Nell’Ottocento il territorio vesuviano – la birra “Maneba” si produce a Striano – contribuì alla produzione della birra “napoletana” con il luppolo, con l’orzo, con le botti di legno di quercia e con le bottiglie. I nomi, amabilmente stranianti, dei tipi della birra “Maneba” trovano una saporosa spiegazione nei valori della civiltà dell’alimentazione napoletana.
Promossero la diffusione della birra a Napoli i soldati svizzeri arruolati nell’esercito dei Borbone. Come abbiamo già raccontato in un articolo del 2016, fu forse un Maestro austriaco il primo a produrre birra in un palazzo napoletano, la “Casa Como” a via Duomo, infestata dalla nera leggenda di indiavolati “monacielli”. Ma la storia certa inizia con la “fabbrica” che lo svizzero Caflish installò a Capodimonte nel 1825: la birra da lui prodotta conquistò a tal punto il favore dei Napoletani che Francesco I, sollecitato dal clero, dai mercanti di vino e da alcuni alti funzionari di polizia che dichiararono l’ubriachezza da birra ancora più pericolosa dei fumi del vino, ordinò, nel marzo del 1829, che tutte le fabbriche “di tale liquore” venissero trasferite fuori della capitale e che su ogni botte di birra introdotta a Napoli – la “botte” conteneva 500 litri- gravassero 8 ducati di “dazio consumo”. Bisogna dire che Luigi de’ Medici non condivise il decreto reale, ma non ne fece un motivo di guerra: del resto, nemmeno il suo amico Metternich era riuscito a convertirlo alla birra, e a indurlo a tradire i vini del Vesuvio e quelli di Borgogna, che erano i protagonisti della sua ricca “cantina”.
“La produzione della birra, ovviamente, crollò, e la crisi durò una quarantina d’anni. Andati via i Borbone, i governi dell’Italia unita consentirono a Caflish di riaprire la “fabbrica” di Capodimonte, ma non addolcirono i tributi, anzi resero ancora più pesante il dazio sul luppolo che veniva quasi tutto dall’Ungheria: tuttavia già nel 1825 i Caflish avevano usato, con l’orzo dell’ Acerrano, anche il luppolo che nasceva spontaneo nelle terre acquitrinose tra Marigliano e Cimitile. Nel 1841 Giulio Avellino scrisse che il luppolo “spontaneo” si trovava perfino nel bosco dei Camaldoli, a Napoli, e condivise l’opinione dei medici londinesi che chi beveva “birra con il luppolo” era meno esposto al pericolo di “pietra nella vescica”. Nel 1864 alcuni agricoltori avviarono la coltivazione del luppolo tra Nola e Acerra, sollecitati non solo dalle fabbriche di birra, ma anche dalle fabbriche di carta. Nel 1872 nella sola città di Napoli vennero importati dall’estero 630 ettolitri di birra in botti e circa 3000 bottiglie da un litro: questo dato convinse le autorità a riconsiderare la politica dei dazi, a “proteggere”i birrifici locali e anche le vetrerie di Barra che incominciavano a produrre le bottiglie per la birra, dopo che per anni erano state usate “le bottiglie per vino champagne” comprate in Francia.”
Questo scrissi nell’articolo del 2016. Avrei voluto aggiungere che anche le Vetrerie Scudieri producevano, a Ottajano, bottiglie per la birra, ma non lo feci, perché non ho trovato fino ad oggi un documento che confermasse la notizia, fornitami, molti anni fa, da un produttore di liquori. Invece ho trovato, negli archivi di Napoli e di Caserta, le “carte” in cui si attesta che negli ultimi dieci anni dell’Ottocento i Saggese del Centro Abitato di Ottajano e i Menichini di Terzigno, che allora era “quartiere” di Ottajano, fornivano barili di legno di quercia, indispensabili per affinare e invecchiare la birra, ai Maione, proprietari di tre “fabbriche” a Napoli, e fusti alla “Birraria Bavaria” – “Birraria”, proprio così – che Gustavo Stern aveva aperto “sotto il porticato della Regia Galleria Umberto I, vis à vis al Teatro S. Carlo”. In quegli stessi anni i Di Prisco e gli Ammirati fornivano importanti quantità di orzo, coltivato al Pianillo, tra Ottajano e Sarno, a Giovanni Wital, importante produttore di birra.
Dunque, anche la birra artigianale “ Maneba”, che si produce a Striano, “sa” di storia vesuviana, e dunque ha il diritto di chiamarsi “ la birra del Vesuvio”. E nomi legati alla storia di Napoli i produttori hanno dato ad alcuni tipi di birra, “L’oro di Napoli”, “Vesuvia”, “Masaniello”, “ ‘A Fenesta”, “ ‘A Livella”, “Spaccanapoli”. L’effetto è, a prima lettura, amabilmente straniante, ma poi, dopo che hai bevuto e gustato, ti accorgi che è giusto chiamare “Spaccanapoli” una birra “tripel di ispirazione belga”, prima di tutto perché è la più intensa, “la più strong della nostra flotta”, come si legge nella presentazione, e poi perché questa intensità si schiude, di sorso in sorso, in una delicatezza che sa di spezie e profuma di frutta bianca. E’, insomma, una birra “sinfonica”, con una sorprendente varietà di toni, imbevuti di serena luminosità partenopea. La “Masaniello”, invece, si apre nel segno del sapore di caramello e poi percorre il fascinoso territorio delle note resinose e fruttate del luppolo, fino a raggiungere il vertice, la nota più alta, “un amaro deciso” che non solo non offusca la freschezza del piacere, ma al contrario vi immette un tono, prezioso, di scintillante, durevole vitalità. E Masaniello è “figura” perennemente viva nel teatro della storia di Napoli.
La produzione della “Maneba” segue un ambizioso progetto, che è già realtà, grazie a una competenza fatta non solo di sapienza tecnica, ma anche di raffinata sensibilità e di una profonda conoscenza della storia sociale e territoriale dell’alimentazione.



