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Per la prestigiosa rivista scientifica internazionale, è straniero solo il 3% degli scienziati che lavorano in Italia. I nostri ricercatori, specie quelli meridionali, sono dappertutto nel mondo. E sono quasi tutti concordi: “Indietro non si torna”

Partono i bastimenti, ancora oggi, per i ricercatori italiani, e soprattutto per quelli meridionali. “Nature” ha pubblicato di recente la mappa della mobilità scientifica internazionale. Nell’indagine condotta dalla prestigiosa rivista scientifica internazionale, l’Italia (prevedibilmente) si conferma Paese di cervelli che emigrano. I numeri offerti da Nature non sono trascurabili per un’analisi di un Mezzogiorno che troppo spesso, purtroppo, più che camminare incespica e arranca. E’ infatti dalle regioni del Sud che arriva una parte consistente di questa forza lavoro molto qualificata, però sempre con un trolley e una carta di imbarco a portata di mano: persone formate in parte a spese del nostro Stato, ma i cui risultati vengono raccolti altrove.

Nature ha intervistato un campione di oltre 2mila scienziati di tutto il mondo, tra ricercatori e docenti universitari, e tra questi oltre cento italiani. La fotografia che ne emerge non è molto rassicurante per il nostro Paese: è straniero appena il 3 percento degli scienziati che lavorano in Italia. Una comunità scientifica molto chiusa, quella del Belpaese: tra le nazioni considerate dal report, peggio riesce a fare solo l’India (altra grande esportatrice di “cervelli”), con una presenza straniera ancora più bassa. Per dire, nella vicina e attrattiva Svizzera, quasi il 60 percento degli scienziati è straniero, in Francia sono il 17 percento). Al contrario, gli scienziati italiani emigrati sono presenti un po’ dappertutto: le patrie adottive, per i nostri uomini e donne di scienza, sono soprattutto il Regno Unito (10 percento di italiani tra gli scienziati che lavorano nel territorio di Sua Maestà), l’Olanda (13 percento), la Francia (qui gli italiani sono di casa, fino a coprire il 14 percento della presenza straniera), e Spagna (10 percento).

Così si stima che, in totale, risieda all’estero circa il 14 percento della comunità scientifica italiana. Di per sé, non sarebbe un dato drammatico. E’ importante – sottolineano infatti gli autori dello studio – che i ricercatori arricchiscano la propria professionalità lavorando all’estero: il problema è che, una volta partiti, molto spesso i nostri “cervelli in fuga” non tornano più. E d’altronde, tra gli studiosi stranieri, sono pochi quelli che amerebbero trasferirsi dalle nostre parti. Infatti, tra le motivazioni citate dagli scienziati per spiegare la propria scelta di cambiare nazione, c’è la spinta a trovare «una posizione più specifica», «un laboratorio più appropriato per i propri interessi di ricerca», «un salario più alto», «una migliore formazione»: tutti vantaggi che l’Italia, evidentemente, appare poco idonea a offrire.

I risultati di Nature, ovviamente, non tengono conto delle migrazioni interne all’Italia, che hanno quasi sempre, come si sa, la bussola puntata verso Nord. Conviene perciò rileggere un lavoro del 2009 curato dal sociologo calabrese Francesco Maria Pezzulli, intitolato “In fuga dal Sud” (Bevivino editore). Pochi anni fa, Pezzulli ha intervistato circa cinquecento ricercatori meridionali che hanno scelto di lasciarsi alle spalle il Mezzogiorno, partendo alla volta del Centro-Nord Italia o di nazioni straniere. «Perché hai scelto di trasferirti?», chiede il sociologo ai suoi intervistati.

Ebbene, le risposte, per quasi il 40 percento dei casi, hanno citato la «mancanza di valorizzazione professionale», ma anche (35%) il «mercato del lavoro clientelare», e, non per ultima, «la carenza di cultura d’impresa e di valori imprenditoriali». I protagonisti della ricerca lamentano la «mancanza della cultura del merito» e «la necessità, per fare carriera, di affiliarsi a un network locale di influenza». Così, nelle risposte di questi giovani ricercatori e informatici interpellati da Pezzulli, e nei colloqui che il sociologo registra e riporta nel suo studio, c’è probabilmente una delle chiavi di lettura per comprendere il Mezzogiorno di oggi.
(Fonte foto: Rete Internet)

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