e dunque di cercare la “strada”. L’artista vesuviano è destinato a “viaggiare”, per mettere ordine: non riuscirebbe mai a liberarsi dai “fantasmi” prodotti dai luoghi, dal fascino dell’antico che si manifesta –epifanie improvvise e imperiose – nei volti, nelle forme del paesaggio, nei toni dei colori. L’artista vesuviano è “condannato” a trasformare il caos in cosmo. Nella fase attuale della sua complessa ricerca Ciro Cioffi intende trovare i segni archetipi, l’alfabeto di una lingua nuova che gli consenta di discorrere e di confrontarsi: e perciò sottopone la sua immaginazione, il lessico già consolidato, la sua percezione cromatica a un coraggioso processo di scarnificazione, alla fine del quale c’è l’essenziale dei segni primi. Il rosso e il nero, i colori “vesuviani” per eccellenza, la vita e la morte, il fuoco e la tenebra: il rosso vitale si dilata, il nero misterioso si dipana in filamenti che si torcono, si aggrovigliano, ora si allontanano, ora incidono il rosso, e lo spazio si frange e si moltiplica sotto l’urto di questi movimenti. E per sottolineare la complessità di ciò che avviene sul supporto Ciro Cioffi fa a meno della cornice tradizionale, innesta il “teatro” dei segni su un panno nero, di un nero denso e netto come una notte senza stelle.

Ma un segno da solo non vive: la vita, anche nell’istante primordiale, è dialettica. Il segno cerca altri segni, per definire il primo nucleo del messaggio: e perciò l’artista ha deciso di costruire l’opera sul ritmo di due o di quattro momenti. (vedi foto) Non a caso ho usato l’immagine del ritmo: tra il movimento della macchia rossa che si dilata e lo snodarsi del filo nero c’è quell’armonia di note che “si tengono” e di note che “salgono” e poi “si abbassano” che è il principio primo della musica. E quest’ armonia si estende anche agli altri “momenti” dell’opera: così inizia il discorso. Ma l’artista invita a osservare e ad “ascoltare” per gradi, e perciò non trascura l’ effetto della sorpresa: all’inizio, ogni “momento” dell’opera è una scatola chiusa (vedi foto). Se mi fosse consentita un’interpretazione “realistica”, direi che questa idea della scatola chiusa è un graffiante omaggio di Ciro Cioffi alla più “vesuviana” delle virtù napoletane: la dissimulazione ironica.

 

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