Tragedia davanti alla stazione, 2 pedoni muoiono travolti da un’auto

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Dramma nel centro di Napoli, dove nella serata odierna si è verificato un incidente mortale lungo Corso Garibaldi. Due pedoni sono stati travolti da un’auto che, secondo le prime ricostruzioni, procedeva a velocità sostenuta. L’impatto è stato fatale per entrambe le persone investite, che hanno perso la vita sul colpo. L’episodio ha scosso profondamente i presenti e i residenti della zona, che si sono trovati improvvisamente di fronte a una scena tragica. In pochi istanti, il tratto di strada si è trasformato in un luogo di emergenza, con l’arrivo dei soccorritori e delle forze dell’ordine. I carabinieri sono intervenuti tempestivamente per mettere in sicurezza l’area e avviare i rilievi necessari a chiarire la dinamica dell’accaduto. Al momento, gli investigatori stanno raccogliendo testimonianze e analizzando ogni elemento utile per comprendere le responsabilità. Il traffico è stato immediatamente interrotto, con ripercussioni su tutta la viabilità della zona. Corso Garibaldi, arteria fondamentale della città, è rimasto paralizzato per consentire le operazioni di soccorso e i controlli. Questo ennesimo episodio di violenza stradale riporta al centro dell’attenzione il tema della sicurezza urbana e del rispetto dei limiti di velocità, soprattutto nelle aree ad alta presenza pedonale. La città si stringe attorno alle famiglie delle vittime, mentre cresce la richiesta di maggiori controlli per evitare che tragedie simili possano ripetersi.

Somma Vesuviana, 50esimo della chiesa nuova, Don Francesco Feola: “Una comunità viva che guarda al futuro”

Una chiesa gremita, una comunità raccolta e partecipe e un forte clima di comunione ecclesiale: così la parrocchia di Santa Maria di Costantinopoli ha celebrato il cinquantesimo anniversario della sua chiesa, alla presenza del Vescovo e di numerosi fedeli.   “Inizio questo mio saluto- ha esordito Don Francesco- consegnando le mie scuse per la mancata cerimonia di intitolazione della strada e del piazzale ai parroci che hanno voluto ed edificato questa chiesa. Purtroppo, un errore procedurale, creato dall’incompetenza di alcuni, ha impedito questa cosa, che al momento è solo rimandata alla prima data utile”. Chiaro e inequivocabile il riferimento al comando della polizia municipale, alla commissione toponomastica, agli uffici comunali competenti. Per gli occhi particolarmente attenti,  il vuoto tra i banchi riservati alle autorità è stato molto eloquente. «Oggi non celebriamo soltanto le mura di un edificio – ha continuato  Don Francesco  – ma celebriamo il Signore che ci accoglie in questo luogo e la comunità che in cinquant’anni è cresciuta, ha attraversato dolori e gioie e ha continuato a ritrovarsi intorno all’altare». La celebrazione eucaristica, presieduta dal Vescovo, monsignor Francesco Marino,  ha rappresentato il cuore dell’evento, confermando il legame profondo tra la comunità parrocchiale e la Chiesa diocesana. La partecipazione numerosa, con la presenza di famiglie, di tanti bambini, di giovani e anziani, ha restituito l’immagine concreta di una realtà viva e radicata nel territorio. Nel suo intervento, don Francesco  Feola ha richiamato il significato più profondo della comunità cristiana: «La Chiesa è una famiglia radunata dall’amore di Cristo, una casa dove nessuno è straniero e dove ciascuno è chiamato a sentirsi responsabile dell’altro». Un passaggio particolarmente intenso è stato il riferimento al Vangelo della risurrezione di Lazzaro, assunto come chiave di lettura del cammino parrocchiale: «La nostra comunità è stata spesso Betania: luogo di amicizia, di lacrime condivise, ma anche di consolazione e di risurrezione quotidiana». Non è mancato il ricordo riconoscente dei parroci che si sono succeduti nel tempo, ai quali don Feola ha espresso gratitudine per il lavoro svolto: «Con lungimiranza e sacrificio hanno costruito questa chiesa non solo materialmente, ma soprattutto spiritualmente, formando generazioni e accompagnando tante famiglie». L’anniversario è stato preparato attraverso momenti di preghiera, formazione e carità, segni concreti di una comunità in cammino. In particolare, il parroco ha sottolineato l’importanza dell’impegno verso i più fragili: «Stiamo imparando che, prima ancora dell’aiuto materiale, è necessario saper vedere e ascoltare». Lo sguardo, tuttavia, resta rivolto al futuro. «Vogliamo continuare a essere una casa di amicizia vera, una scuola di Vangelo e un segno di comunione nella nostra città», ha concluso don Feola, affidando la comunità alla protezione di Maria e rinnovando l’impegno a vivere ogni giorno il Vangelo della misericordia. Il cinquantesimo anniversario si conferma così non come un punto di arrivo, ma come una nuova ripartenza per una comunità che continua a crescere nella fede e nella condivisione. Concetto ribadito fortemente dal Vescovo, che ha ringraziato il Parroco Don Francesco  Feola per “la bella e ampia presentazione, ricca di spunti e di riflessioni importanti”.

