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Un caffè con…Marco Bove

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Trentasei anni, consigliere comunale, laureato in giurisprudenza, lavora nell’autoscuola di famiglia ed è rappresentante sindacale di categoria, da quattro mesi padre felice di Margherita.

Eletto con la lista «Arcobaleno» nella coalizione che ha sostenuto in campagna elettorale il sindaco Lello Abete, gestisce l’autoscuola di famiglia in piazza IV Novembre a Sant’Anastasia. Da qualche mese è papà di Margherita e vive con lei e la sua compagna Olga a Somma Vesuviana. «Metallaro» nell’anima, ha alle spalle collaborazioni con varie band musicali. Laureato in giurisprudenza, si divide tra lavoro, famiglia e impegno al Comune di Sant’Anastasia. Ha presentato progetti a costo zero per l’attivazione di corsi di educazione stradale nelle scuole del territorio. Rappresentante di categoria, da pochi mesi ha un incarico nazionale nell’Unasca ed è consigliere del centro studi «Cesare Ferrari» che collabora con alcuni atenei italiani con l’obiettivo di creare una nuova figura professionale: quella del consulente dei trasporti. Nell’intervista che segue ha raccontato come nasce il suo impegno politico, cosa significa la musica nella sua vita e quali obiettivi ha per il futuro.

Marco, mi racconti della tua famiglia di origine?
«Abbiamo sempre vissuto a Sant’Anastasia. Qui mio padre Ernesto è titolare di un’autoscuola mentre mamma, che si chiama Margherita – lo stesso nome che ho voluto dare a mia figlia perché mi piace molto – è casalinga con una grande passione per la sartoria. Ha anche lavorato nel settore, creando modelli di alta moda e partecipando a concorsi di carattere nazionale con la casa di moda «Annabella» di Pavia. Ha abbandonato questa strada per amore della famiglia e dei figli ma è ancora appassionata e segue l’evoluzione della moda con estremo piacere. Io sono il minore di tre fratelli: il primo è avvocato e mia sorella – laureata in psicologia – gestisce una delle nostre sedi dell’autoscuola, quella di Pomigliano d’Arco».

Tu invece lavori in quella di Sant’Anastasia.
«Sì, mi ci sono dedicato anima e corpo dopo aver finito gli studi in giurisprudenza e aver conseguito la laurea. Da sei anni a questa parte sono anche rappresentante di categoria, mi è stato affidato un incarico a carattere nazionale dall’Unasca, l’unione nazionale autoscuole, per quel che riguarda il settore centro studi: infatti sono nel consiglio direttivo del “Cesare Ferrari”, mi occupo di formazione, seguo i progetti e collaboro con alcune Università italiane come quella di Macerata e la Pegaso. Stiamo tentando di creare nuove figure nell’ambito automobilistico, in particolare quella di consulente dei trasporti. Ne vado molto fiero, presto ci sarà un corso di laurea che formerà esperti che sono un po’ a metà tra il giurista – economista e il conoscitore specifico del trasporto, sia su ruote sia marittimo, fino agli esami in aereo».

Quante autoscuole avete?
«In realtà quattro su sette fratelli di mio padre hanno intrapreso questa strada, dunque le autoscuole Bove sono tutte sotto un unico simbolo ed esiste anche un consorzio, a Napoli. Credo siano dieci o dodici in tutto. Le nostre sono a Sant’Anastasia e Pomigliano».

A quanti anni hai imparato a guidare?
«Mio padre ha preteso che compissi diciotto anni. Non è corretto che una persona che insegna le regole di educazione stradale, e dunque di correttezza, consenta poi al figlio di salire in auto senza patente. Ho atteso con piacere e papà mi era accanto anche in quell’occasione».

Quante patenti hai?
«Praticamente tutte. Posso guidare ogni mezzo su ruote – insegno anche la conduzione di mezzi pesanti e, quanto alla nautica, tutte le imbarcazioni eccettuate le navi di grossa portata».

Anche gli aerei?
«Non ancora, quella è un’abilitazione che deve essere rilasciata dall’Aeronautica».

