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Napoli

Da secoli Napoli resta “velata” e nasconde il suo vero volto agli ammiratori e ai nemici.

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Non si contano gli ammiratori e i denigratori che hanno cercato di  svelare il Mistero della città. Nessuno alla fine si è mostrato soddisfatto di ciò che aveva scoperto, della metafora che aveva coniato. Lo stesso Ozpetek  ha usato un’immagine che era già stata proposta, tra gli altri, da Stendhal e da Alarcòn: Napoli è il luogo dove si confrontano  il Logos e il  Caos. “La città porosa” di W. Benjamin.

 

 

Alla fine bisognerà dare ragione a Goethe: Napoli ha infiniti volti. Ad Anna Maria Ortese Vasco Pratolini confessò che gli anni passati a Napoli non gli erano bastati per capire la città:  Napoli era un albero “strano”, non si capiva  a quale specie appartenessero le sue lisce foglie, i suoi molli frutti.  Riflettevo su questa metafora, originale ma non bella, di Pratolini, e pensavo ad Antonio Mordini, lucchese, mazziniano, garibaldino della prima ora, che fu prefetto di Napoli tra il 1872 e il 1876: e cioè nei giorni fatali in cui Napoli, da capitale del Sud, venne retrocessa  in seconda categoria. E a retrocederla fu una congiura di notabili del Nord e di notabili meridionali, in parte miopi e stolti, in parte servi del denaro  e del potere. Mordini non solo combatté la camorra, ma tentò anche di capire il fenomeno: e poiché al questionario da lui approntato gli ispettori di polizia diedero risposte che gli parvero contraddittorie, o vaghe, o assurde, si irritò. Perché questi camorristi sono così devoti ai Santi ? che vuol dire che il camorrista Luigi Valese passa la giornata ad amministrare la giustizia davanti alla sua bottega di cappellaio ?  questo sindaco che firma la lista dei suoi concittadini camorristi e  vagabondi  da mandare a domicilio coatto, non me lo avete segnalato, qualche tempo fa, come manutengolo di briganti ? alle sbarre della dogana che succede ? è vero che i doganieri esigono la pila, la tangente, sul  contrabbando delle carni e del tabacco ? Voglio capire. E gli ispettori non si capacitavano: che c’è da capire ? A loro, il quadro sembrava chiaro. Chiarissimo.

Stendhal suggerì di cercare il mistero di Napoli al San Carlo. Scrisse che i Napoletani “così rumorosi dovunque, fanno a teatro il più assoluto silenzio: un bell’esempio, da proporre ai Milanesi.”.  Ammise che a Napoli c’erano molti “mariuoli: ma rubano perché hanno fame, in fondo non sono cattivi. I veri cattivi biliosi d’Italia sono i Piemontesi”: e qui sento lo scroscio degli applausi dei neoborbonici. Nel 1831 Hector Berlioz dichiarò che l’aria stessa del San Carlo è “profumata di musica”.

I Napoletani sgusciavano fuori dagli schemi dell’ordine sociale, e dall’ordine delle teorie scientifiche. Quando arrivarono in città due pontefici del Positivismo, Ippolito Taine e Emilio Zola, si combatté un duro duello tra il loro sguardo naturalista e l’immaginario colorato della città. Taine  si arrese dopo poche stoccate. Notò la povertà, vide volgarità in molte donne, osservò che “ nessuna popolazione è più di questa portata al piacere sensuale “: ma questo dato, che in linea di principio egli avrebbe dovuto giudicare negativo, trovandovi la causa prima della napoletana inclinazione all’ozio e alla mollezza, gli parve, invece, il segno del costume  naturale di un popolo  che viveva in un una terra di cui era “ impossibile dare un’idea adeguata: è un altro clima, un altro cielo, quasi un altro mondo “.  Questo mondo si dissolveva nell’azzurro: il colore  diventava una metafora: “ l’azzurro copre ogni cosa. Non c’è che azzurro sul mare, nel cielo, sopra la terra…il mare ha il colore di una veste di seta e nel cielo di velluto pallido la luce si polverizza…non si pensa a nulla; si sente quest’aria  morbida  e tiepida. “.

Sebbene gli intellettuali napoletani lo avessero accolto offrendo in suo onore un banchetto in un ristorante da cartolina,  Lo scoglio di Frisio, – il banchetto si tenne il 26 novembre 1894, lunedì –  Emilio Zola restò impermeabile al fascino del paesaggio: o forse finse di esserlo. Notò la confusione, l’assenza assoluta della dimensione dell’intimità, le voci sgraziate e ordinarie, ma non poté trattenersi dall’osservare che “ questa povera gente, così ignorante, è felice di vivere con qualche soldo al giorno,….. non si lamenta mai della sua miseria. Certamente questa è la democrazia meno consapevole di sé stessa. E’ il caso di preoccuparsi per costoro, desiderare per loro una cultura maggiore, un maggiore benessere ? “.

Dunque, anche Zola pensò che Napoli fosse fuori dalla storia: anche lui vide non una città, ma una metafora.  Anche Walter Benjamin  decise di resistere alle cartoline di Napoli:  cancellò i colori, prima di tutto.  Napoli è una città grigia: perfino il rosso e l’ ocra hanno un tono grigio, che contrasta con i colori del mare e del cielo. Questo grigiore toglie ai cittadini ogni piacere. La roccia porosa  “su cui, di cui” Napoli è costruita fu per l’intellettuale tedesco la metafora in cui si congiungono gli edifici, gli abitanti, i costumi e il destino della città. “ L’architettura è porosa come questa roccia. A tutto si lascia lo spazio per divenire teatro di nuove costellazioni mai viste prima. Si evita il definitivo, il codificato. Nessuna situazione, così com’è, sembra pensata per sempre, nessuna forma impone: così e non altrimenti. In questi vicoli quasi non si riconosce dove si deve ancora finire il lavoro e dove è già iniziato il deperimento, poiché niente viene portato a termine o finito. La porosità va d’accordo non solo con l’indolenza degli artigiani meridionali, ma anche e soprattutto con la passione dell’improvvisazione…”.

Roger de Peyrefitte, che venne a Napoli nel 1952, avendo notato il gran numero di chiese, di cappelle e di tabernacoli, lodò i  Napoletani per la loro “pietas”: “ essa fa parte delle loro tradizioni: qui un tempo gli dei erano più numerosi degli uomini.”. Ma mentre visita la Reggia di Caserta, il francese vede dei monaci che accompagnano una scolaresca. Quando si trovano davanti alla statua di Venere accovacciata, i monaci urlano ai ragazzi:  via, via, non guardate”, e “fanno le corna” verso la dea.  Forse aveva ragione il giornalista spagnolo Julio Camba: “ Su Pompei si è riversata la lava del Vesuvio, e su Napoli si sono riversati il cristianesimo, gli spagnoli e la civiltà industriale.”. Anche Pasolini disse qualcosa di simile.

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