Da area industriale a polo universitario: la rinascita di San Giovanni a Teduccio

Nel quartiere della zona orientale di Napoli sorge oggi il complesso universitario della Federico II. Un tempo, al suo posto, c’era lo stabilimento Cirio.      

Da area industriale a polo dell’innovazione. Negli ultimi dieci anni San Giovanni a Teduccio, quartiere della zona orientale di Napoli, ha vissuto una trasformazione profonda che ne ha cambiato identità e prospettive.

Laddove un tempo sorgeva lo storico stabilimento della Cirio, simbolo della produzione industriale locale e punto di riferimento per centinaia di lavoratori, oggi si sviluppa il complesso universitario della Università degli Studi di Napoli Federico II. 

Dalla fabbrica all’università

Per anni, dopo la dismissione dell’area industriale, la zona ha vissuto una fase di abbandono e vuoto urbano. La riconversione è arrivata con l’insediamento universitario, che ha dato il via a un processo di riqualificazione non solo strutturale ma anche sociale.

Il complesso universitario è diventato nel tempo un punto di riferimento per studenti, ricercatori e attività legate all’innovazione, contribuendo a cambiare la percezione del quartiere, sempre meno associato alla periferia e sempre più a un luogo di formazione e sviluppo.

Il polo dell’innovazione

All’interno dell’area ha trovato spazio anche la Apple Developer Academy, realtà formativa che richiama giovani da tutta Italia e dall’estero, contribuendo a rafforzare la vocazione tecnologica del territorio.

La presenza di queste strutture ha portato nuova vitalità, creando connessioni tra università, imprese e nuove competenze.

Un nuovo volto per Napoli Est

La trasformazione del quartiere rappresenta oggi uno dei principali esempi di rigenerazione urbana nell’area orientale di Napoli.

Un cambiamento che non cancella la memoria industriale, ma la affianca a una nuova identità, fatta di università, ricerca e tecnologia.

San Giovanni a Teduccio diventa così simbolo di una Napoli che cambia, capace di reinventarsi partendo proprio da quei territori che, per anni, sono stati considerati marginali.

fonte foto: https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=68

Somma Vesuviana sull’orlo del dissesto: debiti, commissariamento e una politica che non cambia

