La nostra legalità

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Un piccolo tour dell’illegalità attraverso un paese che vive al di sopra delle proprie possibilità.

Ci ho provato ma non ci sono riuscito, erano tanti e tali i pro-memoria che, di andare a seguire la manifestazione del “premio nazionale per la cultura della legalità e per la sicurezza dei cittadini”, non me la sentivo proprio e ho deciso così, nonostante i miei propositi, di fare un tour fotografico per il paese e cercare di spiegare, stavolta con le foto, qual è il mio concetto di legalità.

Inforco la mia Rockrider nera fiammante e con la mia Canon d’ordinanza incomincio la disamina di quel malriposto concetto di legalità che vige da queste parti.

Risalgo Via degli Astronauti, dopo aver evitato sulla sinistra una caditoia senza copertura, affronto la ripida salita, la mia fiacca andatura mi permette di osservare, su entrambi i lati, un rossastro tappeto di aghi di pino che ricopre tutta la via, e poi carte, cartacce e bottiglie di plastica a iosa. Dopo i primi cento metri scorgo sulla destra i resti di un amplesso, sempre al solito posto, di fronte a un’abitazione; risalgo, e salgo ancora e svolto verso Cupa Monaco Aiello, ora lì c’è una sbarra che blocca i malintenzionati ma il cumulo di immondizia e detriti c’è ancora, ha ormai uno strato d’erba sopra, forse qualcuno spera che, come per l’Ammendola-Formisano, anche lì la natura prenda il sopravvento, occultando le nostre vergogne.

Affronto di nuovo in salita, quello che una volta era un antico asse viario che portava in paese, passo fuori la Scuola Elementare, là dove un intraprendente gruppo di genitori ha deciso di prendere in mano le sorti dell’edificio scolastico, ormai abbandonato dal comune. Dopo il forno di Bianchina, prima di giungere alle case popolari, sulla destra, sotto lo splendido profilo del Vulcano, un insieme di plastica e rifiuti di vario genere lo incorniciano a pennello. Proseguo il mio cammino pedalando ora con più scioltezza, per fortuna fa caldo e la partenza a freddo non ha fatto danni.

Dopo aver attraversato l’accidentato Viale della Pace e Via Libertà, giungo a Piazzale della Repubblica. Tra alberi degni di una Hiroshima post-atomica, imbocco Via Margherita, e la risalgo tutta fino alla chiesa, prendo per via Roma dove posso ammirare l’alto senso civico e la legalità di questo paese, per non dire l’appropriazione indebita di un luogo pubblico, ad opera di una pescheria che con una sedia e un motorino impedisce il parcheggio delle autovetture per la propria comodità. Nauseato vado oltre, passo davanti al monumento ai Caduti di tutte le guerre, imbrattato, com’è d’obbligo per i nostri monumenti, e ridiscendo, seguendo Via Matteotti, all’incrocio con Viale degli Ulivi, nelle vicinanze di un bar, la strada improvvisamente si restringe per la sosta selvaggia di alcune autovetture, e dire che giusto di fronte c’è un parcheggio praticamente vuoto e gratuito.

Scappo via, ingrano la moltiplica più alta e accelero la pedalata, ruoto intorno alla spenta fontana di Piazzale della Repubblica e affronto Via Falconi, scassata più che mai per le radici dei pini, anche lì, giusto di fronte ai carabinieri, scatole unte per le pizze, fazzoletti e altra roba fanno da corollario alla mia disamina, supero il luogo del convegno, la strada si restringe nuovamente, ma non per le recenti e palliative strisce gialle ma per le auto parcheggiate ad ambo i lati dalle famiglie che frequentano le giostrine, lì i parcheggiatori abusivi suppliscono i vigili e gestiscono il flusso stradale.

