Sono coinvolti nello “scherzo”, tra gli altri, Leopardi Bergson Marinetti Viviani Gemito Benjamin Malaparte Prezzolini Domenico Rea. Le due “Napoli”: a “mettere” e a “levare”. I maccheroni rendono i Napoletani ” liberi e autentici”.
Napule è ‘na canzone (E.A.Mario)
Comme te può scurdà’/ che t’aggio amata
Se ti racconto, esisti.
“>Il terzo fondamento della filosofia dei maccheroni sta nella perfezione imperfetta di un piatto di pasta: L’emozione, disse Gualtiero Marchesi, richiede intemperanza e slancio, perciò l’eccesso di tecnica finisce con lo sciupare tutto. Il cuoco che si illude di aver portato un piatto di maccheroni o di pasta corta alla perfezione ultima è ridicolo, direbbe Umberto Eco, come chi propone di completare la Venere di Milo appiccicando alle braccia le parti mancanti. La perfezione imperfetta della pasta sta nel fatto che il suo essere al dente è minacciato costantemente dall’orologio: un piatto di maccheroni è un invito alla riflessione sul tema più importante e più suggestivo della filosofia: il rapporto tra essere e tempo. Le forme della pasta lunga e di quella corta, che siano già cotte o ancora chiuse nell’involucro, richiamano le forme in cui i filosofi hanno pensato e immaginato il tempo: e questo è l’ultimo e più significativo arcano della filosofia dei maccheroni“.
La citazione serve a dare l’idea dello stile e dei temi dello “scherzo letterario” che Carmine Cimmino ha dedicato alla “filosofia napoletana dei maccheroni”, un argomento che egli ha già trattato, con la levità con cui di solito affronta gli argomenti seri, in alcuni articoli pubblicati sul nostro giornale. Lo “scherzo” è nelle misure ridotte del libriccino, è nel titolo, è nell’idea che Napoli è da sempre un teatro naturale, in cui recitano “due Napoli”. La Napoli che recita “a mettere” è quella degli stereotipi chiassosi: le smargiasse e le smargiassate, mare, cielo, sole, luna e mandolini, le lacrime napoletane che innaffiano le canzoni di dolore e d’amore, secondo i principi riassunti da “‘Na sera ‘e maggio” e da “Giuramento”. L’altra Napoli recita “a levare” .
“La Napoli del >levare– scrive Cimmino- non è necessariamente la città della miseria: è certamente anche la città dei miserabili, nel senso colto della parola: dei poveri cristi maligni, dei poveri cristi infelici, dei poveri di cuore e di spirito. Dalla città dei modi del >mettere essa spesso si distingue perchè non ha luce e non ha colore: Benjamin la vide come una città grigia, e il suo colore parve a Piovene >un colore neutro da limbo:. E’ la città dell’assenza, che rifiuta> ogni altra specie di mitologia e cerca di stare lontana da quella comicità >che vuole inserirsi tra parentesi di vita e di morte e diventare teatro“.
Questa Napoli è la città del “non”: il mare non la bagna, raccontò Anna Maria Ortese, e Mario Soldati non poteva capire perchè una donna, accompagnata da una bambina, si mettesse a vendere del pane in un vicolo, sotto un lampione, alle tre di notte: “>lo vendo a quest’ora di notte, perchè c’è gente che solo a quest’ora di notte ha i soldi per comprarlo, e poi:poi, ognuno sta per i fatti suoi“.
Nell’atto unico di Raffaele Viviani ” La musica dei ciechi” l’ostricaro chiede a Ferdinando, che è cieco, “come fa un cieco ad accorgersi ca scura notte, che sono scese le tenebre, e Ferdinando gli spiega che è lo stomaco che lo avverte, >quanno ‘a panza se fa sentì, vo’ di’ ca è scurato notte. E’ la stessa forza che in >Miseria e Nobiltà spinge Totò a riempirsi di spaghetti le tasche, e i disoccupati della >Festa di Piedigrotta di Viviani a cantare che, se a Napoli ci fosse la ciminiera di una fabbrica, fumerebbe solo per cuocere >pasta e fasule“.