A Somma Vesuviana non è più tempo di analisi generiche. I numeri parlano chiaro, e raccontano una realtà che non può essere ignorata: un Comune commissariato, un debito che sfiora i 20 milioni di euro, il concreto rischio di dissesto finanziario e l’attenzione vigile della Corte dei Conti.   È una crisi strutturale, non episodica. Ed è, soprattutto, una crisi politica. Perché se è vero che i conti sono fuori controllo, è altrettanto vero che questa situazione non nasce per caso. È il risultato di anni di gestione discutibile, di scelte miopi, di una classe dirigente che non ha saputo – o voluto – affrontare per tempo i problemi reali della città. Oggi, a pochi mesi dalle elezioni amministrative di maggio, il quadro che si presenta ai cittadini è tutt’altro che rassicurante. Tornano gli stessi nomi, le stesse dinamiche, gli stessi equilibri. Cambiano le coalizioni, forse, ma non la sostanza. Ed è proprio questo il nodo politico più grave: la percezione diffusa che non esista una vera alternativa. Il rischio, concreto, è che il voto si trasformi in un passaggio formale, privo di slancio, in cui la partecipazione lascia spazio alla rassegnazione. Un paese che smette di credere nel cambiamento è un paese che rinuncia al proprio futuro. Ma qui non si tratta solo di consenso elettorale. Si tratta di responsabilità. E la responsabilità, oggi, va chiamata per nome. Non in modo generico, ma distinguendone i livelli. C’è innanzitutto una responsabilità politica. È la responsabilità di chi ha governato, di chi ha preso decisioni, di chi ha “costruito” , e non ha saputo evitare,  una situazione che oggi appare fuori controllo. È una responsabilità che non si prescrive con il tempo né si cancella con il cambio di lista o di simbolo. Ma accanto a questa, esiste una responsabilità amministrativa, fatta di atti amministrativi dubbi,  di bilanci, di procedure, di  controlli. È qui che si annidano spesso le criticità più profonde: scelte sbagliate, ritardi, mancate verifiche e controlli. Ed è su questo terreno che interviene la Corte dei conti, chiamata a verificare se il denaro pubblico sia stato gestito nell’interesse della collettività. E poi c’è un ulteriore livello, più scomodo ma inevitabile: quello delle distorsioni nell’uso dello Stato sociale. Perché una comunità entra davvero in crisi quando strumenti nati per sostenere i più deboli vengono piegati a logiche diverse. Quando il bisogno diventa occasione di consenso. Quando il diritto si trasforma in favore. Quando l’assistenza pubblica smette di essere equità e diventa clientelismo. È questo uno dei punti più delicati e meno discussi. Non si tratta di negare il valore dello Stato sociale, che resta fondamentale. Si tratta, al contrario, di difenderlo da un uso distorto. Perché ogni volta che una risorsa pubblica viene utilizzata per costruire consenso invece che per rispondere a un bisogno reale, si produce un doppio danno: si tradisce la fiducia dei cittadini e si impoverisce ulteriormente la comunità. E quando queste dinamiche diventano sistemiche, allora non siamo più di fronte a semplici errori, ma a un modello che va messo in discussione. In questi casi, il confine tra cattiva amministrazione e responsabilità più gravi può diventare sottile. Ed è qui che entra in gioco anche la dimensione della responsabilità penale, che spetta alla magistratura accertare, ma che non può essere ignorata nel dibattito pubblico quando i dubbi sono diffusi e persistenti. Non si tratta di fare processi nelle piazze, ma di affermare un principio: la gestione della cosa pubblica deve essere trasparente, verificabile, giusta. Chi si candida oggi a governare Somma Vesuviana non può limitarsi a promettere. Deve dire con chiarezza  ai cittadini di Somma Vesuviana come intende affrontare una situazione finanziaria così grave. Deve spiegare quali scelte farà, quali sacrifici saranno necessari, quali priorità verranno stabilite. Serve verità, prima ancora che programmi. Perché il rischio di dissesto non è uno slogan: significa servizi ridotti, pressione fiscale più alta, margini di azione quasi nulli. Significa, in altre parole, scaricare sui cittadini il peso di errori accumulati nel tempo. E allora la domanda diventa inevitabile: chi ha contribuito a creare questa situazione può davvero rappresentare oggi  la soluzione? È una domanda, non retorica, che attraversa il dibattito politico locale e che i cittadini pongono, spesso senza ricevere risposte convincenti. Eppure, proprio in questa fase così critica, si apre anche uno spazio. Uno spazio per una discontinuità vera, non solo dichiarata. Uno spazio per competenze nuove, per una classe dirigente capace di uscire dalle logiche del passato. Ma questo spazio, da solo, non basta. Deve essere riempito. Serve una proposta credibile, concreta, capace di tenere insieme rigore finanziario e visione politica. Perché risanare i conti è necessario, ma non sufficiente. Un paese non vive solo di bilanci: vive di prospettive, di sviluppo, di fiducia. E oggi, a Somma Vesuviana, è proprio la fiducia il bene più scarso. Le prossime elezioni non saranno un passaggio qualsiasi. Saranno uno spartiacque. O si avrà il coraggio di cambiare davvero, rompendo con il passato e assumendosi fino in fondo il peso delle scelte difficili, oppure questo paese resterà prigioniero di sé stesso, delle stesse logiche, degli stessi errori. E allora la verità, quella che nessuno vuole dire, è semplice e dura: non è più il tempo delle promesse, è il tempo delle responsabilità. Di tutte le responsabilità. Perché Somma Vesuviana non rischia solo il dissesto finanziario. Rischia qualcosa di molto più grave: che il bisogno continui ad essere usato come strumento di potere, che i diritti restino ostaggio dei favori, che il futuro venga scambiato per consenso immediato. E un paese che scambia i diritti per favori, non è solo in crisi. È un paese che ha smarrito la propria dignità. autore: avv. Vincenzo Nocerino  

