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La cura dell’altro, l’antidoto a una società sempre più ripiegata su se stessa

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Non è difficile notare la bulimica e irrefrenabile voglia di pensare a se stessi, alla cura (quasi maniacale) del proprio corpo, al soddisfacimento di ogni possibile o impossibile desiderio. L’ “altro” sta diventando una categoria insopportabile, un peso da scrollarsi di dosso, perché limitante della mia affermazione personale. Non si tratta di semplice e riduttivo egoismo, ma di un vero e proprio cambio di paradigma culturale. Qui non si tratta di ergersi e affermarsi al di sopra degli altri, ma di una totale negazione della dignità dell’altro rispetto alla mia vita e alle mie voglie.

 

 

Non è semplice analisi apocalittica, ma uno spaccato di questa umanità che sta ricucendosi addosso un vestito dal quale ha stracciato buona parte della stoffa ritenuta vecchia (basti pensare ai valori cristiani) e sul quale la toppa che sta ricucendo è talmente inadatta alla realtà dell’umano che finirà prima o poi per lacerare definitivamente questo bel vestito che è frutto di una tradizione culturale e sociale.

Da diversi giorni ormai penso ad una caratteristica dell’umanità che sta vacillando: la dimensione della cura.

Qui non si tratta di attenzioni mediche. Il prendersi cura dell’altro è una qualità che nobilita e qualifica l’umano molto più di tante conquiste tecnologiche e scientifiche. Si gioca molto del presente e (probabilmente) del futuro di un mondo in continua lacerazione. Dopo la naturale deriva dei continenti, oggi assistiamo all’innaturale deriva della compassione e della cura.

Al di là del credo religioso, credo che la parabola evangelica del buon samaritano sia emblematica per ricondurre nella giusta direzione lo smarrimento attuale.

Proprio quest’immagine potente di Gesù può aiutarci nella riflessione comune sul cammino bello e faticoso che è la vita. In questo scritto voglio azzardare alcune caratteristiche della “cura” che potrebbero aiutare la riflessione.

La cura – ovvero – sguardo di compassione

La prima caratteristica, già evidenziata prima, della cura è lo sguardo di compassione. Non è la riduttiva “pena che mi fa” l’altro in difficoltà, ma la mia capacità di entrare in empatia con la sofferenza di chi mi sta accanto. Avvicinarsi al “dolore” dell’altro nasce dalla domanda cruciale “e se fosse capitato a me?”. Mettersi nei panni e nei sentimenti di un mio compagno di viaggio è il primo passo per uscire della comfort zone che mi sono creato per non aver fastidi da nessuno.

La cura – ovvero – l’esserci senza “se” e senza “ma”

Il secondo aspetto della cura dell’altro è la capacità di farsi prossimo senza calcolo. Il samaritano, nel vedere a terra il povero disgraziato assalito dai briganti, non si è chiesto chi fosse, cosa avesse combinato. Non ha pensato ad un eventuale compromissione, ma si è avvicinato senza pronunciare parole, ma compiendo gesti: versare vino per sterilizzare e olio per cicatrizzare. L’esserci per l’altro è una condizione esistenziale, non un teorema filosofico astratto. La cura parte dalla presenza, molte volte salutare proprio perché vissuta in assenza di parole vuote e inutili.

La cura -ovvero – la verità nelle relazioni

La terza caratteristica della persona capace di prendersi cura dell’altro è la verità nel rapporto. Non si nasconde mai la verità nel rapporto verso l’altro, ma si costruisce un vero e solido legame solo attraverso la sincera onestà della relazione. Non si può nascondere qualcosa per paura di ritorsioni, non si può celarsi dietro una maschera di buonismo. A volte anche la correzione fraterna è segno della cura. L’altro non è uno strumento che serve al mio scopo, per cui è strumentale al mio egoismo,

ma è un “tu” che aiuta la mia crescita nella relazione.

La cura – ovvero – la gratuità del bene

Oggi ogni cosa ha un prezzo, persino le relazioni tra di noi possono diventare convenienti. Quando sopraggiunge un interesse, allora la cura si trasforma in baratto per cui al mio interessamento deve corrispondere un guadagno (non necessariamente economico). Il samaritano addirittura deve rimetterci dei soldi nel suo compromettersi con l’aggredito: lo porta in una locanda e paga vitto e alloggio al malcapitato. Quell’uomo mezzo morto a terra non solo viene salvato, viene “curato”. Non prende da quell’uomo, ma dà tutto quello che può per rendersi realmente prossimo. La gratuità del bene è sorella alla verità nella cura dell’altro. L’attenzione disinteressata crea rapporti liberi.

La cura – ovvero – una visione, non un bisogno

Ultimo elemento, nella dimensione della cura, è la capacità di rispondere ad una visione, non al soddisfacimento di un bisogno.

Il buon samaritano non risponde all’emergenza causata da quell’uomo ferito, ma si china verso di lui perché è la sua visione del mondo che lo avvicina al malcapitato. La vera cura dell’altro non nasce dalla risposta ad un bisogno, seppur importante, dell’altro. La dimensione emergenziale delle relazioni svilisce la relazione stessa. La cura invece nasce da una visione della vita che fa della prossimità uno stile, un comportamento stabile, che definisce la personalità di chi sa realmente che significa vivere la compassione fraterna e riconoscere la cura come piena realizzazione dell’umanità.

 

Se proprio dovessimo trovare una modalità di bellezza per salvare questo mondo malato di intelligenza artificiale e di deficienza naturale, credo che la “cura dell’altro” sia un aspetto importante dell’umanità bella e interessante che può sopravvivere al tempo dell’egocentrica visione dell’uomo.

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