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Somma Vesuviana, il culto di Santa Maria di Costantinopoli tra antica devozione e fede cristiana

Il 22 marzo 2026, la Comunità parrocchiale di S. M. di Costantinopoli si appresta a celebrare il 50° anniversario dell’inaugurazione del nuovo complesso religioso.  L’occasione per tratteggiare i momenti salienti della storia di un culto, che esalta una delle figure mariane più venerate sul territorio sin dall’antichità.

 

Il culto di Santa Maria di Costantinopoli in Italia si diffuse e si concretizzò principalmente tra il XV e il XVI secolo, arrivando nel Sud Italia tramite il flusso di profughi bizantini dopo la caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio del 1453. In effetti, sin dai primi secoli della cristianità, nell’Oriente greco ebbe un enorme sviluppo il culto della Vergine, tra cui quello in particolare dedicato al titolo dell’Odighitria cioè di Colei che indica la via.  Quest’ultimo vocabolo, molto diffuso in Italia, è anche abbreviato in «Itria». A Costantinopoli, in particolar modo, l’icona venne collocata in una chiesa custodita da frati basiliani, risalente al V secolo e oggi scomparsa, e divenne famosa perché l’immagine fu attribuita dalla tradizione a San Luca. Il prof. Antonio Bove, storico dell’arte, in un suo articolo apparso sulla rivista Summana n°43 [Studi sul patrimonio, etnico, storico e civile di Somma Vesuviana] afferma che il culto alla Madonna di Costantinopoli fu impiantato in Napoli già in età angioina. In effetti, il professore ha ragione in quanto l’ultimo imperatore latino di Costantinopoli, Baldovino II (1217-1273), fuggendo nel 1264 dopo la riconquista della capitale, cercò sostegno e si legò agli Angioini di Napoli, vivendo stabilmente presso la corte di Carlo d’Angiò. Baldovino portò con sé, oltre a numerose reliquie, il volto dell’icona mariana.

Baldovino II di Costantinopoli

Una leggenda ci tramanda che la raffigurazione della stessa Madonna nera di Montevergine, la schiavona, fu inserita in un quadro, che fu donato nel 1310 da Caterina II di Valois, moglie di Filippo d’Angiò, ai monaci del Partenio. Certamente il culto si radicò fortemente a Napoli tra il 1525 e il 1529 durante la peste. Bisogna ricordare che agli inizi del XVI secolo, Napoli era afflitta anche da gravi problemi, tra cui povertà e fame, che tormentavano la popolazione. La devozione alla Vergine di Costantinopoli si manifestò pienamente tra 1527 e il 1528 quando la Madre celeste apparve ad un’anziana, chiedendo la costruzione di una chiesa nel luogo dove venne ritrovata un’immagine mariana, divenendo un simbolo di salvezza. A conferma, il notaio napoletano Gregorio Russo, la cui attività è testimoniata a Napoli dal 1500 fino al 1540, ci conferma che l’anno 1528 fu infelicissimo a tutta l’Italia, particolarmente allo nostro Regno di Napoli perché ci furono tre flagelli de Iddio, guerra, peste e fame. La peste, in effetti, non cessava di seminare morte e lutti, perdurando ancora ai primi del 1529. Con l’estate, cosa insolita, come si racconta, il flagello accennò a scomparire. Gregorio Rosso attribuì all’intervento della Madonna di Costantinopoli la fine della peste. Il culto si radicò con vigore, oltre a Napoli, specialmente in Puglia e nel Cilento, spesso associato a santuari e processioni ed ebbe un tale incremento che i napoletani decisero di edificare la chiesa lungo il nuovo tracciato viario fatto aprire dal viceré Don Pedro de Toledo (1484 – 1553). La venerazione si diffuse anche nel territorio vesuviano specialmente tra il XVI e XVII secolo con la costruzione di numerose cappelle.

