Nella cultura orale del vesuviano la devozione alla Madonna di Castello di Somma Vesuviana è strettamente unita ad uno spazio: La montagna. Il Monte Somma, nel periodo compreso tra il sabato dopo Pasqua e il tre maggio, diventa il perimetro cerimoniale al cui interno “le paranze” manifestano l’attaccamento alla fede e all’identità dei loro padri
Almeno due sono gli aspetti che accomunano i riti dedicati al culto della Madonna, detta di Castello, di Somma Vesuviana, a buona parte dei culti mariani nelle comunità a cultura agropastorale del nostro meridione: il cammino, per raggiungere il punto più alto di un monte; la musica. L’aspetto etnomusicologico richiede una trattazione a parte. Soffermiamoci sulla questione del cammino.
Le feste Mariane a matrice popolare del sud Italia prevedono, nella maggior parte dei casi, la salita di un monte per raggiungere una meta ritenuta sacra dalla comunità detentrice del rito: è il caso della festa della Madonna di Viggiano, la prima domenica di maggio, quando la statua della Madonna dal paese viene portata in un’altra chiesa, sita sui monti che sovrastano la piccola cittadina potentina; la traslazione avviene a piedi: circa 16 km in salita. Un culto extraregionale, quello della madonna di Viggiano, che attira pellegrini non solo dalla Basilicata, ma soprattutto dalla zona meridionale della nostra regione. Le stesse dinamiche si possono osservare nei riti dedicati alla Madonna del Pollino: il simulacro della madonna, dalla chiesa parrocchiale di san Severino Lucano, viene portato, a piedi, la prima domenica di giugno, in una chiesa posta sul massiccio del pollino a 1537 metri di altitudine.
Non bisogna guardare fuori dalla nostra regione per trovare rituali analoghi. All’interno della stessa cultura vesuviana la devozione alla Madonna è strettamente legata a lunghi cammini per raggiungere una meta considerata sacra. Spesso tali percorsi prevedono l’ascesa di un monte; basti pensare al più antico e vesuviano dei pellegrinaggi: la tradizionale “Juta” a Montevergine.
Nel caso dei riti di Somma Vesuviana la questione del cammino, come dato etnografico, è caratterizzata da una singolarità che svela un importante aspetto antropologico: I sommesi, che il sabato dopo Pasqua e il tre maggio raggiungono la “Traversa” e” Il Ciglio”, non hanno come meta un luogo Sacro; per le “Paranze” è sacro lo stesso spazio che attraversano per arrivare alla meta: La Montagna. Sia il Sabato, detto dei fuochi, che “o tre ra’ roce”, il cammino, inizia alle prime ore dell’alba. Raggiunte le località, sopra menzionate, la giornata è scandita da segni e pratiche precise, condivise nel tempo. Alla traversa, località intermedia tra l’inizio della salita e il ciglio, soprattutto il sabato dei fuochi assume una connotazione quasi penitenziale: ci si astiene dalle carni, che verranno poi consumate il tre maggio; i membri più anziani della paranza salgono senza le mogli. Arrivati alla meta ci si raccoglie in preghiera davanti ad una piccola edicola votiva e contestualmente viene preparata una catasta di arbusti secchi intorno ad un lungo palo sulla cima del quale viene posta una bandiera, con l’immagine della Madonna di Castello. La struttura così costituita viene poi accesa sul far della sera quando le paranze scendono per sostare davanti alla chiesa, ai piedi della montagna. Per anni ho preso parte ai riti del sabato dei fuochi, stabilendo forti contatti soprattutto con i membri storici della paranza: Giuseppe Iovino (Pino Jove), Peppe Capasso, mi hanno più volte spiegato che la trasversa svolgeva un ruolo importantissimo di servizio e di ristoro ai pellegrini diretti alla meta ultima: Il ciglio.
IL ciglio è accessibile all’uomo a patto che l’uomo lo raggiunga con le sue gambe, questa è un’altra singolarità dei riti della montagna: il punto più alto non può essere raggiunto da nessun mezzo di locomozione. Le paranze che hanno il ciglio come meta descrivono un percorso idealmente circolare: partono da un quartiere, il Casamale, e vi ritornano alla fine della giornata. Il Casamale è situato nella zona Nord del paese, immediatamente ai piedi della montagna. I suoi abitanti, soprattutto quelli che mantengono viva questa tradizione, possono essere considerati i custodi del monte Somma: conoscono la montagna palmo a palmo, i suoi sentieri, la sua natura, i suoi ritmi e anche le sue insidie. Verso la metà degli anni ottanta sul ciglio viene completata una piccola cappella; uno dei principali animatori dell’iniziativa è Felice D’Avino detto “O’ Quarturan”. L’amico Raffaele Ragosta, nato e cresciuto al Casamale, componente della paranza del ciglio, mi spiega che da ragazzino saliva portando con gli altri, un po’ alla volta, l’occorrente che sarebbe poi servito per la realizzazione della cappella, rigorosamente a piedi.
Per i sommesi che salgono in montagna, ancora più sacro del monte che attraversano è il loro stesso cammino; un cammino che è sacrificio nel senso etimologico del termine: sacrum, facere, produrre il sacro. Il Cammino non solo è sacro ma a Somma Vesuviana diventa produzione del sacro.
Al di fuori della Campania, ho citato due pellegrinaggi importanti: Viggiano e il Pollino. Qui lo spazio del cammino è stato a tal punto valorizzato da creare un percorso che ha tutti i crismi di una strada nel senso ingegneristico del termine: c’è stata la volontà di farlo sfidando anche anfratti di appennino impervi molto più del sentiero (assolutamente non può essere chiamata strada) che porta al ciglio. Bisogna avere cura di quel percorso; è il percorso dell’identità di una comunità. Bisogna avere cura di quel percorso per un fatto di sicurezza. Bisogna avere la stessa cura che hanno le paranze che salgono in montagna preoccupandosi di quel percorso sempre, tutto l’anno: è una forma di preghiera alla “Mamm e Castiell”.