Il piatto simbolico della Napoli “a mettere” è la lasagna. Scrive Cimmino: “Questo pasticcio barocco si offre solo agli amici veri. Ma come in Platone l’ >amante, dopo aver cercato, e trovato, la bellezza prima nei corpi e nelle cose, e poi nelle anime, ascende al sommo della scala, al Bello in sè, ideale e assoluto, così il napoletano verace, vero di spirito prima ancora che di nascita, dall’ affollato castello della lasagna ascende all’ Essenzialità degli spaghetti al pomodoro, che è rigore dell’ intelletto, ed è rigore dell’occhio: un rigore drammatico, e dunque teatrale, come dimostra lo >sguardo di Battistello Caracciolo e di Luca Giordano”.
Che i maccheroni siano il fondamento di una vera e propria filosofia napoletana, l’hanno visto Leopardi e, un secolo dopo, Marinetti, ma Carmine Cimmino sostiene che nè l’uno nè l’altro hanno saputo cogliere il senso autentico di questa filosofia. C’è un passo del libro che merita di essere trascritto per intero: “Marinetti aveva ragione: chi mangia maccheroni è nemico giurato delle macchine e della frenesia del movimento. Ma ebbe il torto grave di non capire che questa ostilità definitiva era segno non di arretratezza culturale, ma, al contrario, di una superiore e profetica saggezza: è una lezione su come costruire il futuro.
Anche Leopardi si fermò alla superficie delle cose. Non volle vedere che l’ozio che si accompagnava alla filosofia dei maccheroni era l’ >otium di Cicerone e di Seneca, la pausa che il saggio si ritaglia nel corpo massiccio del tempo degli affari, degli intrighi e delle quotidiane malizie. In quella pausa i napoletani si sottraggono, kantiani prima di Kant, ai lacci meccanici del tempo e dello spazio, alla sprezzante ironia del caso e all’ottusa violenza del determinismo: i maccheroni, dopo averli resi >autentici, li rendono anche liberi. E nemici della ragione i napoletani apparvero a Leopardi, e ignoranti. Ma non può essere ignorante un popolo che dice: >aggi furtuna e duorme, nun è mo’, è po’, facesse ‘na culata e ascesse o sole’“.
In questi proverbi popolari Cimmino vede, con la solita giocosa serietà, il segno di categorie culturali che richiamano da una parte il decostruzionismo di Derrida e dall’altra la più napoletana delle filosofie, l’epicureismo, con la sua etica della >simplicitas, dell’essenzialità: “:il napoletano che vuole essere >autentico e libero, che vuole confrontarsi con le forme del tempo e smontare le macchine concettuali del potere dei furbi, diventa >simplex, riscopre il valore dell’essenzialità e del >levare, recita sul palcoscenico la parte di chi mette a nudo le cose e la vita, la parte di Totonno ‘e Quagliarella: >cuffeo pure ‘a morte, e ‘a piglio a risa:che brutta cosa ch’è a tira’ ‘a carretta, quanno nisciuna mano votta ‘a rota..quanno è fernuta l’opera / pezzente o milionario ,/ s’adda calà ‘o sipario / e s’adda arricettà”.
Dai proverbi a Derrida, da Epicuro a Totonno ‘e Quagliarella: l’autore ha sempre seguito la luce – egli la chiama “ironica”- di un’idea: capire è trovare il punto in cui si incontrano le storie, anche quelle che distano l’una dall’altra un tempo e uno spazio smisurati. Sapere è intrecciare nodi.
La prosa dell’ultimo capitolo si svolge per una trama di proposizioni brevi come sentenze e di argomentazioni dal vasto respiro: lo richiede il tema, originale, complicato e “sfizioso”: vermicelli, maccheroni e pasta “ausata”, cioè avanzata dal giorno prima, sono, sostiene Cimmino, i simboli di tre diverse concezioni del tempo. Ma di questo affascinante gioco culturale parlerà l’autore stesso, quando, nel prossimo autunno, il libro, a cui l'”Accademia italiana della Cucina” ha concesso il patrocinio morale, verrà presentato al pubblico nel corso di una “serata” dedicata all’arte di raccontare i luoghi, i protagonisti, i piatti e le bottiglie dell’enogastronomia vesuviana. Con questo articolo abbiamo cercato di mettere in tavola solo un assaggio.