Il culto nell’antica Terra di Somma

Nella Terra di Somma troviamo le prime attestazioni del culto nelle Sante Visite del 1561, 1580, 1586, 1603. A tal riguardo, nella parrocchiale chiesa di San Giorgio Martire, la quarta cappella, a destra di chi entrava, era dedicata a Sanctae Mariae de Costantinopoli in qua magnifici Lucas et Porzias Figliola pro comune devotione celebrari faciunt duas missas […]. La cappella nel 1561 non aveva beni né dotazioni [cit. Francesco Migliaccio (1826 – 1896), Notizie inedite di Somma Vesuviana, Tomo II, dal 1268 al 1885 – 1939]. Nella Santa Visita del 1580 fu disposto che l’altare fosse dotato di tre tovaglie e due candelabri di legno. Nella Santa Visita del 1603 si attesta la celebrazione di quaranta messe per un legato di d. Scipione Figliola.

Santa Visita 1580, Cappella S.M. Costantinopoli in San Giorgio martire

Un’altra notizia sul culto di Santa Maria di Costantinopoli ci viene fornita dal padre d. Gianstefano Remondini (1699 – 1777) nella sua immensa opera Della nolana ecclesiastica storia in tre tomi, pubblicata a Napoli tra il 1747 e il 1757 e dedicata a Papa Benedetto XIV. Nel tomo 1, a pagina 302, scrive: Evvi parimente la Chiesa di S. M. Costantinopoli col Convento de’ PP. dell’Ordine di San Giovanni di Dio edificata nel MDCXXVI da Giannalfonso Signorile, e data a cotesti Religiosi […]. Quindi, nell’antico quartiere Casamale, e precisamente nel rione Portaterra, alla Vergine era tributata una chiesa annessa all’Ospedale dei Fatebenefratelli.

 Cappella Sanctae Mariae de Costantinopoli extra dictam terram

Manni G. B. (+1728), Pianta del 1714 con la chiesa e masseria

Precedentemente, però, il 20 agosto del 1613, un provvedimento del regio consigliere e utroque iure Scipione Rovito (1556 – 1636), consultore della Curia del Cappellano Maggiore, ordinò che il Sacro Ospedale dell’Annunziata AGP con i suoi religiosi era mantenuto nel possesso di una cappella sita et posita in terra Summe Nolanae dioc(esis) intus Massariam eiusdem S.ma Annuntiatis de Neapoli vulgo detta la Masseria delle Piane. Una notizia straordinaria emersa di recente dalle pergamene dell’Archivio della Real Casa Santa dell’Annunziata. Da tempo immemorabile, infatti, la Casa Santa possedeva, in una propria masseria, una cappella intitolata Madonna di Costantinopoli, ch’anticam(en)te si chiamava la figura dell’Arco dell’Annunziata, la quale a proprie spese di detta Casa S(an)ta, et con l’elemosine s’ è andata ampliando et in quella affisse l’arme di marmo di d(et)ta S(an)ta Casa, et tenutosi uno dei suoi sacerdoti per celebrare le messe […].  Il Vescovo di Nola, mons. Fabrizio Gallo, ragguagliato dal clero locale che detta Cappella andava crescendo in devozione et elemosine, havendoci essi supplicanti ottenuto Indulgenza plenaria da Sua Santità [Paolo V] nella festività che se vo celebrare alli 14 del presente mese di agosto, tentò di prendere il controllo delle celebrazioni, che, comunque, spettavano al cappellano e ai sacerdoti della Santa Casa dell’Annunziata. Il dissenso dei presbiteri locali non tardò ad arrivare: una quantità de preti di d(et)ta Terra con ordine […] con molta violenza non permesero dicta celebrazione […] levando l’arme di detta Casa Santa ponendove altre. La Casa Santa dell’Annunziata ricorse, quindi, al Cappellano Maggiore affinché fosse appianata la questione in virtù degli antichi Capitoli del Regno. Il caso, comunque, si risolse con una provvisione del 20 agosto del 1613, in cui fu stabilito che la Casa Santa aveva la facoltà di esigere e poter amministrare senza l’ingerenza del clero locale [Archivio dell’Annunziata di Napoli, album 3, RIP. 0045].

