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“La Diversabilità e tutti i fenomeni … affini” che sconvolgono scuola e territorio

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Con questo articolo si apre una riflessione che si svolgerà nel corso delle prossime settimane su un argomento sempre attuale e di grande spessore.

Con questo articolo si apre una riflessione che si svolgerà nel corso delle prossime settimane su un argomento sempre attuale e di grande spessore: parleremo infatti di “diversabilità e … Affini” per individuare come la scuola sia il luogo ideale per vivere la cosiddetta diversità come arricchimento e conoscenza del sé per ogni allievo e come banco di prova per il docente che sperimenta in una ricerca- azione che non ha mai fine, schemi lavorativi e metodi innovativi che arricchiscano e migliorino il curricolo scolastico.

Tra le sfide del pianeta scuola senz’altro occupa un posto di significativo rilievo il superamento del disagio i cui incerti confini ci obbligano a dare una definizione chiara del vasto ambito con cui si suole definire genericamente la problematica della diversabilità e di tutti quei fenomeni che in qualche modo rientrano in una gestione più complessa dell’essere adolescente oggi in una società sempre più all’insegna dell’omologazione ad ogni costo.

Nel corso degli ultimi quarant’anni l’attenzione nei confronti delle situazioni problematiche del bambino, dell’adolescente, del giovane e dell’adulto in difficoltà hanno conosciuto una ridefinizione sempre più significativa dei compiti, dei contenuti e delle funzioni attribuite alla scuola e al contesto sociale interrelandosi con situazioni che storicamente restavano emarginate da un contesto che le ignorava o che le ghettizzava.

A partire dagli anni ’70 infatti lo stesso termine “handicap”, da cui parte la riflessione sul vasto tema del disagio, ha subito un mutamento nel suo significato genetico, quando con la legge 118 del 1971 vide per la prima volta alunni con minorazioni fisiche, sensoriali e psichiche iscritti in classi comuni e per la prima volta operò una distinzione tra l’handicap e lo svantaggio socio-culturale-economico tentando di operare i primi passi per la rimozione dello svantaggio causato da fattori diversi dalla minorazione fisiopatologica. La cultura dell’integrazione vide successivamente la sua affermazione con la L. 517/1977 che diede le prime indicazioni normative sulla programmazione e sulla valutazione aprendo la scuola dell’obbligo di allora (scuola elementare e media) a spazi di autonomia e di avvio a riforme di cui i cosiddetti Decreti delegati del ’74 avevano costituito il primo input.

Raggiunto l’obiettivo della “scuola aperta a tutti” bisognava quindi migliorare l’effettiva accoglienza e permanenza nelle pareti scolastica per una concreta integrazione: nel 1992 la Legge quadro n. 104 chiarì definizioni, obblighi, procedure e modalità d’attuazione, partendo dall’uso appropriato dei termini minorazione, disabilità, handicap per chiarire quanto in maniera inequivocabile è stato sintetizzato successivamente racchiuso dal lessema “disabile”; termine adottato dall’O.M.S. che lo ha sostituito alla troppo discussa espressione “diversamente abile”.
Non si tratta di inutili disquisizioni di tipo lessicale o terminologico, ma, come ben si ritiene, è necessario partire dal significato profondo dei termini per concordare in modo univoco il nostro modo di porci “verso” il disagio del giovane educando e formando, nei confronti del quale, indipendentemente dalle capacità e possibilità la scuola ha obblighi di intervento, per il solo fatto che frequenta o è iscritto a scuola.

In riferimento alla “legge delle leggi sulla disabilità”, la citata 104, attualmente integrata, a partire da un decennio dalla sua promulgazione, da una serie di D.P.C.M. che hanno apportato modifiche sull’iter e sulle modalità delle certificazioni, nonché sugli atti di indirizzo, possiamo senza dubbio affermare che in essa sono specificate in modo dettagliato i principi generali e specifici per un concreto inserimento e per una reale integrazione dell’alunno disabile in riferimento alla molteplicità degli aspetti inerenti l’apprendimento, la comunicazione, la relazione, la socializzazione in ambito scolastico ed extra-scolastico. Al raggiungimento degli obiettivi derivanti dalla Diagnosi Funzionale e dal Profilo Dinamico Funzionale ed espressi nel P.E.I. contribuisce un dato essenziale voluto appunto dalla 104 che ha definito la contitolarità dei docenti di sostegno delle classi in cui operano, la fattiva partecipazione alle attività di programmazione e di valutazione e verifica in riferimento alle attività di competenza del Consiglio di Classe.

L’apporto professionale è letto pertanto in termini di arricchimento per l’intero consiglio e favorisce pertanto un fertile terreno di incontro e confronto tra i diversi operatori che concorrono in team alla formazione dell’alunno disabile innestando il Piano Educativo Individuale nella programmazione generale della classe e della scuola. Pertanto, a partire dalla “miniriforma” della scuola dell’obbligo avvenuta con la 517/77, resa maggiormente praticabile con la 270 dell’82 che istituì il contingente organico degli insegnanti di sostegno, è stata posta grande attenzione sull’alunno disabile come “persona in situazione di handicap”. È stato tuttavia indispensabile, sul finire degli anni ’90 e fino ai nostri giorni, rinnovare l’assetto normativo che regolamentava l’assegnazione degli insegnanti di sostegno e le procedure relative all’individuazione e alla certificazione degli alunni disabili, oltre a ridefinire la certificazione del Profilo Dinamico Funzionale che a partire dal 2008 è confluita nel Profilo di funzionamento della Persona(ICF).

Infatti in relazione allo strumento elaborato dall’OMS è stato adottato il criterio di descrivere e misurare il “funzionamento” della persona, quindi la sua condizione di salute, attraverso l’utilizzo di un linguaggio condiviso ed unificato: l’utilizzo, quindi, del modello ICF può servire per elaborare una diagnosi funzionale, da cui conseguono un profilo dinamico funzionale, un piano individualizzato e, in ultima analisi, un progetto di vita. La scuola si fa così “garante” dell’integrazione del disabile così come indicato in maniera analitica nelle Linee guida del 2009 che assegnano compiti dettagliati confermando e rafforzando le indicazioni della 104/92, una delle leggi che pone il nostro paese in pool position rispetto agli altri in quanto analizza il problema in modo poliedrico e innovativo.

In particolare, sebbene conosciamo i limiti dell’attuazione di tale normativa è fondamentale seguire il processo di eccellenza che si tenta di realizzare. Attraverso la promozione e l’incentivazione di attività di formazione e aggiornamento che consentano la partecipazione e la promozione dello sviluppo del disabile, attivando il raccordo con la famiglie e gli enti e servizi territoriali, nonché l’individuazione e rimozione di tutte quelle barriere architettoniche e/o senso-percettive che ne impediscano il sereno sviluppo.

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