Nella storia del merluzzo, dello stocco e del baccalà c’è una pagina “sfiziosa” e poco nota

 “La straordinaria vicenda di Piero Querini”. Mark Kurlansky, che da giovane pescava merluzzi, ha pubblicato nel 1999 il libro “Il merluzzo. Storia del pesce che ha cambiato il mondo”, in cui sostiene che è stato proprio il merluzzo a portare i primi europei in Nord America, a tenere in vita il sistema schiavistico nelle piantagioni, a promuovere, tra l’altro, l’alleanza tra Gran Bretagna e Portogallo in funzione anti-francese e a condizionare la politica commerciale nei Paesi del Mediterraneo. L’immagine di corredo è quella di un quadro di W. Merritt Chase “Il merluzzo inglese”.   Erik il Rosso, condottiero vichingo, simboleggia lo spirito di esplorazione e la sete di avventura della sua epoca. Nato come Erik Thorvaldsson intorno al 950 d.C., divenne famoso per la scoperta e la colonizzazione della Groenlandia. La sua storia è strettamente intrecciata con l’espansione dei Vichinghi nell’Atlantico settentrionale e costituisce una parte essenziale della letteratura delle saghe nordiche. Scrive Antonio Attorre che i Vichinghi di Erik scoprirono in Groenlandia il valore energetico del prezioso merluzzo essiccato al vento e al sole del Nord. “Da torsk, nome vichingo del merluzzo, che, essiccato, diventa torrfish potrebbe essere derivato stockfish; o – altra ipotesi- dal paragone con il bastone, stockfish, ovvero pesce bastone”.   Due studiosi italiani, Carla Coco e Flavio Birri, hanno ricostruito la vicenda dell’arrivo del merluzzo sulla tavola degli Italiani raccontando la storia di un nobiluomo veneziano, Piero Querini, che nel 1432 fece naufragio presso le coste delle isole Lofoten: questa disavventura gli permise di apprendere dagli abitanti delle isole e di far conoscere agli Italiani l’importanza del merluzzo, la lavorazione dello stoccafisso e i modi di cucinarlo. Piero Querini parte dall’isola di Creta, che allora era sotto il dominio di Venezia, a bordo di una “cocca”, una nave con tre ponti e tre alberi e, superato lo stretto di Gibilterra, segue “la rotta delle Fiandre” con l’intenzione di raggiungere i porti di Bruges e di Anversa, dove avrebbe scaricato cotone, pepe, zenzero, vino e travi di cipresso, e imbarcato lana e stoffe. Ma una serie di furiose tempeste affonda la nave e sommerge una scialuppa con molti uomini dell’equipaggio: si salva solo la barca di Querini e di pochi compagni.   Alla fine, i superstiti vengono ospitati per tre mesi dai pescatori delle Lofoten: e questi pescatori, scrive Antonio Parlato, “erano tanto puri di cuore che andando a pesca lasciavano le loro donne a dormire con i naufraghi”: e spesso queste donne erano “del tutto nude”. E’ facile immaginare quello che successe. Qui Querini conosce gli “stocfici”, che quelli delle Lofoten pescano in enorme quantità, “li seccano al vento e al sole senza sale, e poiché sono pesci di poca umidità grassa, diventano duri come legno “. Quando vogliono mangiarli, li battono con il rovescio della mannaia e li fanno diventare “sfilati come nervi, poi compongono butirro e spezie per dar sapore: ed è grande e inestimabile mercanzia per quel mare”. Dopo tre mesi, Querini e i suoi riescono a raggiungere la Norvegia portando con sé sessanta stoccafissi e poi vanno a Vadstena, in Svezia, dove, da un influente mercante veneziano, Zuane Franco, comprano, “pagando in stoccafissi, cavalli, abiti e vettovaglie per il viaggio di ritorno a Venezia” (A. Parlato). E a Venezia Piero Querini racconta la sua avventura e spiega al mondo, per la prima volta, cosa sia lo stoccafisso.   Veneziani e Genovesi furono i primi a importare i merluzzi essiccati provenienti dal mercato di Bergen, pagati soprattutto con stoffe e tessuti, e a studiare varie ricette, trasmesse poi a Marchigiani e a Napoletani. Carla Coco e Flavio Birri hanno sottolineato il fatto che lo stoccafisso era presso i popoli del Nord Europa un “cibo di emergenza”, mentre in Italia e nei Paesi mediterranei fin dal primo momento venne consumato con frequenza. Contribuirono alla sua diffusione i decreti del Concilio di Trento sull’invito a “mangiar di magro” non solo il venerdì: invito che per suore, monaci e preti divenne un obbligo, e perciò alcuni Ordini religiosi vennero indotti a controllare direttamente la lavorazione e il commercio di stoccafisso e di baccalà: si pensi ai Domenicani di Sant’Anastasia. Insomma dopo le decisioni del Concilio di Trento “l’ombra del sacro entra in cucina come mai prima, e l’orologio della cucina si regola su quello della sacrestia.” (Piero Camporesi).   Ma qualche storico ci ricorda che nei conventi e nelle chiese monache e perpetue riuscirono a inventare ricette capaci di trasformare stocco e baccalà in pietanze succulente e “non meno peccaminose delle pietanze precedenti”. (A: Parlato). Si racconta che nel 1530 Carlo V, che doveva raggiungere Bologna dove papa Clemente VII lo avrebbe incoronato imperatore, soggiornò a Sandrigo nella Villa Sesso Schiavo e, quando gli dissero che i condannati a morte del territorio chiedevano, come ultimo desiderio, un piatto di polenta e baccalà, volle provare la pietanza. E lui e la regina rimasero a tal punto soddisfatti dai sapori e dai profumi che decisero di nominare cavalieri tutti i presenti.

