Bene ha fatto Il Mediano, attraverso la firma del caro Luigi Jovino, ad occuparsi della morte di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. Ma non posso far passare l’occasione della triste perdita di Petrini, senza una testimonianza diretta dell’incidenza su Somma della sua grande opera rivoluzionaria. Da sostenitore Slow Food ne sento il dovere morale.
Pochi sanno infatti che due dei tre prodotti agricoli tipici del nostro territorio hanno avuto a che fare, ed ha ancora a che fare uno (l’albicocca vesuviana), con l’associazione internazionale. In primis il pomodorino del piennolo del Vesuvio. La relativa DOP è nata in casa Slow Food. Erano i tempi della nascita dell’Arca dei Presidi con cui Carlo Petrini cominciò la sua grande opera di tutela e valorizzazione delle piccole produzioni agricole di nicchia in fase di estinzione, in Italia ma poi in tutto il mondo. Aveva cominciato con l’ormai famosissimo lardo di Colonnata e le meno famose pesche insacchettate di Leonforte. Slow Food aveva già conosciuto i pomodorini del Vesuvio attraverso l’attivismo dell’assessore provinciale Tommaso Sodano che, nel 2000 pare, “costrinse” qualche produttore locale a partecipare al Salone del Gusto di Torino.
E quando la Condotta Vesuviana fu investita dagli input di provenienza piemontese i soci misero in cantiere i lavori per il pomodorino e le albicocche. I primissimi incontri si fecero all’agriturismo “Bel Vesuvio In” a San Sebastiano al Vesuvio con appena cinque presenze. Erano gli anni 2002/2004. Per il pomodorino del Vesuvio le cose furono relativamente facili. Nessuno ci credeva e quindi fu comodo per i promotori arrivare al dunque ed addirittura cominciare a lavorare sulla DOP che puntualmente fu approvata (2009).
Per le albicocche, invece, cominciati i primi incontri, sempre i soliti cinque scatenati e appassionati componenti, cominciarono anche le “interferenze” delle categorie professionali che volevano l’esclusiva genitura, non capendo neppure i sacrosanti principi culturali e liberali di Slow Food. E credendo di riuscire in proprio nella valorizzazione di un prodotto di grande pregio commerciale, ma anche necessario di doveroso sostegno culturale, intrapresero in solitaria, lo sgangherato e disastroso percorso della IGP. Infatti, dopo grandi proclami e affollatissime assemblee, ebbe una sonora bocciatura dagli organismi preposti (italiani ed europei). Pare fosse l’anno 2010. Fortunatamente proprio l’ anno scorso, su iniziativa dei sommesi Angrisani e pochissimi altri, ci si è rimessi all’opera per una tardiva, ma pur sempre utile IGP, che pare ormai in dirittura di positiva approvazione. Comunque Slow Food, in questi anni terribili, tra virus, malattie, clima e abbandoni, ha garantito una validissima e provvidenziale tutela e sostegno di presidio della impareggiabile drupacea vesuviana.
E chi erano i cinque “pazzi” promotori dei prodotti vesuviani? Alcuni neppure agricoltori, ma erano quasi tutti di militanza “petriniana”. E stessa origine avevano i sempre pazzi promotori (tra cui Marino e Mosca) del Catalanesca IGP Monte Somma, subendo anche in questo caso le interferenze negative della grande produzione settoriale. Ma stavolta le cose andarono meglio arrivando al traguardo con pochi danni collaterali.
Ad onore del vero mai Slow Food ha rivendicato l’esclusività del successo ma i fatti non possono smentire la realtà di decenni di presenza nel vesuviano e di centinaia di iscritti a tutt’oggi (tra cui tanti sommesi). E rimane il fatto che una piccola comunità di produttori agricoli vesuviani nel 2004 furono invitati da Carlin Petrini e ospitati in quel di Torino da Slow Food per partecipare alla prima edizione di Terra Madre. Tra questi ricordiamo Luigi Feola, Aniello Iovino (agriturismo), Luigi Beneduce (fattoria didattica), io stesso, ecc. Lì trovarono Giovanni Marino (Casa Barone), Libera Feola ecc. insieme a migliaia di altri contadini provenienti da tutto il mondo e insieme al principe Carlo d’Inghilterra (contadino), alla scrittrice indiana Wandana Shiva al regista Ermanno Olmi e tanti altri noti, e non, per dare voce a chi di agricoltura viveva, per discutere di biodiversità, sostenibilità, clima ecc.
Come sempre solo il futuro ci svelerà la grande opera di riscatto sociale e culturale che Carlo Petrini con le sue intuizioni ha prodotto nelle sue Langhe, in Piemonte, in Italia (e anche da noi), nel mondo. Tra la tanta bella gente di quell’epopea d’oro di movimentismo in agricoltura manca però il nome del compianto concittadino prof Peppe Nota. Fu il primo responsabile della Condotta del Vesuvio. Nonché amico della prima ora di Carlin Petrini. E’ stata una generazione, ormai in estinzione, di persone cresciute con l’intento di lavorare al bene comune mettendo a repentaglio qualche volta anche i bilanci familiari pur di riuscirci. Ma la cui militanza ed abnegazione ha contribuito a portare reali benefici di grande utilità pratica.







