A Napoli alla CGIL discute di contrattazione e welfare in un’ottica di genere

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Le donne sono motore di cambiamento e protagoniste nelle creazione di circuiti virtuosi a livello economico e sociale.

Si è svolto a Napoli, in via Torino, sede storica della CGIL, un’iniziativa particolarmente importante per le questioni di genere. L’assemblea, convocata per martedì scorso 23 aprile, è stata organizzata in concomitanza con un’assemblea nazionale che si è svolta a Cortona, e con altri incontri simili che si sono tenuti a livello cittadino o regionale in diverse città di Italia, riprendendo il titolo, che è tutto un programma, della prima assemblea nazionale su questo tema che si è svolta a Roma nel giugno dello scorso anno: “Le donne ….cambiano”

La tesi è semplice, ma niente affatto scontata. Le condizioni di vita delle donne non sono solo un segno rivelatore dei livelli di sviluppo economico e sociale di un paese, le battaglie delle donne non sono solo battaglie di civiltà e di diritti, le donne sono, a tutti gli effetti “la” questione centrale, per quanto riguarda lo sviluppo di una società nel suo insieme. La questione di genere non è né marginale, né secondaria, e neppure si riferisce solo a una parte della società. Al contrario la questione di genere porta con sé le rivendicazioni dei diritti per tutti, di qualunque sesso ed età, diritti che sono la premessa e non la conseguenza del benessere e di una possibilità di vita e di sviluppo sostenibile per l’intero paese.

Quello che è accaduto negli ultimi anni in Italia è che, in nome della crisi del debito pubblico e dell’Europa “che ce lo chiede”, sono stati tagliati in maniera selvaggia welfare, previdenza, scuola. Il lavoro flessibile, tanto sbandierato come volano di occupazione e modernità, ha mostrato il suo vero volto in tutta la sua crudezza. Non di possibilità di cambiare lavoro si è mai trattato, né di riqualificazione o opportunità. Lavoro flessibile è significato e significa in Italia, contratti a termine, a progetto, precarizzazione estrema del lavoro, riduzione fino all’abolizione di alcuni diritti (si pensi alle dimissioni in bianco che scavalcano completamente il diritto al congedo parentale e alla salute, ai diritti che sembravano consolidati alla malattia e ai permessi).

Per le donne tutto questo si è tradotto nello scivolamento nel nero o, cosa se possibile anche peggiore, nel ritorno a casa, al lavoro di cura non riconosciuto, all’impossibilità di autonomia economica, all’arretramento all’interno della famiglia verso rapporti di subalternità e sudditanza. Tagliare il welfare ha avuto come conseguenza scaricare in automatico sulle spalle delle donne la cura dell’infanzia, dei disabili e degli anziani, rendendole soggetti ancora più fragili nel mercato del lavoro. Il welfare, invece, va mantenuto nella sua sostanza di rete di supporto pubblico e statale, uguale per tutti. Che le donne tornino a casa a fare il lavoro, nascosto e misconosciuto, domestico e di cura costituisce un arretramento di tutta la società, perché anche i redditi crollano e così il potere d’acquisto e la domanda interna, alimentando un circolo vizioso e pericoloso per tutto il sistema sociale.

E’ nella contrattazione, a tutti i livelli, che queste istanze andranno recepite. Pur tenendo conto della difficoltà a reperire risorse sui diritti non è possibile arretrare.
Anche nella riforma delle pensioni l’Italia ha fatto la figura della prima della classe. Ora abbiamo l’età pensionabile più alta d’Europa, uguale per uomini e donne. Peccato che il nostro welfare non assomigli neanche da lontano a quello di paesi come Francia o Germania, che fino a poco fa erano nostri vicini nei livelli di sviluppo (cioè di PIL – anche se il parametro è estremamente discutibile come misuratore di sviluppo in questo caso funziona perché si tratta di redistribuzione della ricchezza interna). Peccato che non sono uguali i parametri di calcolo. Peccato che sia esclusa qualsiasi forma di flessibilità. Peccato che questa riforma abbia aggravato tout court la già terribile crisi dell’occupazione giovanile, che ha raggiunto livelli senza precedenti in Italia.

La contraddizione più evidente è in quel “l’Europa ce lo chiede” di montiana memoria. In realtà le raccomandazioni dell’Europa in tema di pari opportunità e di diritti vanno in tutt’altra direzione. Tant’è che nello scorso dicembre L’Unione Europea ha emanato direttive per la modifica della spending review bis dell’agosto 2012. Sono anni che l’Unione Europea e le sue istituzioni premono perché siano attuate negli stati membri politiche efficaci per le pari opportunità, per la protezione dell’infanzia, per il contrasto alla violenza di genere.
A discutere di Europa, welfare e contrattazione sono state a Napoli, con la coordinazione di Rosalba Cenerelli e l’introduzione di Teresa Potenza, Teresa Granato, Federico Libertino, Rossana Rosi, tutti della CGIL, ma anche Milena Carbonelli, dell’Associazione per la Casa delle Donne a Napoli, Lello Savonardo, della federico II; e Chiara Valentini, giornalista e scrittrice, autrice del libro “O i figli o il lavoro”. Ha chiuso i lavori l’intervento di Vera Lamonica, segretaria nazionale CGIL.