La storia di Carmela si svolge a Boscoreale, tra il 1936 e il 1943. Stefania Spisto, che presiede “Il quaderno Edizioni”, dimostra, come scrive nella prefazione Franco Bruno Vitolo, di possedere un talento narrativo che sa fondere “mirabilmente la limpidezza della comunicazione con la profondità delle situazioni e delle riflessioni”. Geniale la decisione di scegliere i cortili di Boscoreale come palcoscenico della storia d’amore di Carmela e degli eventi della “storia alta”, la guerra, la caduta del fascismo, l’invasione dei Tedeschi, l’arrivo dei “liberatori”.
Stefania Spisto ci dice subito come bisogna leggere il suo romanzo. A pag. 38 zio Gennaro dà a Carmela un libro, “Il giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett, e le consiglia di leggerlo “non come una favola”, ma come “un viaggio: pagina dopo pagina, capirai che il giardino non è solo un luogo, a volte è dentro di noi”. La prima parte del romanzo racconta la scoperta dell’amore: Carmela scopre che è innamorata di Pippo, e che Pippo è innamorato di lei. Si incontrano nella tipografia in cui lui lavora, e nella descrizione degli incontri si intrecciano i sentimenti, le parole sussurrate, i sorrisi rubati, i rumori della macchina, il frusciare dei fogli, gli odori di casa che la ragazza porta con sé – il bucato, il pane, il sapone di Marsiglia – e i profumi di inchiostro e di carta che avvolgono il corpo del giovane. E quando i due si baciano per la prima volta, “dietro al vicoletto Rosa”, “l’aria profumava di farina fritta, il silenzio sembrava pieno di battiti”, al contatto “il cuore” di Carmela “batteva troppo in fretta” e le sue dita tremano e le gambe si fanno molli.
Quando la ragazza torna a casa, sente ancora il sapore salmastro delle labbra di Pippo e le pare di “camminare su una strada nuova, dove ogni sasso aveva un nome e ogni luce una promessa”. Carmela vede il suo mondo con uno sguardo nuovo, ha imparato cosa è la libertà, e alla penna della Spisto non sfugge nessuna immagine, non sfugge nessun particolare: la sua è una prosa “visiva” e sinestetica, e il suo stile è “cinematografico”, perché il lettore “vede” lo scorrere ordinato delle “scene”, come in un film. Questi caratteri si notano con chiarezza nelle pagine in cui Pippo, Carmela e il fratello Luigino vanno a Torre Annunziata, a fare il bagno: e la ragazza per la prima volta vede il mare. I due si baciano dietro a uno scoglio, e “fu un bacio dolce, lento come un respiro trattenuto, con il sale che ci pizzicava le labbra e il cuore che sembrava correre più del vento”.
Poi Pippo, che è antifascista, si allontana da Carmela per non esporre lei e la sua famiglia alle vendette dei fascisti e incomincia a frequentare Letizia, una ragazza “sciolta”, i cui liberi costumi sono metaforicamente rappresentati dalla casa “in fondo a via Bellini, una di quelle case basse con le imposte sempre aperte, come se nulla dovesse mai essere nascosto”. E Carmela deve resistere al corteggiamento di Italo, “un giovane venditore di olive della marchesa, un fascista rispettato, ricco, educato, sempre in giacca scura e scarpe lucidate”: insomma, l’antitesi di Pippo. Questo doppio capovolgimento è una pregevole “astuzia” della Spisto, perché consente a Pippo e a Carmela di capire che non possono fare a meno l’uno dell’altra e permette alla ragazza di sentire la forza del fuoco che divampa dentro di lei, “una forza silenziosa che non si vede, ma cova”, come la lava nascosta nel “maestoso Vesuvio” “Quel 1939 fu un anno di guerre non dichiarate. Dentro e fuori di me”.
Pippo è chiamato alle armi, e prima di partire, incontra Carmela, si abbracciano, si baciano: quando la ragazza torna a casa, non sa se sta tornando o fuggendo da sé stessa: “le ombre mi sembravano immobili, le ombre più lunghe, le foglie sugli alberi più ferme del solito”: il paesaggio “partecipa” al dramma delle persone, e la Spisto “vede” e ci fa “vedere” tutto. La seconda parte del romanzo è il racconto della II guerra mondiale, della caduta del fascismo, dell’invasione dei Tedeschi, dell’arrivo degli anglo-americani: il tutto visto dal “basso”, dai cortili, dai sentimenti e dalle paure degli umili: alcune pagine mi hanno ricordato “La Storia” di Elsa Morante. In questa prospettiva, l’amore di Carmela e di Pippo diventa, per antitesi, un momento di “storia alta”, perché Stefania Spirto riesce a raccontarlo come metafora di un’Italia nuova, della speranza che proietta la sua luce sulla devastazione.
“Qualcuno si sedette su uno scalino con gli occhi lucidi. Altri tirarono fuori vecchi canti, parole spezzate che si rincorrevano tra le case come rondini prima della pioggia…Anche gli anziani, quelli che avevano visto già una guerra, sembravano ritrovare per un attimo il coraggio di sperare.” Nei giorni più neri, anche Boscoreale è salvata dalle donne: e Carmela, non più ragazza, ma donna, partecipa alla “processione laica di donne nuove, nate dal fango”. E mentre leggevo le pagine dedicate alla vita nei cortili, ricordavo mia madre quando mi raccontò ciò che accadeva, nel 1943, nei cortili di Ottaviano, a piazza San Lorenzo e a piazza San Giovanni. Anche lì c’erano, e rivivevano nel racconto di mia madre, personaggi come la maestra Concetta e il padre di Pippo, e la ricerca del pane, dei cavoli, delle lenticchie. I Tedeschi uccisero i cavalli di mio nonno e appiccarono il fuoco alle case di piazza San Lorenzo: conservo ancora la Singer di mia madre, su cui resistono i segni delle fiamme. La storia vera non si cancella. Stefania Spisto ha iniziato il suo “viaggio” con luminosa sapienza: aspettiamo la prossima “stazione”.