L’inizio di tre grandi Civiltà: Sumeri, Babilonesi e Assiri

Benvenuti al nono appuntamento di “Riavvolgi il futuro”. Oggi la nostra narrazione inizia con i Sumeri, i fondatori delle prime città-stato, la cui architettura è dominata dalla ziggurat, una colossale struttura a gradoni in mattoni che funge da fulcro religioso e amministrativo, concepita come una montagna sacra per unire il cielo alla terra.     In ambito scultoreo, i Sumeri svilupparono una produzione votiva molto peculiare, dove le figure umane presentano grandi occhi sbarrati realizzati con intarsi di lapislazzuli, simbolo di una devozione eterna e di uno stupore reverenziale di fronte alla divinità. Proseguendo nell’analisi della statuaria sumera, emerge la figura di Gudea, governatore di Lagash, rappresentato in numerose sculture di diorite che abbandonano parzialmente l’astrazione per assumere una compostezza regale e raccolta, pur mantenendo una forte simbologia legata alla saggezza e alla fertilità, spesso resa attraverso un ampolla da cui sgorgano acque vitali. Dopodiché passiamo alla civiltà  Babilonese che mette in luce la grandiosità della loro capitale e l’importanza del diritto. La Stele di Hammurabi è presentata come un documento fondamentale non solo giuridico ma anche artistico, dove il sovrano viene raffigurato a colloquio con il dio del sole Shamash, legittimando così l’origine divina delle leggi. L’architettura della Nuova Babilonia tocca vertici scenografici con la Porta di Ishtar, caratterizzata da un rivestimento di mattoni ceramici invetriati di un blu intenso, decorata con bassorilievi di animali totemici come tori e draghi che avevano la funzione di proteggere simbolicamente l’ingresso della città.  Infine, lo sguardo si sposta sugli Assiri, un popolo guerriero la cui arte è intrinsecamente legata alla celebrazione del potere militare e della ferocia regale. Le loro città-fortezza, come Dur-Sharrukin, erano protette dai Lamassu, mostruose divinità alate con testa umana e corpo di toro o leone, scolpite con cinque zampe per apparire immobili se viste di fronte e in cammino se osservate di lato. I palazzi assiri erano decorati con cicli infiniti di bassorilievi che descrivono con un realismo quasi brutale scene di caccia al leone e battaglie sanguinose. In queste opere si nota un’attenzione straordinaria per l’anatomia animale e la resa dinamica del movimento, volta a sottolineare la supremazia del sovrano non solo sugli uomini ma anche sulle forze della natura, trasformando la sofferenza della preda in un tributo alla forza del cacciatore.  