Ho ancora con le gambe fresche, prendo quindi la ripida salita della Panoramica Fellapane, giusto il tempo d’entrare in una villa comunale stranamente aperta e vuota (sono le dieci e mezza), lo stato d’abbandono è ancora enfatizzato dalle barriere poste a divieto per la pubblica incolumità, esco e proseguo. La salita ora si fa dura, non ce l’ho ancora nelle gambe, buttando l’occhio qua e là non posso fare a meno di notare le occluse caditoie, già oggetto di un mio articolo dello scorso gennaio, la spazzatura, ironicamente aumenta con l’altitudine, proprio perché divenendo più isolata, la zona è dominio di coppiette, tossici e quant’altro; le gambe incominciano a irrigidirsi ma ce la fanno ancora, non sono loro che mi preoccupano, il medico mi ha consigliato di non superare le centotrenta pulsazioni al minuto, ma voglio farcela, voglio arrivare almeno alla sbarra là dove inizia il sentiero numero otto dell’Ente Parco; anche perché voglio vedere i risultati della pulizia di “Puliamo il mondo 2012”.

Le pulsazioni aumentano, vorrei farcela ma il sopravvento di mosche e monnezza m’affrangono e frustrano ogni mio proponimento. Mi fermo fuori un ristorante e proseguo a piedi fino alla sbarra, dove mi fermo ansimante per recuperare fiato, meno male che non è notte, qualcuno potrebbe fraintendere. Rimonto in sella e seguo il sentiero che porta all’antico tracciato del trenino a cremagliera, la strada è però ancora sporca, sarà bastata la calda notte a vanificare l’operato dei volontari di Legambiente o è stato il solito atto dimostrativo? Raggiungo la fumarola in sella e con soddisfazione incomincio, a velocità moderata la discesa, stavolta i randagi non ci sono, posso allora anche aumentare l’andatura.

Al termine della lunga discesa della Panoramica sulla sinistra spicca, in Via Canale, un luminoso esempio di distruzione del passato di questo strano paese e di una speculazione edilizia latente ma esistente qui come ovunque all’ombra del Vulcano. In scioltezza passo per Via Plinio dove posso osservare le auto in doppia e talvolta in tripla fila, anche in questo caso, più avanti c’è un parcheggio libero e gratuito e non piove da considerarne una qualsiasi urgenza!

Volto a destra, prendo Via Palmieri, sulla sinistra della strada c’è un altro scheletro che da anni spicca nel bel mezzo del paese, prendo sulla sinistra Via Achille Grandi, passo là dove una volta c’era una fontanina e dove da ragazzo mi rinfrescavo, allora come oggi ci passavo in bici ma ora non c’è più nulla; la mia visione semplice del mondo ha l’idiosincrasia di valutare la civiltà di un popolo in base alle fontane pubbliche e alle panchine, nonché alle aree verdi fruibili da tutti, lascio a chi mi legge il giudizio sullo stato attuale delle cose, qui come altrove.

Incrocio Via Garibaldi, lì c’è un marciapiede che è un vero e proprio campo minato, costellato di escrementi canini e dove le persone sono costrette a camminare per strada per non sporcarsi. Scendo verso Via Piromallo, dove faccio lo slalom tra le auto in divieto di sosta fuori un tabaccaio, riprendo Via Matteotti. Mi allungo su via Margherita, verso Ercolano, il tempo di volgere sguardo e pensiero a chi su quella strada vi ha perso la vita, in nome della velocità e della pochezza di chi trova sempre un alibi per tutto. Mi piace prendere quel vialetto di Via Masseria Monaco Aiello, perché attraversa i campi coltivati, ma ancora una volta devo far fronte alla tracotanza di chi, più per camorra che per reale senso pratico, affronta contromano l’angusta strada di campagna.

Ripasso fuori l’antico forno di Bianchina e guadagno la strada di casa più mesto che mai. Come in passato ho più volte spiegato, forse in maniera più ortodossa e lineare, per me, la legalità, non è la parola vuota che tutti pronunciano ma che quasi nessuno applica, la legalità è rispetto per sé stesso ma anche per gli altri, la legalità è quotidianità, è il rispetto delle regole osservato giorno per giorno, la legalità non è solo quella che devono rispettare gli altri ma quella che dobbiamo seguire noi per primi. La legalità non è l’ipocrisia! Il rischio è che questa parola divenga tanto scontata quanto leggera e trasparente da volar via, perché non c’è zavorra alcuna che la tenga.