Questo racconto, al confine tra storia e immaginazione, lo abbiamo sognato nel sentire, quando eravamo ancora acerbi per la nostra età, dai nostri nonni e sognavamo ad occhi aperti e la nostra fantasia si avventurava in mondi e visioni irrealizzabili.
Correva l’anno del Signore 1631. Viveva nella città di Somma un onesto contadino, tale Giancamillo Fusco, che lavorava assiduamente nel suo fondo, coltivato a viti, sopra le pendici del Monte Somma. Un giorno, assorto nella semina, fu trascinato da una mano invisibile in corpo ed animanell’aldilà, e propriamente nell’inferno. Sembra una leggenda dal sapore quasi dantesco; ma in quel luogo, accompagnato da San Francesco d’Assisi, osservò come i peccatori sopportavano le loro pene in proporzione alle proprie colpe commesse in vita. Fra quei poveretti vide e riconobbe alcuni amici con cui aveva condiviso alcuni momenti della sua vita terrena. La gravità delle pene, l’oscurità del luogo, gli urli e i pianti di quei miseri peccatori, provocarono nel brav’uomo un continuo tremore. Il suo compagno di viaggio, San Francesco, lo incoraggiò a non temere e di proseguire il suo cammino con la massima tranquillità. Così volendo Iddio, Giancamillo vagò per quei luoghi per più di due giorni, non per altro perché, come gli disse lo stesso Santo poverello, notasse le brutture di quell’orrendo posto per poi riferire ai compaesani, una volta ritornato sulla terra, ciò che incredibilmente aveva visto. Il Santo, inoltre, esortò il povero contadino a predicare di buon cuore la penitenza tra il suo popolo in vista di un’eminente e terribile eruzione che sarebbe avvenuta da lì a poco. Trascorsi alcuni giorni l’uomo fu trovato dai suoi congiunti nella sua stessa vigna con loro sommo stupore, poiché ritenuto definitivamente scomparso. Giancamillo, scioccato e sconvolto, fu subito collocato a letto. La notte seguente, mentre dormiva, gli apparve in sogno San Francesco che lo esortò a non dimenticarsi e a predicare fra la sua gente quanto avea visto e udito nell’infernoe dell’incombente eruzione del Vesuvio, che avrebbe seminato morte e rovina su Somma e sui luoghi vicini. Temendo di essere ridicolizzato e di non essere adatto a quel compito, il brav’ uomo non ubbidì. San Francesco, stavolta, lo minacciò nuovamente nel sonno: doveva assolutamente adempiere al divino compito che gli era stato assegnato. Giancamillo, allora, con il timore di tirarsi addosso l’ira divina, ubbidì e iniziò la sua lunga predicazione per le strade di Somma e nei paesi vicini. Ritenuto pazzo dalla popolazione, si attirò addosso pure l’ira e l’odio dei parenti. La notizia giunse alle orecchie del Cardinale di Napoli, Francesco Boncompagni (1592 – 1641), che fece chiamare alla sua presenza il vecchio contadino sommese e, dopo averlo ascoltato attentamente, commosso dalla sua sincerità, lo invitò a predicare liberamente quanto gli era stato indicato dal Cielo. In un primo momento Giancamillo aveva avuto anche il timore di essere condannato come impostore, avendo usurpato il sacro ufficio di predicatore. Ritornato in città il contadino continuò a predicare la penitenza in previsione di un futuro castigo divino. Le sue parole, però, continuavano a non essere di effetto presso la popolazione. L’uomo, allora, stufo non solo confermò il giorno preciso dell’eruzione, ma aggiunse che il catastrofico evento avrebbe distrutto tutto ad eccezione della Chiesa di San Lorenzo (località attuale dove ora insiste la cappella di S. M. delle Grazie) e la Chiesa e il Convento di Santa Maria del Pozzo a nord del territorio di Somma. Oltretutto, per prudenza, si rifugiò a Pozzuoli con la famiglia e i parenti. Il 16 dicembre del 1631, alle due di notte, un immenso globo di fuoco e fumo, accompagnato da terribili boati et terremoti, uscì dallo squarciato cratere. La profezia di Giancamillo Fusco si era avverata. Governava in quel tempo il Regno di Napoli il Viceré Manuel de Acevedo y Zuniga conte di Monterrey (1586 – 1653). Allora le mal confidate ed incredule genti del postosi resero conto che il buon vecchio aveva profetizzato la verità, e volendo porvi un rimedio non furono più in tempo.








