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Lontano dal suo “ventre”, Napoli assumeva l”aspetto di una nuova Parigi. I negozi importanti pubblicavano inserzioni in francese. Ottajano non era da meno: Di Carmine CimminoNegli ultimi venti anni dell’Ottocento e nei primi dieci del Novecento ci furono a Napoli molte Napoli, come se la città avesse deciso di mettere in mostra tutte le sue maschere, e lasciare alle generazioni successive la libertà di scegliere la Napoli che preferivano, secondo gusto e interessi. E così si videro tutte insieme la Napoli allucinante dei bassi e dei fondachi, descritta da Villari e dalla Serao, quella del malaffare e del primo processo di camorra, e quella di Morelli, di Migliaro e di Gemito, raccontata da Carlo Siviero, la Napoli dei teatri, la Napoli di Scarpetta, e della canzone classica, e di Di Giacomo. E di Croce. Una Napoli vivissima, che però sprigionava dalle sue viscere miasmi insopportabili, già allora, e pareva toccare, in certi suoi angoli, gli abissi di ogni possibile abbrutimento.

Una Napoli solare, a vederla con gli occhi di certi poeti e di certi pittori, eppure così melanconica da indurre un giovane giornalista, Gaetano Miranda, a scrivere un malinconico libro, e a intitolarlo Napoli che muore. Il libro venne pubblicato nel 1889, e Luigi Capuana concesse l’onore della prefazione, in cui ricordò la sua prima visita alla città:

«Allora Napoli mi destò un tale senso di ripugnanza che ci sono voluti degli anni e parecchie altre visite e il tenermi segregato nella parte veramente incantevole e divina della grande città per mutare quella ripugnanza in un affetto pieno di ammirazione e di entusiasmo. Io auguro a lei una seconda vittoria: che il suo volume contribuisca ad affrettare il così detto sventramento…». Gaetano Miranda nacque a Sant’ Anastasia nel 1863, fu autore di novelle e giornalista, diresse per due anni La tavola rotonda, giornale letterario della domenica, edito da Bideri, scrisse di letteratura, di arte, di teatro, di sport, fece da segretario a Edoardo Scarpetta. Fu un personaggio notevole, che merita di non essere dimenticato.

Nei luoghi incantevoli in cui Capuana si chiudeva per sottrarsi allo spettacolo nauseante del Ventre della città, Napoli assumeva l’aspetto di una nuova Parigi. Nelle Guide e negli Annuari i negozi più importanti pubblicavano inserzioni in lingua francese. La "Maison de conserves Alimentaires Louis Rognoni, successeur de Cirio et C.ie", e cioè "la Casa di conserve alimentari, Luigi Rognoni, successore di Cirio, con sede, dotata di telefono, al n. 54 di Largo San Ferdinando", si vantava, in lingua francese, di rifornire la dispensa di S.M. il re d’Italia, dei Principi di casa Reale, di S.A. Ismail Pascià, e dell’Imperiale Marina dello Zar. La Maison elencava, in francese, le sue specialità: conserve alimentari, salami, formaggi, cacciagione, frutta secca, aringhe, crauti, capricci e primizie.

La Ravel, fondata nel 1806, essendo una Casa francese, aveva diritto doppio all’uso della lingua cara ai buongustai: e dunque ricordava ai clienti che nella sua sede di via Roma, Rue de Rome, 263-64, potevano trovare vini italiani e stranieri, formaggi e burro, specialità e primizie, e huiles fines de Bari et de Sorrento, olio fine di Bari e di Sorrento. Poco lontano la Salumeria Nazionale -forse nel nome c’era un intento polemico– si presentava come "grande emporio di specialità gastronomiche finissime" e offriva un ricco assortimento di vini e liquori esteri e nazionali, formaggi, salami veri di Brianza, e burro freschissimo garantito naturale, arrivo giornaliero da Milano: l’unità d’Italia pareva allora cosa fatta.

Al n. 161 di via Chiaia la Nuova Latteria vendeva, invece, latte freschissimo, burro e crema che veniva da luoghi assai più vicini, e cioè dalla vaccheria che i proprietari possedevano in San Giorgio a Cremano: lì il bestiame era igienicamente alimentato.

Salvatore Ascione fu uno dei più importanti produttori di liquori: il vermouth delle sue distillerie di Barra e del Molo Piccolo a Napoli conquistò la medaglia d’ oro a Filadelfia nel 1876 e a Melbourne nel 1881, e quella d’argento a Liverpool nel 1887 e a Bruxelles l’anno dopo. Negli ultimi dieci anni del secolo protagonista indiscusso della produzione di vini, di liquori e di spumanti in Campania fu Andrea Galliano, che era venuto dal Piemonte a impiantare a Ottajano la sua Grande distilleria. Nella splendida plaquette pubblicitaria che nel 1907 si fece stampare dalla Bertarelli di Milano (vedi foto), Galliano indicò orgogliosamente le dimensioni del bottino di medaglie e diplomi, in cima al quale sfolgorava la Grande Medaglia d’oro conquistata alla Esposizione Universale di Parigi, quella memorabile del 1900, col vino spumante che portava il nome del patròn e che veniva venduto a lire 3, 25 la bottiglia.

E con lo spumante venne premiato anche il mandarino, offerto in bottiglie “di mia invenzione – scrive Galliano – a forma del frutto“: e avverte che il "liquore, rinomatissimo, è ricercato dal mondo elegante, che conserva sempre il suo aroma come fosse fresco, che il marchio è depositato in tutti gli Stati che hanno aderito alla Convenzione Internazionale di Berna, e che bisogna guardarsi dalle contraffazioni di disonesti speculatori".

L’occhio scorre la lista dei vini e dei liquori di Ascione, di Galliano e dei fratelli Scala, e corrono incontro all’immaginazione figure, personaggi della letteratura, luoghi geografici diventati luoghi dell’anima: la prunelle e l’anisette, e pensi a Maigret, e ai torpidi pomeriggi della domenica, il curaçao speciale, imbottigliato in cruche, la lunga brocca cilindrica di terracotta, che i pirati dei Caraibi portavano sempre incollata alla bocca, il vino malaga, e il capri bianco e il capri rosso che incantarono la fantasia eccitata dei decadenti di tutta Europa, e il lacrima, che porta in sé lo spirito doppio del Vesuvio.

Leggi la lista delle essenze che Galliano e Ascione vendevano anche al minuto, negli spacci delle distillerie, in flaconi da 25 grammi: assenzio, alchermes, ananas, cedro, coriandoli, eucalyptus, fernet, menta, rhum (ben 4 essenze di rhum: bianca, rossa 1 Hingston, rossa 2 Hingston, aromatica primissima), e perfino finocchio, fragola, e essenza bianca rettificata di garofano. Leggi, e catturi per un attimo il vago ricordo di ricette gelosamente custodite, di bottiglie intoccabili schierate nei fianchi di cristallo di buffet luccicanti: bottiglie mai uguali l’una all’altra, e vive, ognuna, del liquido colorato che contenevano.

Vigne sterminate. Aranceti superbi, il verde cupo e nero delle foglie infiammato dai riflessi dei frutti, e scapigliati plotoni di mandarini che ti stordivano, freddi, con il loro profumo implacabile. Ho visto luoghi così, quando ero ragazzo, nella nostra terra. E mi basta, per sentire ancora l’orgoglio di essere vesuviano.

L’OFFICINA DEI SENSI