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La filosofia dei maccheroni IV parte. Contro i sofismi della polenta e della coda alla vaccinara, l” ironia socratica degli spaghetti aglio, olio, prezzemolo e peperoncino. Di Carmine CimminoSocrate usava, e consigliava di usare, l’ironia come una scopa e come un randello. Una scopa implacabile e un randello elegante, usati, l’una e l’altro, con mano abile e ferma, per spazzare via le chiacchiere dei chiacchieroni che si spacciano per filosofi, e per scrostare il cervello dei presuntuosi, degli arroganti e di coloro che da ogni poro trasudano – è un sudore insopportabile – la persuasione di essere i più furbi e i più intelligenti. Anche in filosofia, se si vuole costruire qualcosa di nuovo, bisogna sgombrare il campo da carcasse e rottami. I maccheroni filosofi affidano questo compito delicato agli spaghetti aglio olio prezzemolo e peperoncino. E vediamo perché.

Vediamolo subito, prima che mi vinca la voglia di affrontare il tema eroico del duello che in questo nobile piatto combattono l’aglio, il prezzemolo e il peperoncino, sciorinando tutte le loro virtù, quelle manifeste e quelle segrete. Ma rinviamo il racconto ad altro tempo. Ora, e qui, prendiamo le mosse da Giuseppe Marotta, il quale scrisse, in una fragrante poesia, che sugli spaghetti aglio e olio il prezzemolo è sfuttente. In questo aggettivo denso di significati, un aggettivo degno di Platone e di Kant, Nello Oliviero vide “un senso mordente, piuttosto terroso, ritornante, insistente”. Insomma, per Oliviero, sugli spaghetti aglio e olio il prezzemolo esiste non in sé, ma solo in funzione dell’aglio. Mi permetto di dissentire.

Lo sfuttente di Marotta significa proprio sfottente, che sfotte, che piglia in giro. E questa sua virtù, questa sua ironia, il prezzemolo la trasmette a tutto il piatto, all’aglio, agli spaghetti, anche al noioso peperoncino, perfino all’olio, che per sua natura è invece pacioso, e perciò non urta, non sfida, non punge, ma lubrifica, unge e smussa: insomma fa scivolare.

Qualche settimana fa, durante un comizio, l’on. Bossi ha offeso i Romani interpretando l’acronimo S.P.Q.R. (senatus populusque romanus) con quella versione, Sono porci questi Romani, che risale, si fa per dire, ai tempi di Viridomaro, di quel condottiero di Galli Cisalpini, che sono più o meno gli avi dei Lombardi, di cui i Romani fecero polpette due secoli prima di Cristo, dalle parti di Casteggio, nell’Oltrepò pavese: lì il console Marcello uccise di sua mano Viridomaro, o Virdumaro, o come si chiamava. Una interpretazione che già 22 secoli fa, si fa per dire, non faceva ridere ha fatto ridere, una volta si diceva a crepapelle, un giovanotto che stava sul palco accanto al capo della Lega, mentre il capo della Lega illustrava al pubblico in delirio la sua traduzione dal latino.

Mi dispiace di non conoscere il nome e l’indirizzo del giovanotto: vorrei regalargli la copia di un certo acquerello di Giacinto Gigante: in segno di gratitudine. Perché la sua incredibile, intraducibile, indescrivibile risata -un misto di ammirazione frenetica di stupore esplosivo di cosmico compiacimento per il suo capo- quella sua risata, che sgorgava e zampillava dalle sorgenti profonde della cultura celtico-padana, mi ha commosso, addolcito, consolato. Ero nella tenebra, e sono stato illuminato, anzi folgorato. Ero abbattuto, e mi sono risollevato; avevo un qualche timore, e ora sono pieno di coraggio. Un grazie sincero al giovanotto. Un giorno svelerò quali tesori di verità e di conforto mi ha regalato la sua risata.

Per fortuna, i Lombardi dell’on. Bossi e i Romani dell’on.Alemanno hanno fatto la pace. È stato consumato un pranzo di amicizia e di unità, davanti a Montecitorio: non si poteva scegliere luogo più consono: forse solo il Campidoglio avrebbe potuto accogliere altrettanto degnamente un banchetto di tale portata e di tali portate. I Romani e il loro sindaco hanno mangiato anche polenta, l’on. Bossi e i suoi hanno mangiato anche rigatoni e coda alla vaccinara. Uno scambio culturale, insomma. L’opposizione, come al solito, ha protestato, ha strepitato: insomma ha preso sul serio la cosa, e ha dimostrato, ancora una volta, di non conoscere Socrate.

Il problema è che Casini e Bersani sono emiliano- romagnoli- romani: e dunque frequentano, anche loro, rigatoni, coda alla vaccinara, polenta e ragù alla bolognese. Ignorano, purtroppo, le virtù degli spaghetti aglio olio ecc.ecc.. Se non le ignorassero, invece di sbraitare e di incazzarsi contro i Lombardi dell’on. Bossi e contro i Romani dell’on. Alemanno, sarebbero scesi in piazza, in corteo, e mentre quelli consumavano i loro piatti di taglia forte, avrebbero silenziosamente, socraticamente, polemicamente mangiato spaghetti aglio e olio e prezzemolo e peperoncino. Ma non è mai troppo tardi per convertirsi. Mi auguro che l ’on. Bersani e l’on. Casini vengano illuminati dalle riflessioni di Paolo Monelli, che non era napoletano, ma modenese, e confessava e ammetteva:

“Emiliani e romagnoli considerano la pasta soltanto come veicolo, per così dire, di cibi vari e essenziali, saporitissimi, di salse di ogni genere, di funghi, di fegatini, di tritati di pancetta e di carne di piccione: insomma si può dire che la pasta sia soltanto condimento di quei polpettoni, di quelle salse, di quei guazzetti molteplici. Per un napoletano, invece, tutte le paste lunghe e corte sono un cibo sovrano, fondamentale, che va condito con quanto basta per insaporirlo”.

E l’essenzialità estrema, la logica più affilata, l’ironia più socratica, si trovano negli spaghetti aglio, olio, prezzemolo e peperoncino, nell’estro dei tre odori che scrostano, bruciano, spazzano, smacchiano, puliscono, mettono a nudo la sostanza delle cose, squagliano i riboboli delle chiacchiere. Non è un piatto, quello, è una battuta di spirito, amara e beffarda: anche dopo un pranzo lussurioso, anche se il ventre è gonfio più di un otre gonfio, in quel ventre un piatto di spaghetti aglio e olio trova ancora uno spazio. Altri cibi – non mi chiedete quali, sono un uomo di pace – , altri cibi si ammassano sullo stomaco e sugli occhi, e non li sciogli nemmeno con l’acido: producono assopimenti improvvisi e irresistibili, e dal ribollio dell’interno pantano esalano i fumi di parole e di gesti che vorrebbero apparire segni veri dell’ amicizia conviviale.

Vorrebbero, ma non ci riescono. Se gli onn. Casini e Bersani avessero mangiato un bel piatto di quegli spaghetti di cui stiamo trattando, se avessero aperto cuore e mente alla forza combinata degli odori sfuttenti, avrebbero all’improvviso sentito le pietre della Roma segreta parlare, per esortarli alla calma:
“Non preoccupatevi di noi. Ne abbiamo visto di tutti i colori. E tutti i colori e le cose a cui i colori stavano attaccati sono scomparsi, sono annegati nel fiume del tempo, si sono sciolti in un’alluvione di sugna e di lardo. Noi invece stiamo ancora qua”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI CARMINE CIMMINO