💡 L’Angolo dell’Esperto: Uno dei reperti più preziosi della civiltà Sumerica- Lo Stendardo di Ur:

L’Ur-Nammu (o più correttamente lo Stendardo di Ur) è uno dei reperti più preziosi e affascinanti della civiltà sumerica, risalente al periodo Protodinastico III (circa 2500 a.C.). Fu rinvenuto negli anni ’20 dall’archeologo britannico Sir Leonard Woolley all’interno delle Tombe Reali di Ur (nell’attuale Iraq). Lo Stendardo non è un vero “vessillo”, ma una cassetta di legno a forma di trapezio, lunga circa 47 cm e larga 20 cm. La sua funzione originale è ancora dibattuta: potrebbe essere stata la cassa di risonanza di uno strumento musicale o un contenitore per oggetti preziosi. I materiali utilizzati testimoniano l’estensione delle rotte commerciali sumere:
  •  Lapislazzuli: Pietra blu proveniente dall’Afghanistan per lo sfondo.
  •  Conchiglie: Originarie del Golfo Persico per le figure bianche.
  •  Calcare rosso: Proveniente dall’India per i dettagli.
  •  Bitume: Usato come collante per fissare i tasselli al legno.
Inoltre, lo Stendardo è decorato su quattro facce, ma le due principali sono conosciute come il “Lato della Guerra” e il “Lato della Pace”. Entrambi si leggono dal basso verso l’alto e da sinistra a destra.
  • Il Lato della Guerra
Questo lato celebra la potenza militare della città-stato di Ur:
  •  Registro inferiore: Mostra quattro carri da guerra trainati da onagri (asini selvatici). Notiamo una sequenza “cinematografica”: i carri partono al passo e finiscono al galoppo, travolgendo i nemici.
  • Registro mediano: Una falange di soldati sumeri in uniforme (con mantelli di cuoio e lance) scorta i prigionieri di guerra nudi e feriti verso il re.
  • Registro superiore: Al centro troneggia il re (più grande degli altri per la gerarchia delle proporzioni). La sua testa rompe la cornice superiore, sottolineando la sua maestà mentre riceve i prigionieri catturati.
  • Il Lato della Pace
Questo lato descrive la prosperità e i festeggiamenti successivi alla vittoria:
  •   Registri inferiori: Raffigurano il popolo e i servitori che portano bottino di guerra e tributi: sacchi di grano, pesci, buoi e pecore.
  •  Registro superiore: Rappresenta un banchetto reale. Il sovrano siede a sinistra, rivolto verso i suoi nobili. Sulla destra, un musico suona un’arpa (simile a quelle ritrovate nelle stesse tombe) e un cantante allieta i commensali.
  •  Convenzioni Stilistiche
L’opera segue regole artistiche precise che ritroveremo per millenni nell’arte mesopotamica ed egizia:
  •  Gerarchia delle proporzioni: L’importanza di un personaggio è determinata dalla sua dimensione fisica.
  •  Isocefalia: Le teste dei personaggi dello stesso rango sono poste alla stessa altezza.
  • Visione simultanea: I corpi sono rappresentati con il volto e le gambe di profilo, ma l’occhio e il busto sono visti frontalmente, per mostrare ogni parte nel modo più chiaro possibile.
  •  Significato Storico e Sociale
Lo Stendardo è un documento storico eccezionale perché:
  • Testimonia la stratificazione sociale: Vediamo chiaramente la divisione tra re, nobili/sacerdoti, soldati e lavoratori/schiavi.
  •  Mostra l’evoluzione militare: È una delle prime rappresentazioni del carro da guerra a ruote piene e della fanteria organizzata.
  •  Celebra il dualismo del potere: Il re sumero è sia un guerriero implacabile (lato guerra) sia il garante dell’abbondanza e del culto (lato pace).
  • Oggi l’originale è conservato al British Museum di Londra, dove rimane uno dei pezzi più visitati della collezione mesopotamica.
Ed eccoci arrivati alla fine cari artiste e artiste, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per approfondire sempre di più questo nostro fantastico discorso. P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)

Incendio a Trecase, in fiamme ex ristorante da demolire

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Un vasto incendio è divampato nel primo pomeriggio di sabato 21 marzo a Trecase, lungo la strada Panoramica in località Cifelli, interessando l’ex ristorante “Villa Antica Le Dune”. Le fiamme hanno rapidamente avvolto l’intero complesso, già interessato da interventi di demolizione, estendendosi anche a un vicino deposito di legname.