La tua strada lavorativa era segnata? Da piccolo ti vedevi già a operare nell’azienda di famiglia?
«In realtà ho vissuto l’ambiente dell’autoscuola fin da quando avevo sette o otto anni. Ero sempre lì, piazza IV Novembre era tra l’altro in quel periodo il ritrovo di tanti ragazzi che ancora oggi sono miei amici».

Giocavi lì?
«Mi incuriosiva già il mondo automobilistico, ho iniziato a imparare la materia con i disegnini degli incroci. Giocavo con i test, imparavo a chi spettasse la precedenza. Insomma, una passione nata da bambino e forse indotta dall’ambiente. Mio padre mi insegnava che per poter ricevere dovevo anche dare, voleva che lavorassi. Se chiedevo un gioco, o qualcosa di simile, faceva in modo che me lo guadagnassi. Facevo fotocopie in autoscuola, prendevo dati o stavo semplicemente lì a capire, ad apprendere, a imparare come si sviluppa un’attività formativa. Era già tanto. Anche quando ho cominciato le superiori – il liceo scientifico Torricelli a Somma Vesuviana – mi recavo comunque al lavoro il pomeriggio».

Che studente eri?
«Sinceramente non mi sono mai impegnato più del necessario, studiavo per la sufficienza. Il fatto è che anche all’epoca avevo altri impegni, la passione per la musica sopra tutto il resto. A sedici anni cominciai a studiare la chitarra, prima quella classica e poi quella elettrica. Ho sostenuto gli esami di solfeggio e proseguito il percorso iscrivendomi ad una scuola di Pomigliano, la Yamaha Jam Session, con insegnanti che mi hanno fatto studiare seriamente. All’epoca suonavo con altri amici tra i quali c’era Fernando De Simone – attuale assessore a Sant’Anastasia – lui suona il basso ed è molto bravo. Ci esercitavamo in un garage a Madonna dell’Arco, ciascuno di noi dava un piccolo contributo per pagare il fitto della struttura che poi abbiamo insonorizzato. A casa non potevamo suonare spesso, io sono stato per anni l’incubo del condominio, ma effettivamente cercavo di esercitarmi in orari in cui non avrei dato fastidio».

Che genere di musica?
«Vari generi, ma quel che mi ha sempre appassionato tanto è il metal: a casa mia non piaceva a nessuno. Anche il blues o il funky».

Suonavate cover o avevate anche inediti in repertorio?
«Inizialmente cover, il primo progetto serio di band fu proprio con Fernando De Simone, Pierluigi Maiello, Francesco Iannucci e altri amici. Suonavamo nei locali, a feste private, ci chiamavano per le serate. Di lì per gioco si iniziò a lavorare sullo studio approfondito degli strumenti e su un progetto di cover band dei Metallica. Più tardi anche pezzi nostri, producemmo un cd amatoriale, una cosa casalinga».

Come si chiamava la band?
«Winter Mist, foschia d’inverno».

Una cosa allegra.
«Effettivamente…».

Perché?
«I testi che sviluppavamo erano soprattutto a carattere filosofico, ripresi da Nietzsche per esempio. Si avvicina molto ad un discorso di gothic metal, c’è tutta una filosofia che gira intorno a determinati stili musicali. Varie esperienze fecero sì che avessimo riconoscimenti su molte riviste di settore. Più tardi, il riscontro davvero positivo l’ho avuto con un’altra band anastasiana, i “Doppio Taglio”, avemmo un discreto successo, anche come gradimento dei video che ancora sono in rete».

C’è ancora questa band?
«Nel cuore sì. Ma il ricordo è anche legato a un caro amico che purtroppo oggi non è più tra noi. È rimasta una forte amicizia con il cantante del gruppo, Antonio Gifuni, che si è dovuto trasferire a L’Aquila per studiare e specializzarsi. Oggi è tornato e ha aperto un suo studio, sono molto contento per lui con il quale ho condiviso tanto. La band si è sciolta per vicende legate al proseguire della vita, della crescita. Spesso ci vediamo e riconosciamo che c’è questo desiderio di riprendere in mano gli strumenti».