Archivio della Real Casa dell’ Annunziata, Provvisione del 1613

Due anni più tardi, 13 luglio del 1615, il Banco del Governo dell’Annunziata di Napoli pagò ducati quaranta a Scipione Galluccio a conto de la manifattura de uno altare de marmore che haverà da fare nella chiesa di S. M. di Costantinopoli di Somma. Quest’ ultima notizia viene riportata dall’archivista e studioso di storia napoletana cav. Giovan Battista D’Addosio (+1921)segretario capo della Reale Santa Casa dell’Annunziata a Napoli per oltre trent’anni e curatore del Sommario delle pergamene – nella sua opera dal titolo Documenti inediti di artisti napoletani dei secoli XVI e XVII, Napoli, 1920, pag. 193. Scipione Galluccio (notizie 1588 – 1619) era un artigiano marmoraro di Cava de’ Tirreni, attivo a Napoli tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Lavorava il marmo, spesso collaborando con altri noti artisti napoletani dell’epoca, tra cui Giovanni Antonio Dosio e Cristoforo Monterosso. Famoso era anche il fratello, Giovan Antonio Galluccio, con cui Scipione collaborò nella realizzazione della fontana dell’Università di Gragnano nel settembre del 1603. Nel 1613, quindi, ecco che appare per la prima volta menzionata una cappella titolata a Santa Maria Costantinopoli, appartenente alla SS.ma Annunziata di Napoli: una cappella rurale che serviva una masseria, non solo come luogo di culto, ma un vero e proprio fulcro della vita sociale ed economica di quella zona ai confini con Ottajano. In effetti, le suddette notizie concordano pienamente con quelle riportate dallo studioso sommese avv. Francesco Migliaccio (1826 – 1896) nelle sue Notizie inedite: l’antica chiesa di S. M. Costantinopoli era originariamente una piccola cappella in un luogo detto all’Arco, che stava per la strada in un trivio formante triangolo e dietro detta Cappella vi era la siepe che serrava un territorio della Casa dell’Annunziata di Napoli, la quale attendeva al mantenimento della cappelluccia.

Oggi la fatiscente struttura è ubicata al km 14,800 dell’attuale statale 268 del Vesuvio, al margine sinistro, all’incrocio della dismessa strada borbonica che collegava Napoli a Nola.  In essa – continua Migliaccio – stava un bel quadro con l’immagine della SS.ma Annunziata. Nel 1605, infatti, due devoti, Giovanni Antonio Capuano e Clerico Alfonso de Marco o Marzo, si impegnarono – con l’oblazione dei fedeli circonvicini e con molti mezzi forniti dalla detta Casa Santa dell’Annunziata e col permesso del Reverendissimo Vescovo di Nola Fabrizio Gallo [+ 1614] – di costruire e ridurre quella cappelluccia a una grande e comoda chiesa come attualmente rattrovasi. Fu fornita di quadri, suppellettile sacra e di un comodo altare, al quale fu sovrapposto il sopraccennato quadro della SS.ma Annunziata. Aveva un paliotto di broccato di seta con le armi o insegne della Nunziata di Napoli. Vi erano due altri altari: l’uno al lato destro, entrando dalla porta, fatto a spese del cennato Clerico Alfonso di Marzo dedicato a S. Vito, col quadro rappresentante detto Santo, e l’altro a sinistra dedicato a S. Giovanni Battista, col quadro raffigurante il Battesimo di Gesù, donato dal sig. Gio: Battista d’Alessandro [Visita episcopale, 1616].

