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Fiat, i sindacati: “No ai licenziamenti”

Ieri a Pomigliano l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, ha dovuto incassare il secondo niet consecutivo da parte di Fim e Uilm alla procedura di mobilità nella newco.

Stavolta l’incontro è durato soltanto due ore, dalle tre alle cinque del pomeriggio. Del resto l’esito del faccia a faccia di ieri pomeriggio (il secondo dopo il confronto fiume della scorsa settimana) tra Fiat e sindacati firmatari dell’accordo Panda si profilava scontato già prima che iniziasse.

Dunque, nessun accordo tra la newco Fabbrica Italia Pomigliano e Fim, Uilm, Fismic e Ugl sulla delicata faccenda dei licenziamenti, la cui procedura era stata aperta a ottobre. A ogni modo il verbale di non accordo, nell’ambito dell’esame congiunto in azienda, non è stato firmato. Si tratta di una porticina rimasta aperta alle prossime riunioni in sede Ormel, l’ufficio regionale del lavoro, chiamato adesso a sbrogliare una matassa che appare ingarbugliatissima. Da ora in poi le parti avranno soltanto un mese di tempo per trovare una quadra. Al centro della questione c’è l’assunzione nella newco dei primi 19 dei 145 operai iscritti alla Fiom, il cui rientro nella fabbrica automobilistica di Pomigliano, già effettuato, lunedì scorso, è stato deciso per ordine della magistratura.

Gli altri 126 metalmeccanici della Cgil dovranno rientrare entro la metà di aprile. Pochi giorni dopo questa sentenza la Fiat ha comunicato l’avvio della procedura di licenziamento per un numero equivalente di lavoratori. Ma adesso sono gli stessi sindacati firmatari, pur con i vari distinguo, a opporsi a questa decisione del Lingotto. C’è un fattore che preoccupa le parti sociali. Se la Fiat comunicasse i licenziamenti, sia pure in forma unilaterale, per legge non potrebbe più riassumere in Fip i lavoratori attualmente in cassa integrazione. Il blocco durerebbe un anno, nel caso in cui la Fiat decidesse di avviare anche una seconda procedura di mobilità per un numero equivalente di addetti, relativo alla seconda tranche dei 126 operai Fiat da far passare entro aprile. C’è però la cassa integrazione straordinaria di mezzo, che scadrà in via definitiva a luglio per 1390 dipendenti di Pomigliano.

In più c’è la cessazione di attività, prevista sempre per luglio, della vecchia società Fiat Giambattista Vico, alle cui dipendenze si trovano ancora sia i 1390 in cassa che altri 900 operai, in questa fase al lavoro nel perimetro dello stabilimento. “Se la Fiat licenzia – avverte Leonardo Burmo, segretario nazionale della Fim-Cisl per il settore auto – dovrà assumersi le sue responsabilità. Noi – spiega Burmo – abbiamo firmato un patto nel giugno del 2010 che prevede il rientro al lavoro di tutti gli addetti di Pomigliano e questo patto dovrà essere rispettato. Lo ripeto – conclude Burmo – noi abbiamo fatto l’accordo in cambio del rientro di tutti i lavoratori”. Dal canto suo Pietro De Biasi, capo delle relazioni sindacali Fiat, ha fatto chiaramente capire che in caso di mancato accordo l’azienda procederà in modo unilaterale.

“Come Uilm – riferisce Giovanni Sgambati, segretario regionale – abbiamo la necessità che la Fiat rifletta su una soluzione alternativa”. Più possibilista in questa direzione è la Fismic. “De Biasi – la posizione di Luigi Mercogliano, segretario regionale Fismic – ha ricordato quella parte dell’accordo Panda relativa all’impegno dei sindacati firmatari a contrastare quelle minoranze che vogliono vanificare il progetto di sviluppo. Comunque – tiene a specificare Mercogliano – tutti i sindacati hanno ribadito che deve essere garantita la totale saturazione occupazionale al giugno 2010”. Tra le ipotesi di estromissione alternativa ai licenziamenti si è fatta avanti quella della transazione: gli ultimi assunti firmano il passaggio dalla newco alla vecchia società rientrando così in cassa integrazione.

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