I clan di Acerra hanno lanciato un’auto in fiamme contro il suo negozio.
Ha subito otto attentati nello spazio di poco più di un anno una delle ditte di pompe funebri di Acerra, la “Pacilio”. L’ultimo raid è stato messo a segno alle tre e un quarto del mattino di ieri: un furgoncino è stato lanciato sulla vetrata del negozio, in pieno centro storico, zona densamente popolata, a pochi metri dal duomo e dalla residenza del vescovo, monsignor Antonio Di Donna. Il veicolo è stato poi dato alle fiamme, sul posto, subito dopo l’impatto, da un giovane incappucciato, lo stesso che aveva guidato l’autovettura. Giovane che si è quindi dileguato. Tutta la scena è stata registrata dalle telecamere della ditta. Fortunatamente si sono avuti solo danni alle cose. Nessun ferito. I vigili del fuoco sono accorsi tempestivamente e hanno domato le fiamme in poco tempo. E’ stato un atto intimidatorio in “stile” mediorientale, che fa ricordare le drammatiche cronache dai teatri di guerra e che si è ripetuto nello spazio di nemmeno due mesi. Anche il 4 dicembre infatti il gestore delle pompe funebri, Carmine Pacilio, 57 anni, moglie e tre figli, aveva subito lo stesso tipo di avvertimento: un’automobile lanciata sull’ingresso della ditta, in via Trieste e Trento, e poi incendiata un attimo dopo l’impatto. Intanto Pacilio ha i bervi alle stelle. ” Se vogliono togliere di mezzo questa ditta – il suo sfogo – dovranno ammazzare me e tutta la mia famiglia: non faremo mai la valigie, non ce ne andremo mai da qui “. Nervosismo a mille ma anche tanta tigna, voglia di resistere. Del resto il numero dei raid che Pacilio ha subito è di quelli da persecuzione. E’dal novembre del 2014 che il gestore delle pompe funebri non ha pace, da quando gli spararono a colpi di fucile sulle vetrate del negozio. Colpi di fucile e di pistola che hanno flagellato l’esercizio commerciale per quasi tutto l’anno scorso e che hanno fatto capolino accanto alle mura di casa Pacilio, sotto la cui porta è stata anche appesa la testa di un capretto, a maggio. Poi, l’altra notte, la minaccia “kamikaze”. ” Quando mi hanno avvertito – racconta Pacilio – mi sono messo tre maglie di lana addosso. Ma sentivo freddo stesso “. Rimane però il problema che è più di un anno che le forze dell’ordine indagano e che non riescono a trovare il bandolo della matassa. ” Io ho denunciato tutto alle forze dell’ordine. Nel frattempo mi sono dato centomila motivi – replica Pacilio – ma chi mi dà la certezza ? Finora non ho ricevuto nessuna richiesta di danaro. Ma la parola camorra è implicita in questi fatti “. Ovviamente c’è paura in casa Pacilio. Con Carmine lavorano i primi due figli, Antonia e Cuono, di 29 e 27 anni, e il cugino e socio, Gaetano Aiardo. ” Qui abbiamo sei dipendenti. Per cui cosa dobbiamo fare ? Chiudere tutto e morire di fame ? – la stizza dell’impresario – loro credono che quando ammazzeranno me e tutta la mia famiglia avranno campo libero ma, lo ripeto, noi da qui non ce ne andremo mai. Questo è il nostro lavoro, questo è il nostro pane e ora il nostro motto è “resistere, resistere, resistere “, anche se la mia è una famiglia martoriata, violentata “. Si sente solo Pacilio. Tempo fa ha aderito a un’associazione antiracket. ” Ci sentiamo ostaggi – il suo sconforto – ma più che denunciare cosa posso fare ? Devo prendere una pistola ? E poi mi arrestano ! “. Ma c’è paura anche tra la gente che abita in via Trieste e Trento, dove sta avvenendo di tutto.