In base alle ricerche effettuate, la pergamena del 1613 fa riferimento ad una prima dedicazione della cappella alla figura dell’Arco dell’Annunziata. In latino, il sostantivo femminile figura – ae significa anche immagine; mentre la raffigurazione dell’ Annunciazione in contesti architettonici specifici, come portali o archi trionfali, fu una moda evidente in epoca angioina per celebrare la Vergine sotto tal vocabolo. L’intitolazione originaria della cappella, quindi, era a Maria SS. dell’Annunziata. Non abbiamo, però, notizie certe e documentate su come sia arrivato il culto alla Madonna di Costantinopoli; ma una considerazione, sostenuta dallo studioso arch. Nicola Castaldo di San Paolo Belsito, sostiene che il beneficio della Cappella di Santa Maria di Costantinopoli in San Giorgio Martire, sia transitato, tra il 1605 e il 1613, proprio nella piccola chiesetta di proprietà della SS. Ma Annunziata, da cui la denominazione successiva alla Vergine bizantina. A riguardo, nella Santa Visita del 1621 non appare più la cappella costantinopolitana in San Giorgio. Tutto ciò, però, è ancora da appurare attraverso studi, indagini e consultazioni. Rimaniamo col dubbio. Nella Santa Visita del 4 luglio del 1642, comunque, appare Cappella Sanctae Mariae de Costantinopoli extra dictam terram legata alla vicina Ottajano, officiata da Gio: Battista Valletta che ne teneva cura.

F. Capitello

Lo storico Fabrizio Capitello, a pagina 158 del suo libro dal titolo Raccolta di Reali Registri, Poesie diverse et discorsi historici dell’antichissima, Reale & Fedelissima Città di Somma, Per Antonio Bortoli, Venetia 1705, addirittura, scrive fantasiosamente che la suddetta chiesa era stata fondata proprio da Baldovino II e nella quale vi pose la Santis(sima) Ima(gine) di Mo(nte) V(ergine) nel luogo dove si dice Costantin(opoli) […] poi doppo molto tem(po) miracolosam(ente) fu trasfer(ita) dal d(etto) Imp(eratore) in Mon(te) Verg(ine) dove risiede con massimo onore […]. Pura leggenda, ripeto, oltretutto mista ad una ricca fantasia dell’autore.

Nel 1658 vi si celebrava la messa per divozione del Cantore Can. Francesco Roselli. Nel 1744, epoca della redazione del Catasto Onciario borbonico, non solo appare il geotoponimo le Fontole, la località ad ovest della cappella; ma risulta che la Casa Santa dell’AGP di Napoli possedeva annui ducati venticinque e grana 60 per causa di censo sopra il territorio detto Costantinopoli se li corrispondono da Giovanni Aliperta del quondam Bonaventura. Nel 1800, a conferma della suddetta notizia, tale possedimento dietro la chiesa, di circa sei moggia, era censito al figlio di Giovanni, Bonaventura Aliberta (Aliperta); inoltre i numerosi vigneti, che la circondavano, appartenevano alla maggiore nobiltà e notabilità cittadina: Scozia, Cito e de Felice [L. Marchese, Pianta di Somma, Museo di Capua, 1800-01].

