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320 mila posti di lavoro in meno e reddito procapite tra i più bassi d’Europa. Non si spendono i fondi UE; i servizi pubblici la grande opportunità. Di Nunzio Ingiusto

C’è qualcosa che ancora sfugge al governo ed ai governatori del Mezzogiorno: il divario strutturale tra le due aree del Paese e sul quale occorre invece intervenire. Fa bene il premier Monti a sollecitare un impegno per l’utilizzo dei fondi strutturali europei, ma le cause del distacco strutturale Nord Sud ormai galoppano. Cause antiche e recenti. Puntuale su queste premesse, il focus realizzato da Confindustria e pubblicato sull’ultimo numero della rivista Check up Mezzogiorno. Uno slalom tra cifre, dati e grafici in caduta libera.

I danni subìti dall’economia meridionale sono impressionanti. Il Pil delle Regioni del Sud è calato di 19 miliardi rispetto al 2007, con una flessione secca del 6 %.Gli investimenti sono diminuiti di 7,5 miliardi (-10,8%), il fatturato delle imprese manifatturiere è sceso di quasi 2 miliardi; la conseguenza sul piano sociale sono stati 320 mila posti di lavoro persi e 159 milioni di ore di cassa integrazione. Il tessuto connettivo sociale ne risente, il Nord si è allontanato e le politiche di coesione nel campo dei servizi, delle infrastrutture, dell’istruzione sono tutte da definire. L’analisi di Confindustria ci guida in un territorio che conferma ,purtroppo la negligenza della classe dirigente. La diagnosi è severa verso lo Stato centrale, e per l’appunto, non risparmia le articolazioni territoriali.

In ogni campo si rilevano sprechi e inefficienze. Il Pil pro capite nel Sud è circa il 42% di quello del Centro Nord, nonostante la crescita della popolazione meridionale sia ferma da molti anni. Il confronto con le altre regioni d’Europa denota in maniera ancora più marcata l’arretratezza strutturale di Campania, Calabria, Sicilia. Rispetto alla media europea il Pil meridionale procapite è più basso del 31%.
In un così disastroso contesto vale la pena riflettere su due elementi. L’utilizzo dei fondi europei ,come si diceva all’inizio, e la riorganizzazione dei servizi locali. Sui Fondi europei l’Italia è paurosamente indietro , non riesce a spendere quello ciò che ha previsto. La ridefinizione dei progetti per i fondi strutturali 2007-2013,è in corso ma bisogna accelerare per evitare che i soldi finiscano ad altri Paesi dell’Ue.

Le mille discussioni tra governo centrale e governatori non hanno portato da nessuna parte , e solo pro bono pacis il governo ha evitato il commissariamento delle Regioni. Ma tant’è e l’ultima parola non è ancora detta. I servizi pubblici possono dare la vera spinta al riequilibrio nazionale.Finita l’attesa per gli investimenti nella grande industria, abbandonata per sempre la politica dei poli industriali, il Sud può puntare sui servizi. Le società moderne si caratterizzano per la quantità e la qualità dei servizi erogati. Gli industriali si lamentano, i meridionali pagano a caro prezzo ciò di cui usufruiscono, i referenti delle società di servizi non fanno quel salto di qualità che la situazione richiede.

Energia, acqua, rifiuti, servizi all’ambiente, cura del territorio sono, peraltro, capitoli di spesa dei fondi europei, in grado di assicurare migliaia di nuovi posti di lavoro in un arco temporale di 4-7 anni e di mettere in moto un consistente ciclo di investimenti. La crisi del Mezzogiorno – scrivono i curatori del focus di Confindustria – si conferma paradossalmente come l’elemento esterno che può stimolare gli attori del sistema Italia a fare ciò che fino a questo momento non si è voluto o potuto fare. A supporto ci sono i dati, non fumosi e rituali dibattiti.
(Fonte Foto: Rete Internet)