L’equipaggio di un veicolo militare in piazza Garibaldi risponde ad una richiesta di aiuto per un incendio di rifiuti: “Chiediamo la strada ai Vigili Urbani”.
Questa storia nella sua assurda normalità, tutta vesuviana, ha dell’incredibile. Decenni di incuria ed abusivismo ci hanno resi immuni ad ogni attacco dal mondo esterno e tutto viene archiviato in quell’enorme discarica che è l’animo umano.
Mercoledì 4 giugno, mi sollecita un amico che vive in Parco Belvedere, popoloso quartiere a valle di San Giuseppe Vesuviano costruito alla fine degli anni cinquanta per gli operai e le loro famiglie, oggi abitato in gran parte dai discendenti degli assegnatari ma anche da stranieri. E’ una telefonata di emergenza: Davide, questo è il nome, soffre di una rara malattia che distrugge le persone senza sintomi apparenti, chi ne viene colpito si sente spossato, con continue cefalee e stati di asfissia, il tutto provocato dall’inquinamento elettromagnetico e dal degrado ambientale.
Basta uno dei tanti roghi di rifiuti per debilitarlo quasi fino al collasso. Mi avverte che è chiuso in casa e non riesce a respirare, ci deve essere un grosso incendio nelle vicinanze, eppure vive in un parco densamente abitato, sono centinaia le famiglia che risiedono al Belvedere. Dopo tanti anni di denunce contro gli sversamenti selvaggi, e conseguenti roghi, di rifiuti industriali, mi bastano pochi minuti per trovare la fornace: in via del Fiordaliso, esattamente a cento metri in linea d’aria dal Parco Belvedere.
Questa strada fu costruita nei primi anni ‘90 per favorire la speculazione edilizia e l’abusivismo a valle di San Giuseppe Vesuviano, ma poi per motivi sconosciuti nessuno ha pensato di investire in questa zona nonostante fosse prevista l’uscita dell’autostrada. Oggi viene usata come discarica e inceneritore a cielo aperto nei periodo di emergenza rifiuti. Avviso il 115 ed il comando Polizia locale lasciando generalità e anche il civico dove si trovano le braci fumanti di due grossi incendi avvenuti molte ore prima ma che avrebbero fumato per chissà quanto tempo ancora. Passando per piazza Garibaldi incontro una pattuglia dell’Esercito Italiano che prende il fresco sul marciapiedi di fronte al loro veicolo mimetico.
La informo dell’incendio e chiedo se può fare qualcosa. Uno dei militari mi ascolta distratto e risponde di non conoscere le strade, “siamo appena arrivati, adesso vado dai Vigili Urbani e mi faccio dire dove si trova questa strada” e si dirige verso piazza Elena D’Aosta. Passano i minuti e mi contattano i Vigili del Fuoco che mi chiedono spiegazioni sull’indirizzo: sono in piazza Garibaldi, a oltre tre kilometri dall’incendio, perché “via del Fiordaliso non è presente nelle mappe del nostro navigatore”. Vedo il loro mezzo e li invito a seguirmi.
Nel frattempo si sono avvicinati gli agenti della municipale seguiti dai militari, parlottano, e poi il grosso mezzo dei pompieri si avvia per seguirmi. Nel tragitto chiamo la centrale operativa del comando Polizia Locale e chiedo spiegazioni: “La pattuglia si è recata sul posto ma l’incendio era spento” risponde l’operatore. Inutile ribattere che tutto intorno l’aria era irrespirabile e il solo passare in auto faceva lacrimare. Mi torna in mente una battuta di un noto commerciante sangiuseppese: “Solo chi si fa male, sente il dolore”.
Arriviamo finalmente in via Del Fiordaliso e subito il personale dell’autobotte si mette al lavoro, pochi minuti e la brace viene spenta, anche l’aria intorno diventa più respirabile, come facciano questi giovani in maglietta rossa e con gli anfibi a stare tutti i giorni vicino a questi incendi di prodotti chimici che emanano esalazioni tossiche nocive è un mistero. Rischiano la vita in continuo per uno stipendio che non supera i mille euro al mese. Chi spegne i roghi sono giovanissimi, di poco più anziani i capo squadra.
Solo quando tutto è finito arrivano gli agenti della municipale seguiti dal grosso veicolo militare dell’Esercito Italiano. Si muovono come dei grossi bradibi con i loro occhiali da sole a specchio. Constato che sono trascorse ben due ore dalla prima telefonata al 115 per un problema che doveva e poteva essere risolto rapidamente dalle istituzioni.