Il rogo ha generato una densa colonna di fumo nero, visibile anche a notevole distanza, suscitando preoccupazione tra i residenti della zona e nei comuni limitrofi. Secondo le prime informazioni, al momento dell’incendio la struttura risultava completamente vuota, circostanza che ha evitato conseguenze alle persone.

Sull’immobile pendeva da tempo un’ordinanza di abbattimento e proprio in questi giorni erano in corso le operazioni di smantellamento. Non è ancora chiaro se i lavori possano aver avuto un ruolo nell’innesco delle fiamme, ma la dinamica è al vaglio delle autorità competenti.

Sul posto sono intervenuti tempestivamente i vigili del fuoco, impegnati nelle operazioni di spegnimento e messa in sicurezza dell’area. Presenti anche gli agenti della polizia municipale di Trecase, il personale di SMA Campania e i volontari dell’associazione Primaurora, coordinata da Silvano Somma.

Grazie al rapido intervento delle squadre di emergenza, l’incendio è stato circoscritto ed è attualmente sotto controllo, evitando che le fiamme potessero propagarsi ulteriormente alle aree circostanti.

Restano da accertare le cause che hanno provocato il rogo. Nelle prossime ore potrebbero emergere elementi utili a chiarire l’origine dell’incendio, mentre proseguono le attività di bonifica e monitoraggio della zona per escludere ulteriori rischi.

Corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sospeso direttore dell’Ispettorato del Lavoro

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Su disposizione della Procura della Repubblica di Napoli, la Polizia di Stato ha eseguito nella giornata di ieri una misura interdittiva della durata di dodici mesi nei confronti del direttore dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente per Napoli e Salerno.

Il provvedimento, emesso dal G.I.P. su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, riguarda un’ipotesi di corruzione legata all’esercizio della funzione e ad atti contrari ai doveri d’ufficio. L’uomo sarebbe coinvolto in un’organizzazione criminale con estensione anche all’estero, dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Le attività investigative, condotte dalla Squadra Mobile, hanno evidenziato l’esistenza di un meccanismo illecito ormai strutturato: gli indagati avrebbero ricevuto regali di valore, viaggi e altre utilità in cambio della predisposizione di pratiche utili a facilitare l’ingresso di cittadini stranieri.

L’inchiesta aveva già portato, lo scorso 9 marzo, all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di 18 persone: quindici in carcere e tre agli arresti domiciliari.

Resta fermo che si tratta di una misura cautelare adottata nella fase delle indagini preliminari e che l’indagato deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva.

Dieta e Bioritmi: Perché non conta solo “cosa” mangiamo, ma “quando” lo facciamo

A cura della Prof. Teresa Esposito Specialista in Dietologia Clinica e Genetica Molecolare, Temple University  of Philadelphia.

​Nel campo della nutrizione moderna, stiamo assistendo a un cambio di paradigma: il superamento del semplice calcolo calorico a favore della cronobiologia. Non siamo macchine alimentate a benzina che bruciano lo stesso carburante allo stesso modo in ogni momento della giornata. Siamo organismi complessi regolati da orologi biologici finemente sincronizzati.

​Come medico specialista in genetica molecolare e clinica e specialista in Dietologia clinica , Adjunct Professor presso la Temple University di Philadelphia, vedo quotidianamente come il disallineamento tra il nostro stile di vita e i nostri ritmi circadiani sia alla base di patologie metaboliche, obesità e disturbi del sonno.

Il cuore della Cronoalimentazione

​La cronoalimentazione si basa su un principio scientifico solido: il nostro metabolismo segue un ritmo circadiano di circa 24 ore, regolato dal nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo. Questo “orologio centrale” coordina migliaia di “orologi periferici” situati nel fegato, nel tessuto adiposo e nel pancreas.

