mercoledì, Maggio 13, 2026
17 C
Napoli

Nel suo dipinto J.R. Weguelin “disegna” con maestria la personalità di Lesbia, la signora del cuore di Catullo

Adv

John Reynhard Weguelin (1849 – 1927) fu un rappresentante di quel ritorno al classicismo che ispirò anche i capolavori di Alma Tadema. Molti quadri di Weguelin rappresentano scene della vita quotidiana dell’antica Roma: il suo ritratto di Lesbia, la cui immagine correda l’articolo, venne completato nel 1878 e dimostra che già a trenta anni l’artista possedeva una tecnica raffinata. Dimostra anche, questo splendido ritratto, che egli comprese non solo il senso profondo dei versi che Catullo dedica alla donna amata, ma anche cosa ci dice la violenza del “ritratto” che di Lesbia-Clodia Cicerone fece nella “Pro Caelio”.

 

 

Come si sa, viviamo un momento storico in cui certa politica ha deciso di “allontanare” dalle scuole Omero, Socrate, Aristotele, Dante, Manzoni, Marx, Nietzsche e di ridurre sempre più, nei nostri licei classici, lo spazio una volta riservato alla conoscenza della civiltà greca e di quella latina. E così ho deciso di dedicare, di tanto in tanto, qualche articolo a un mondo che i docenti degli anni ’60 ci fecero “attraversare” e scoprire con una guida sapiente.  La famiglia dei Claudii era tra le più antiche della storia di Roma: ma quando nel corso del I sec. a. C. la famiglia decise di schierarsi col partito democratico, il nome “Claudio” assunse la forma “plebea” e divenne “Clodio”: e dunque Publio Claudio, il cesariano nemico mortale di Cicerone, si chiamò Publio Clodio e sua sorella Claudia prese il nome di Clodia.

 

Clodia sposò Quinto Metello Celere e divenne vedova nel 59 a.C.: tre anni dopo nell’aula di tribunale in cui veniva giudicato Publio Celio Rufo, accusato di non pochi reati, Cicerone, che lo difendeva, disegnò un ritratto terribile di Clodia, che era stata amante di Publio Celio Rufo e ora dichiarava pubblicamente che lui aveva tentato di avvelenarla. Cicerone adottò una tattica originale: dipinse con il nero di seppia il ritratto dell’accusatrice, la presentò come campionessa della dissolutezza, con un celebre gioco linguistico alluse anche ai rapporti incestuosi che Clodia, secondo le malelingue (certi grammatici mi consentono di usare questo plurale), aveva avuto con il fratello, fece in modo che tutti ricordassero che tre anni prima era stata sospettata di aver avvelenato il marito, la descrisse mentre sulla spiaggia di Baia offriva all’ammirazione dei giovani il suo corpo quasi totalmente nudo, coperto solo da due fasce di seta, una stretta intorno al petto, l’altra intorno al ventre: insomma, Clodia avrebbe inventato il  “due pezzi”.

 

Cicerone invitò i presenti a notare che la sorella del nefasto tribuno mostrava la sua dissolutezza non solo usando certe parole e baciando e abbracciando con passione anche in pubblico, ma anche con il fuoco degli sguardi e con i modi del muoversi e del camminare. C’è chi sospettò allora e ha sospettato anche in seguito, leggendo con attenzione le parole di Cicerone, che anche l’oratore avesse tentato di conquistare Clodia, senza riuscirci. In ogni caso, con quel ritratto al nero di seppia Cicerone ci svela qualcosa che andava oltre le sue intenzioni: ci dice che Clodia era padrona di sé stessa, che aveva il coraggio di violare le regole dell’ipocrisia sociale, che si divertiva a urtare il perbenismo e ad ascoltare lo schiocco dell’urto.

 

Solo una donna dotata di tale temperamento, e di tale intelligenza poteva conquistare il cuore di Catullo e indurlo a scrivere: “Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, / e le chiacchiere dei vecchi troppo severi / consideriamole tutte un soldo. / I soli possono tramontare e ritornare: / per noi, quando tramonterà la luce dalla durata così breve /, rimane solo una notte perpetua, riservata al sonno.”. A Lesbia Catullo chiede migliaia di baci, che mescoleranno senza sosta: gli invidiosi maligni, e nemmeno i due innamorati, devono sapere quanti sono i baci. Catullo conosce la sofferenza della gelosia: ma non può liberarsi dall’amore per Lesbia: “odio e amo, forse ti chiedi con insistenza come e perché faccia ciò, non lo so, ma sento che è così, e mi tormento.” La “Lesbia” di Weguelin assume una postura elegante: le braccia, il petto, i fianchi si inarcano con un movimento lieve che le pennellate “condotte” con sapienza a dipingere il velo sottolineano attraverso i giochi di luce. Alle sue spalle il cancello è chiuso a metà: è la signora che concede il diritto di entrare. E la signora è per un attimo rilassata: il suo sguardo si posa sugli uccelli fermi davanti ai suoi piedi, a formare un’immagine che di solito ricorre nei ritratti delle dee. La “Lesbia” di Weguelin è una dea: il suo spazio non è il salotto di casa, ma il mondo che si apre e si distende alle sue spalle.

 

 

 

 

Adv

In evidenza questa settimana

Ottaviano, agende fitte tra caffè e comizi ma scoppia il “caso casellari giudiziali”

La campagna elettorale di Ottaviano entra nella fase più...

Fratello Universo: tra arte e spiritualità nella Basilica di San Lorenzo Maggiore

Riceviamo e pubblichiamo: Napoli accoglie uno degli appuntamenti artistici e...

Esposito-Caserta, il confronto diventa scontro totale: “C’è chi scappa”, “Toni da bullo”

La campagna elettorale per le amministrative di Sant'Anastasia entra...

Acerra, via libera al Museo della Memoria e al piano di rateizzo per i tributi

Riscossione dei tributi, dal Consiglio un aiuto ai cittadini....

Argomenti

Adv

Related Articles

Categorie popolari

Adv
Adv