A Pomigliano la procedura di licenziamento di 19 operai della Fip, decisa per far posto ad altrettanti cassintegrati Fiom, sta riavvicinando nello scontento i due sindacati finora ubicati ai poli opposti, la “collaborativa” Fismic e la “ribelle” Fiom.
“Se la Fiat non ritira i licenziamenti per i 19 lavoratori di Fabbrica Italia faremo sciopero”. L’annuncio è di quelli che fanno scalpore perché stavolta lo stato di belligeranza non è dichiarato dalla ribelle Fiom ma dal sindacato che è da sempre più vicino alle posizioni aziendali, la Fismic, l’organizzazione autonoma firmataria di contratto, che conta più di ottocento iscritti tra i circa cinquemila addetti dello stabilimento automobilistico di Pomigliano e dell’indotto Marelli ex Ergom.
“Si – conferma Luigi Mercogliano, segretario regionale Fismic – se l’azienda non revoca la procedura di licenziamento saremo costretti a scendere in sciopero”. L’astensione costituirebbe un fatto clamoroso nella newco scaturita dalla caparbia di Marchionne. Anche perché proprio il nuovo contratto dell’auto, fortemente voluto dalla Fismic, regola in modo complesso il diritto di sciopero, “filtrato” da clausole di salvaguardia e da una serie di procedimenti preliminari, commissione di raffreddamento compresa, che peraltro non è stata ancora costituita in fabbrica. Resta il dato di un problema che ormai si è aperto tra il sindacato più “collaborativo” e il Lingotto.
Avvertimenti che si consumano proprio quando la Fiom annuncia la data dell’udienza al tribunale di Roma per decidere l’annullamento o meno della procedura di mobilità avviata dalla newco a ottobre “per far posto ai 19 operai iscritti alla Fiom”. L’udienza si terrà il 15 gennaio prossimo, vale a dire due giorni dopo la scadenza del periodo previsto dalla legge per dare la possibilità ai sindacati firmatari di trovare un accordo in sede di esame congiunto con la Fiat puntato alla rimozione del provvedimento. Dopo il 13 gennaio l’azienda potrà infatti dare il via ai licenziamenti unilaterali in caso di mancato accordo tra le parti. La Fiom nel frattempo fonda il suo ricorso, che ha ottenuto la fissazione dell’udienza, sull’articolo 4 bis del decreto legislativo 216 del 2003, che sanziona “la reazione all’azione per far valere la discriminazione”.
Secondo quanto sostenuto dal sindacato diretto da Maurizio Landini la procedura di mobilità è appunto una reazione della Fiat alla sentenza della corte d’Appello di Roma, che ha stabilito il passaggio nella newco dei primi 19 operai cassintegrati iscritti alla Fiom, per i quali i giudici hanno riconosciuto un atteggiamento discriminatorio della Fiat finalizzato a farli restare fuori della fabbrica. A sua volta però il Lingotto sostiene che “non c’è stata nessuna discriminazione e, quindi nessuna reazione”. “Il mercato in forte crisi ci impedisce di assumere altra manododera per cui siamo costretti a tagliare quella in attività per dare seguito all’ordinanza della magistratura”, la posizione aziendale. Parole rafforzate dall’analisi di Paolo Rebaudengo, consulente di Fiat per le relazioni industriali, che, durante un convegno tenuto a Torino con i responsabili nazionali di Fim, Uilm e Fiom, ha smentito qualsiasi forma di discriminazione a Pomigliano.
“Invece di parlare del fatto che abbiamo realizzato il migliore stabilimento automobilistico d’Europa – le parole dell’ex manager Fiat – si parla solo di discriminazione: abbiamo le persone giuste per lavorarci, senza guardare alla tessera sindacale”. Intanto si avvicina la data del fatidico rientro in fabbrica dei militanti Fiom, prevista per mercoledi 28 novembre. A ogni modo Luigi Marino, segretario dell’Ugl metalmeccanici della Campania, lancia l’appello: “Spero che l’azienda faccia un passo indietro sulla questione dei licenziamenti”.

