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Svelerò presto cosa veramente disse Garibaldi dopo Teano, e sarà una novità assoluta. Quell”incontro avrebbe dovuto avviare la costruzione dell”identità nazionale, ma l”occasione non è stata ancora sfruttata! Di Carmine Cimmino

Dunque, l’Amministrazione Comunale di Somma Ves.na intitola una strada a una data, il 26 ottobre 1860, che non fu un giorno qualsiasi. Fu il giorno in cui Garibaldi e Vittorio Emanuele II si incontrarono dalle parti di Teano, e Garibaldi salutò il Savoia come primo re d’Italia. Fu un incontro che la diplomazia di oggi definirebbe solo cortese. Non ci furono né abbracci né salamelecchi. I due cavalcarono uno accanto all’altro senza quasi rivolgersi la parola, mentre alle loro spalle garibaldini e ufficiali piemontesi si guardavano con occhio obliquo e con muso cagnesco.

Quando si congedarono, Vittorio Emanuele sussurrò nell’orecchio dell’ Eroe: “Caro Garibaldi, da domani la direzione della guerra passa nelle mani dei miei generali, Cialdini e Della Rocca.”. Insomma, è venuto il momento che tu e i tuoi vi togliate dalle scatole. La storiografia ufficiale è sostanzialmente d’accordo: i fatti si svolsero così. Grosso modo. Su qualche particolare è ancora aperto il dibattito: ma si tratta di cosucce insignificanti: se i due si incontrarono a Teano, o a Taverna della Catena, o a Caianiello; se Garibaldi portava il poncho, se il re si era sforbiciato i baffi, e di che colore erano i cavalli, e se Garibaldi caracollò a destra o a sinistra di Vittorio. Anche sulla incazzatura del Generale tutti sono d’accordo: e pare ovvio: io ti regalo un regno, e tu non solo non mi dici grazie, ma mandi a quel paese me e questi infelici in camicia rossa.

Garibaldi, impetuoso e sanguigno com’era, non nascose a nessuno la sua rabbia. Era così incazzato, Garibaldi, che fu brusco anche con i messaggeri del re, che erano venuti a domandargli in quale villa volesse trascorrere i suoi ultimi giorni in città. Vittorio gliele metteva a disposizione tutte, come se fossero sue. Invece il Generale prese alloggio all’Albergo d’Inghilterra, sulla Riviera di Chiaia. Qui andò a fargli visita il marchese Pallavicino, un monumento nazionale, un nemico mortale degli Austriaci, che gli avevano fatto gustare le delizie del tetro carcere dello Spielberg, il carcere di Silvio Pellico. Ma non so se ci sia ancora qualche professore di storia che ai suoi alunni parli di Silvio Pellico.

E se non c’è, la colpa è di Silvio Pellico, che si mise a fare il carbonaro, invece di darsi al commercio del grana padano. Ne avrebbe guadagnato in soldi e in salute. Il marchese Pallavicino si presentò orgogliosamente ornato del collare del Supremo Ordine dell’ Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia, che Vittorio Emanuele II gli aveva appena concesso. Come Garibaldi vide il collare, prima si rabbuiò, poi esplose: "Vergogna, da uno che è stato allo Spielberg non me lo sarei mai aspettato che desse importanza a questi gingilli". Il vecchio patriota rimase di sasso: gli venne da piangere: non se l’aspettava, una simile accoglienza. Il 9 novembre, nero come il mare in tempesta, Garibaldi si imbarcò nel porto di Napoli, per tornarsene a Caprera. E fin qui c’è tra gli storici un accordo quasi totale.

