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Suicidi alla Fiat, lo Slai Cobas denuncia: l’azienda sapeva ma non ha mosso un dito

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Prosegue lo scontro sindacale dopo i suicidi degli operai Pino De Crescenzo e Maria Baratto. Esposto choc in procura del leader degli autorganizzati, Vittorio Granillo.

Non si placa la polemica scaturita dal suicidio dell’operaia Fiat Maria Baratto, la 47enne cassintegrata del Wcl di Nola che due settimane fa si è uccisa nel suo appartamento di Acerra. Ieri infatti lo Slai Cobas di Pomigliano ha consegnato una denuncia alla Procura di Nola.

“La Fiat sapeva ma non ha mosso un dito”, l’accusa sostanziale scritta nell’esposto presentato dai legali del sindacato degli autorganizzati, guidati dall’ex operaio della Fiat di Pomigliano Vittorio Granillo. Nel documento si fa riferimento sia ai suicidi che ai tentati suicidi registrati tra i cassintegrati del reparto logistico di Nola, il Wcl appunto, e della Fiat di Pomigliano. “ Già un anno prima dei due ultimi suicidi, quello degli operai del reparto logistico Pino De Crescenzo e Maria Baratto – sostiene Granillo – lo Slai aveva comunicato alla Fiat, attraverso un dettagliato esposto consegnato all’azienda, le gravissime condizioni di disagio materiale e psicologico in cui versano i lavoratori, costretti a stare in un regime di cassa integrazione troppo lunga e insostenibile”.

Intanto la Fiat non replica. Ma ambienti vicini all’azienda parlano di “tante parole e denunce non supportate da fatti, inconsistenti e in grado comunque di gettare solo fango”. E’ una vertenza ad alta tensione quella del Wcl, il World Classic Logistic, impianto costruito dalla Fiat nel 2008 per smistare in tempo utile le merci da e per gli impianti del Lingotto dislocati al Sud. Ma non è mai decollato. Il Wcl conta 316 addetti, la stragrande maggioranza dei quali, circa 300, non lavora da sempre: tutti in cassa a zero ore da sei anni di fila. La cig scadrà il 13 luglio prossimo. Per realizzare l’impianto nolano la Fiat aveva fatto trasferire parte degli addetti dello stabilimento automobilistico di Pomigliano. Fu un trasferimento traumatico, caratterizzato da picchetti e scontri con le forze dell’ordine.

Gli operai destinati al nuovo reparto, molti tra loro gli attivisti sindacali, temevano di essere tutti licenziati. Nel frattempo l’inattività del reparto è stata caratterizzata da suicidi e tentati suicidi. A febbraio il suicidio di Pino De Crescenzo, 43 anni, due figli, attivista Slai e operaio cassintegrato del Wcl, impiccatosi in un alloggio di Afragola. E il 24 maggio scorso i carabinieri ritrovano nella sua abitazione, riversa in una pozza di sangue, Maria Baratto, 47 anni, anche lei operaia del Wcl di Nola, in cig da sei anni di fila, e anche lei attivista Slai.

La donna si era tolta la vita circa tre giorni prima, dandosi una serie di coltellate all’addome. Maria viveva da sola, in un appartamentino preso in affitto ad Acerra. L’operaia era molto impegnata nello Slai Cobas. Prima di morire aveva scritto una lettera-documento proprio sui suicidi e i tentati suicidi nella Fiat.

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