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Addio a Giuseppina D’Amato, scampò alla morte durante la ritirata tedesca nel 1943 a Somma Vesuviana

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Nata nel 1934 a Somma Vesuviana, era l’unica testimone ancora in vita di quell’orribile 1° Ottobre del 1943. Donna mite, dolce, di quelle capaci di trasmetterti sempre qualcosa di positivo. Ha vissuto un’intera vita con il triste ricordo della tragica morte della madre Luisa Granato.

 

Il 28 settembre del 1943 a Somma Vesuviana iniziarono  le razzie dei tedeschi che portarono via oggetti di valore, animali e mezzi di trasporto. La città era scossa dal frastuono metallico dei carri armati in ritirata.  Giuseppina D’Amato, all’epoca, aveva nove anni.  Il padre era prigioniero di guerra. La ragazzina, con la mamma Luisa Granato e la sorella Teresa, dormiva e mangiava dai nonni, che abitavano a poca distanza. La mattina del 1° ottobre la famiglia aveva trovato rifugio e ospitalità verso la località Castello insieme ad altre numerose persone. Intanto, giù in paese, i tedeschi incendiavano le case degli antifascisti Don Umberto De Stefano, Gennaro Ammendola, Francesco Capuano, Michele Pellegrino, Vincenzo De Falco, della famiglia Bianco e dei Mazzarella. Dal castello montano si vedevono le fiamme lambire i tetti e il cielo. In via Roma veniva ammazzato vicino al suo portone, con un colpo di pistola al collo, il fornaio Michele Muoio. Nella proprietà dei Di Lorenzo, vicino Porta Terra al Casamale, moriva mitragliato lo sfollato Ciro Giannoli.

La sorella di Giuseppina,  Teresa, era piccola e affamata: iniziò a piangere perché voleva un torso di pane. Donna Luisa, da buona mamma, decise di scendere in paese per assecondare la figlioletta e, del tutto incurante delle conseguenze, si diresse, con la piccola Giuseppina, verso casa in via Casaraia. A nulla valsero le esortazioni delle persone: mentre Luisa stava per aprire la porta, i tedeschi – di guardia al ponte Purgatorio – iniziarono a sparare senza pietà colpendola al fianco destro. Erano le ore 16:50. Luisa fece un giro su se stessa e cadde ferita a terra. La piccola Giuseppina si salvò, invece, dalle furiose raffiche tedesche.  Un uomo, che abitava nella località Purgatorio (attualmente l’incrocio che porta all’Ufficio postale), sparò ad un tedesco ferendolo gravemente. Solo allora i  tedeschi, alla vista del compagno ferito, decisero di abbandonare quella postazione. Intanto il tempo trascorreva inesorabilmente e mamma Luisa continuava a perdere sangue: un fiotto era sceso lentamente sulla scalinata che dal portone di via Casaraia mena (ancora oggi) a via Roma. Inutile fu l’arrivo del Dottor Eugenio Testa. Necessitavano le cure in un buon ospedale: cosa impossibile per i ponti saltati e le strade minate. Luisa Granato morì nel primo pomeriggio, lasciando nello sconforto le due figlie. Quella stessa notte arrivarono gli Americani che vegliarono sul suo corpo. L’apnea fascista e la morsa nazista finirono. Dovunque si respirava fumo e macerie, ma finalmente Somma Vesuviana fu libera.