Ma cosa accadde sulla nave che portava Garibaldi a Caprera? Nessuno ne ha parlato. E invece proprio su quella nave si svelò il mistero più ingombrante di tutta la storia italiana. Non appena il vascello prese il largo, non appena fu certo che da terra nessuno avrebbe potuto vederlo o sentirlo, Garibaldi si rasserenò, cancellò l’ombra nera che gli aveva offuscato negli ultimi dodici giorni la faccia e lo sguardo,- ma ora si capiva che era stata tutta una scena – e incominciò a sorridere: poi dal sorriso passò al riso, e rise di gusto, e a poco a poco la risata divenne un tuono, una scarica di cannone, un boato. Rideva e gridava, come un ossesso:

“Vittorio, ci sei cascato. Io me ne vado a Caprera, a fare l’eroe in esilio, a riposarmi sul piedistallo, a coricarmi sugli allori, a intrattenere a turno, sugli allori, le ammiratrici, e a te lascio Lombardi, Fiorentini, Napoletani, Casertani e Siciliani: te la sbrogli tu, la matassa per metterli d’accordo; te la spicci tu, la faccenda”.

Un marinaio del vascello, che forse era una spia di Cavour, raccontò la scena incredibile in una lunga lettera indirizzata alla sua amante, che forse era una spia di Napoleone III. La lettera l’ho trovata io, in un archivio privato. Il marinaio era un vesuviano. Non dirò di quale paese. Non dirò il nome, non dirò nulla. Per ora. Non voglio immischiarmi nelle vicende della guerra che questo benedetto centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia ha scatenato tra gli storici locali, che già per virtù di natura sono inclini a considerare proprietà personale la storia paesana: guai a chi gliela tocca. Quando finiranno le celebrazioni, e sbollirà il fervore degli entusiasmi, e le penne degli storici locali torneranno nel fodero, allora pubblicherò il mio libro, e sarà un fracasso, una bomba, una tonnellata di tritolo sotto il castello delle bugie.

Per ora dico solo che la sera del 30 agosto 1860, mentre si muoveva tra Eboli e Salerno con i Mille diventati trentamila, Garibaldi venne informato da una nobildonna palermitana, che era forse una spia degli Inglesi e certamente se l’intendeva con un capo della mafia, che Cavour non voleva Napoli: Cavour voleva Firenze e Venezia: ma Napoli, no. Cavour aveva detto ai suoi: "Garibaldi ha conquistato Napoli, e Garibaldi se la gusti, se la goda". Ma Cavour aveva una debolezza, che l’Eroe sfruttò. Gli mandò a dire: "se Napoli non la vuoi, la do a Mazzini. Te la immagini una Repubblica del Sud, con Napoli capitale e con Mazzini Presidente?". Glielo mandò a dire ad alta voce, perché tutti sapessero. Fu il subbuglio.

I clan dei galantuomini borbonici, i camorristi, i mafiosi, gli affaristi della sanità pubblica e della monnezza, i falsi invalidi, i falsi ciechi, i funzionari, gli uscieri, i gestori del lotto clandestino, i contrabbandieri, i manutengoli, i papponi di ogni risma, e perfino alcuni giornalisti di cronaca nera, e tutti gli scrittori che nutrivano il conto in banca e l’ispirazione con i molteplici orrori di Napoli, i politici, gli attori, i commediografi, i cantanti e gli autori di canzoni: tutti furono sconvolti e tramortiti. Ma furono scioccati anche piemontesi e lombardi: e dove porteremo i rifiuti radioattivi? E come metteremo le mani sugli appalti dei dopoterremoto, degli inceneritori, delle autostrade e dei porti? A quali terroni faremo la morale?

Napoli in mano a Mazzini: ma vi rendete conto? Quel tipo è capace veramente di trasformare i napoletani in Tedeschi Svizzeri e Norvegesi. Allora, che sarà di noi? Il grido d’allarme si propagò come un fulmine da Palermo a Bergamo, congiunse intenti, interessi, progetti e maneggi dell’Italia unita. Cavour mandò a Napoli il re e l’esercito, con un solo ordine: bloccare quel pazzo di Garibaldi, rispedirlo a Caprera. Liberare Napoli non dai Borbone, ma da Garibaldi, e soprattutto, da Mazzini.

Torniamo alle cose serie. Intitolare una strada al 26 ottobre 1860 è una scelta di alto valore simbolico. L’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, due uomini coraggiosi, fu l’immagine sintetica dell’occasione che la storia offriva agli Italiani perché incominciassero a costruire l’identità nazionale. Non è colpa della storia se quell’occasione aspetta ancora di essere sfruttata.

LA STORIA MAGRA