L. Marchese, Pianta di Somma

Nel Catasto provvisorio francese del 1811 in relazione, invece, alla chiesetta di Costantinopoli risulta esattore dell’AGP il possidente e legale d. Andrea De Felice (+ 1825). Nella Santa Visita del 1824, il Vescovo di Nola, mons. Nicola Coppola, Visitavit Cappellam B.M.V. Costantinopoli et iussit Ostiolum Tabernaculi restaurari. Interdicto vero subjecit altare S. Antonii, donec de sepulcro Mm. provideatur: sedes confessionales donec de novis cratibus provideatur: et plarietam designatam diversorum colorum [Visitò la Cappella della Beata Vergine Maria a Costantinopoli e ordinò il restauro della porta del tabernacolo delle Ostie. Dispose, inoltre, che la cappella di Sant’Antonio fosse interdetta, finché si provvedesse al luogo delle sepolture e fino a quando i sedili confessionali fossero muniti di nuove grate e la parete ornata con diversi colori]. Nella Santa Visita del 1829 di mons. Gennaro Pasca la cappella rurale di S. M. Costantinopoli della SS.ma Annunziata AGP di Napoli ha doc(ati) dodici e g(ran)a 60 lordi per legato di messe festive fatto dal fu D. Francesco Antinolfi della Cava che se pagano ora da D. Angelo Pacileo, [benestante napoletano]. Il legato è di g(ra)na quindici per ciascheduna messa; si aggiungono da convicini coll’elemosina in giro, altre g(ran)a quarantacinque e si celebrano le messe festive dal Can(oni)co Salvatore Auriemma, quale confessa e spiega l’Evangelo. Il 28 giugno del 1858, la Casa dell’Annunziata AGP la cedette definitivamente al Vescovo di Nola, Mons. Giuseppe Formisano (1811 – 1890), che provvide subito alla nomina di un economo curato per l’amministrazione dei sacramenti. La Santa Visita del 1883 dispose che il ciborio in legno non doveva stare fisso sull’altare in marmo. Mancavano sia la serratura del confessionale che la cortina della porta d’ingresso; inoltre, alcuni finestroni alti erano rotti e il Crocifisso sull’altare del Rosario non era visibile. Vi erano voti d’argento e i panni cerati (incerati) non erano fissi sugli altari. Dippiù il messale era mancante della mantissa.  Nel 1885 la chiesa fu richiesta dalla laica Confraternita di S. Maria della Libera, officiante nella Chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo, per motivo che la località ove officiava era indecentissimo ai divini offici. La confraternita, dal canto suo, si obbligò ad abbellirla, tenerla decentemente, farvi celebrare una messa quotidiana con la benedizione del SS.mo nei giorni festivi [cit. F. Migliaccio, ibidem].

Il 10 dicembre del 1927, il Vescovo Mons. Egisto Domenico Melchiori (1879 – 1963) firmò il decreto di erezione canonica della suddetta chiesa a parrocchia. L’utilità della formazione della nuova parrocchia fu ravvisata dal vicario D. Antonio dott. Amarotta, il quale individuò in S. Maria di Costantinopoli la chiesa adatta alla cura d’anime. L’atto di erezione fu scritto il giorno 3 dicembre del 1927 nell’oratorio del SS. Rosario, sotto al campanile di San Domenico, alla presenza del vicario foraneo [cit. G. Mirolla, Aspetti della vita religioso – ecclesiastica a Somma Vesuviana in Rivista trimestrale Merdione, Anno XVI, N.4, 2016, 109]. La nuova comunità religiosa assorbiva in parte le due antiche parrocchie di S. Michele Arcangelo o dell’Angelo, in cui ricadeva, e di S. Croce. I parroci che si susseguirono nel corso degli anni furono: Don Angelo Antignani nel 1928; Don Francesco Rastelli nel 1932; Don Giuseppe Bifulco da febbraio a ottobre del 1941; Don Francesco Mormile (1915 – 1969) dal 24 maggio 1944 al 19 maggio 1969. Nel 1954 la struttura, interna ed esterna, era già in cattivo stato di conservazione. Gli altari erano cinque ed erano dedicati alla Madonna titolare, all’Immacolata, al Sacro Cuore, all’Addolorata ed a Sant’ Anna. Vi era un quadro di santa Maria Goretti. Contava 4000 anime, con circa 700 famiglie. La sacrestia era alquanto umida, mentre il campanile era in buono stato di conservazione. Sull’abside si trovava la casa canonica, adibita ad abitazione del parroco. Le cappelle rurali o gentilizie, che rientravano nei confini territoriali della parrocchia e dipendevano dalla sua gestione, erano ubicate nella villa De Siervo al Bosco, nella masseria Madama Filippa (Bambino Gesù), nella villa Lamagna – Tedeschi e nella contrada Caprabianca. Il Canonico della Collegiata, Don Giovanni Mosca, di età avanzata, si rendeva disponibile ad amministrare il Sacramento della Penitenza. Fu Don Francesco Mormile, a insistere sulla costruzione di una struttura più grande, che potesse ospitare più fedeli e avere annesso finalmente un complesso per le varie attività parrocchiali.

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