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Esiste troppa cattiva informazione, riguardo le allergie alimentari e non. Quando si parla di allergie? Quando di idiosincrasie e quando un soggetto notevolmente affetto da allergie respiratorie, presenta anche allergie alimentari?

Intanto, le  persone che si “ammalano” di allergie alimentari crescono in modo esponenziale. Con la denominazione allergia alimentare si intende definire una reazione avversa che ha luogo quando un individuo suscettibile viene esposto a un determinato alimento, che sia per contatto o ingestione (in taluni casi anche inalazione), e il suo sistema immunitario interviene innescando una reazione clinicamente rilevante.

I responsabili sono i panallergeni, cioè allergeni presenti sia nei pollini delle piante che in alcuni alimenti, soprattutto frutta e verdura ma anche in alcuni pesci come i crostacei, e che possono dare allergie crociate (dovute quindi alla sommatoria di esposizione ambientale ai pollini e assunzione di alimenti).

I panallergeni sono una decina ma i più frequenti sono tre, la profilina, la PR10 e la LT. Quest’ultima è  la più aggressiva delle tre perché è gastroresistente e termostabile, quindi non viene degradata dal calore o dalla digestione e può dare origine  a sintomatologie non solo localizzate ma anche sistemiche.

Le Ltp (proteine di trasporto dei lipidi) sono molecole site, in genere, al di sotto della buccia di determinati tipi di frutta e svolgono la funzione di difesa contro i patogeni delle piante. Sono presenti anche nei semi, nei cereali e nei vegetali. Tra gli alimenti che figurano come principali fonti allergiche ci sono: kiwi, scalogno, cipolla, sedano, frutta secca (arachide, nocciola, noce, mandorla), asparago, broccoli, cavolfiore, castagna, limone, mandarino, arancio, carota, ananas, carota, fragola, girasole, orzo, lattuga, lenticchie, pomodoro, mela, gelso, banana, prezzemolo, fagiolo, albicocca, ciliegia, susina, pesca, melograno, pera, rosa, lampone, senape, frumento, farro, mirtillo, uva, granoturco.

 La diagnosi. La definizione di allergia parte da un’anamnesi clinica e da un’indagine dietetica, supportate da analisi in vivo e in vitro. Tuttavia, ad eccezione della prova di provocazione orale con alimento responsabile, non esiste un test in grado di fare diagnosi di allergia alimentare con specificità e sensibilità assolute. Per giungere all’accertamento della patologia allergica viene utilizzato lo Skin-prick-test. Viene, quindi, posta sulla pelle una goccia di un estratto allergico diluito, successivamente la cute viene escoriata tramite l’estremità di una specifica punta metallica. L’accuratezza diagnostica di questo test dipende dalla qualità degli allergeni alimentari utilizzati. Invece, è il test orale ad essere la prova per eccellenza che conduce alla diagnosi dell’allergia alimentare. Questo può essere eseguito in maniera aperta (utilizzata in genere per introdurre un alimento precedentemente eliminato dalla dieta), in single blind o double blind e può essere controllato tramite l’utilizzo del placebo. Questa modalità di verifica ha delle limitazioni quando si parla di anafilassi cibo-dipendente ed esercizio-indotta: cioè in quei pazienti dove la reazione anafilattica si manifesta soltanto se l’ingestione dell’alimento è seguita da esercizio fisico. Il dosaggio delle IgE specifiche, anticorpi la cui funzione è quella di proteggere l’organismo dalle infezioni da parte di parassiti ed elminti, risulta essere il miglior marcatore disponibile, per ora.

Tra le reazioni che più frequentemente si manifestano in relazione alle allergie alimentari vi è l’orticaria da contatto, che coinvolge labbra, mucosa orale e faringea. I sintomi si manifestano dopo pochi minuti dall’ingestione dell’alimento allergenico e sono rappresentati dalla comparsa di bolle su labbra, lingua, palato, naso, orecchie e gola. Tali manifestazioni possono rivelarsi fatali a causa dell’ingrossamento della faringe. Pazienti sensibili alle LtP possono presentare  disturbi gastrointestinalicome nausea, vomito e diarrea. Le manifestazioni cutanee, invece, possono variare tra prurito, orticaria, angioedema, eruzioni cutanee morbiliformi o dermatite atopica, un’infiammazione della pelle cronica. L’anafilassi è la più grave tra le reazioni allergiche. È causata da un importante rilascio da parte di basofili e mastcellule dei loro mediatori all’interno del corpo, determinando la comparsa di sintomatologie relative all’ambito gastrointestinale, dermatologico, respiratorio e cardiovascolare. Chi è allergico alle LPT può avere una reazione allergica anche dopo un’attività fisica intensa se effettuata subito dopo l’assunzione di alimenti che la contengono, o per l’assunzione di alcuni farmaci, specialmente gli antinfiammatori non steroidei, sempre se assunti dopo un alimento a cui si è allergici, e questo spiega perché talvolta una aspirina non crea nessun problema e un’altra può dare orticaria o altre reazioni avverse, semplicemente perché magari poche ore prima si era assunto un frutto contenente LTP che non aveva però dato reazioni e non le avrebbe date se non si fosse aggiunta un’ulteriore fonte di innesco della reazione allergica.

E’ possibile effettuare diagnosi in modi diversi: test cutanei, i test sul sangue e i test i provocazione che però oggi possono essere sostituiti  -e sempre più lo saranno in futuro-  da un nuovo test, e cioè l’attivazione del basofili nel sangue, test molto più semplice del test di provocazione e che non comporta alcun rischio per i pazienti, visto che si effettua su un campione di sangue.

Ma una diagnosi va sempre seguita da una terapia efficace e che doni serenità al paziente. Il primo passo è una appropriata dietoterapia, basata sulla eliminazione degli LtP responsabili ed un basso contenuto di alimenti che rilasciano istamina. Un attento percorso dietoterapico può migliorare di gran lunga lo stato allergico del paziente.

Attualmente l’allergia alimentare Ltp non è riconosciuta dalla legislazione italiana come “malattia rara”, secondo la definizione dell’Istituto Superiore di Sanità. Assume tale denominazione quella patologia che non prevale nella popolazione più di 5 persone su 10.000 abitanti, una percentuale ben al di sotto di quanto è possibile calcolare per l’allergia alle Ltp in base ai dati pubblicati dal Ministero della Salute.Inoltre, tale allergia alimentare, inoltre,non ha conseguito la diagnosi di patologia cronica invalidante.