​Il rilascio di ormoni come l’insulina, il cortisolo e la melatonina non è costante. Mangiare un carboidrato complesso alle otto del mattino ha un impatto metabolico radicalmente diverso rispetto al consumarlo alle undici di sera, quando la sensibilità all’insulina è ridotta e il corpo si prepara al digiuno notturno e alla riparazione cellulare.

La sfida dei turnisti: il “Jet Lag” sociale

​Un capitolo critico riguarda chi lavora su turni. Infermieri, operai, forze dell’ordine e piloti vivono in una condizione di disincroniacircadiana. Quando lavoriamo di notte e mangiamo in orari in cui il corpo dovrebbe riposare, creiamo un conflitto biochimico.

​Il rischio di sviluppare sindrome metabolica e diabete di tipo 2 aumenta drasticamente perché il sistema digestivo è “spento”, mentre il cervello richiede energia. In questi soggetti, la strategia non è solo ipocalorica, ma deve essere “cronoprotettiva“: modulare l’apporto proteico e lipidico per sostenere la vigilanza notturna senza sovraccaricare il metabolismo basale.

La rivoluzione della Nutrigenetica

​Tuttavia, non esiste una ricetta universale. La ricerca in genetica molecolare ci insegna che ognuno di noi possiede varianti specifiche nei cosiddetti geni CLOCK.

I “Gufi” (Cronotipo serotino): Hanno una predisposizione genetica a dare il meglio di sera e farebbero fatica con una colazione troppo abbondante all’alba.
Le “Allodole” (Cronotipo mattutino): Funzionano in modo opposto, con picchi metabolici precoci.

​Grazie ai test genetici, oggi possiamo mappare questi polimorfismi. La dieta diventa così un abito sartoriale: basata sul DNA del paziente, possiamo stabilire con precisione chirurgica quali siano le ore d’oro per l’assunzione di nutrienti, ottimizzando la perdita di grasso e il recupero energetico.

Conclusioni: verso una Medicina di Precisione

​Nutrirsi non è solo un atto biochimico, è un atto di sincronizzazione. Rispettare i propri bioritmi, compatibilmente con le proprie necessità genetiche e lavorative, è la vera frontiera della prevenzione. La salute non si costruisce solo a tavola, ma anche rispettando il tempo che il nostro codice genetico ha scritto per noi.

Breve nota sull’autore

La Prof. Teresa Esposito è specialista in Dietologia Clinica e in Genetica Molecolare. Adjunct Professor della TempleUniversity,Philadelphia . Si occupa di ricerca e clinica applicata alla nutrizione di precisione e alla genomica.

Sparò per difendere un amico, la Cassazione riapre il caso del delitto di Pomigliano

  POMIGLIANO D’ARCO – Si riapre il caso giudiziario legato all’omicidio avvenuto nel dicembre del 2016. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la condanna a 14 anni inflitta all’imprenditore aeronautico Vincenzo La Gatta, disponendo un nuovo processo d’appello davanti a un’altra sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli. La vicenda risale al 23 dicembre di dieci anni fa, quando La Gatta esplose alcuni colpi di arma da fuoco che costarono la vita a Giuseppe Di Marzo. Secondo quanto ricostruito durante i vari gradi di giudizio, l’imprenditore sarebbe intervenuto per proteggere un amico rimasto coinvolto in una violenta aggressione. Il percorso processuale è stato complesso. In primo grado, nel gennaio 2021, La Gatta era stato condannato a 10 anni di reclusione. Successivamente, nell’ottobre 2023, la pena era stata aumentata a 14 anni dalla Corte di Assise di Appello. Ora la Suprema Corte ha deciso di annullare quella sentenza, rimettendo tutto in discussione. Il nuovo processo dovrà riesaminare l’intera vicenda, con particolare attenzione ai punti sollevati dalla difesa, soprattutto in merito alla possibile legittima difesa e alla presunta assenza di volontà omicida. I legali dell’imputato, gli avvocati Dario Vannetiello e Saverio Campana, hanno contestato le motivazioni della sentenza di secondo grado, sostenendo che l’azione di La Gatta fosse dettata dall’urgenza di difendere un terzo. Secondo la ricostruzione difensiva, tutto sarebbe nato da una violenta aggressione subita da Giuseppe Sassone, amico dell’imprenditore e titolare del resort dove si consumò la tragedia. Un episodio che ha segnato profondamente la vicenda e che ora tornerà al centro del nuovo giudizio.