Foschia d’inverno, Doppio Taglio…hai suonato con altri gruppi?
«The Circus of Fools, ossia “Il circo dei folli”. Rappresenta un po’ il nostro sistema italiano, abbiamo lavorato su inediti dei quali la parte musicale era affidata a me. Ho composto diversi brani. Era una band new metal che unisce influenze funky a dei riff metal, con parti rap. È uscito un cd, siamo stati recensiti su più di una ventina di web magazine del settore e abbiamo avuto riconoscimenti a carattere nazionale. Partecipammo al Virgin Radio Contest, suonammo all’Hard Rock di Roma e Firenze e arrivammo in finale ma non la spuntammo per pochissimi voti. Da lì si è poi aperto uno scenario diverso ma alla fine ho lasciato il progetto per contrasti circa gli orientamenti che la band avrebbe dovuto seguire. Ero tra i suoi fondatori, anzi forse si può dire il fondatore, ho proposto io l’idea e la direzione in cui avrebbe dovuto svilupparsi. L’esperienza avrebbe dovuto portarci verso un tipo di musica di più facile ascolto, non limitandoci all’underground. Purtroppo non tutti i componenti erano dello stesso avviso, forse perché molto più giovani. Ho preferito allontanarmi, ad una certa età mi scoccia suonare nei localini, preferisco dedicarmi a progetti più ampi».

Non hai mai pensato di suonare per mestiere, di vivere di questo?
«A un certo punto sì, quando ho avuto un riconoscimento come endorser, una figura che usa in pubblico determinati strumenti per pubblicizzare una specifica marca, fa in pratica da testimonial del prodotto. Fui scelto dalla Essetipicks, una marca di plettri. A fine serata dovevo specificare questa cosa e spiegare semmai, a chi fosse interessato, le caratteristiche del plettro, i motivi per cui lo avevo scelto. È un riconoscimento del lavoro, della professionalità, mi faceva piacere. Ho fatto varie serate, a Cesenatico, Torino, Roma, Firenze. Poi però ho scelto un’altra strada».

Hai partecipato anche al Festival Giovani Talenti «Premio Città di Sant’Anastasia», come fu quell’esperienza?
«Partecipai con i Doppio Taglio e l’esperienza fu molto bella anche se non vincemmo. Era il primo anno in cui ci si poteva presentare con brani inediti ma purtroppo arrivò solo il nostro e non si poté gareggiare nella sezione specifica che poi è stata invece creata negli anni successivi. Optammo per la cover “Con il nastro rosa” di Lucio Battisti, la nostra versione un po’ rockettara piacque».

Suoni ancora?
«Suonicchio, ogni tanto prendo la chitarra per stare in allenamento. Ora la musica la ascolto, più che altro».

Quale?
«Tutto quello che passa in radio, dal genere commerciale all’underground. Quando faccio attività fisica, soprattutto».

Sportivo?
«Abbastanza. Corro, mi dedico alla ginnastica a corpo libero, ogni tanto anche ai pesi».

Hai un ricordo d’infanzia particolarmente vivo?
«Forse il trauma del passaggio dalla scuola elementare, frequentata dalle suore, a quella media. Ero un ragazzino molto timido, mi diventava difficile relazionarmi con determinati ambienti che non conoscevo, con coetanei che non avevano fatto il mio stesso percorso e avevano perciò comportamenti diversi».

Cioè? Meno educati o semplicemente più spigliati?
«Solo diversamente abituati, ma poi mi sono adattato. Ho capito che esiste anche un modo diverso di interagire, di vivere, di relazionarsi, mi sono reso conto che la vita ha tante sfumature, l’importante è saperle leggere. Alla fine avevo tanti amici: quelli della scuola, quelli con cui facevo sport, la comitiva del weekend con il ritrovo proprio sotto casa, ossia nei pressi del cinema Metropolitan a via D’Auria. All’epoca la gioventù anastasiana viveva un periodo d’oro, si formavano comitive di trenta o quaranta persone, eravamo così tanti che diventava difficile anche spostarsi e così restavamo in zona vivendo il paese e i locali di Sant’Anastasia».

Sei laureato in Giurisprudenza, perché hai scelto quel corso di studi?
«In realtà la mia prima opzione sarebbe stata Medicina, però mi resi conto che quella facoltà, l’impegno che avrebbe richiesto, era difficilmente conciliabile con l’autoscuola che non volevo lasciare. Perciò studiavo al mattino e lavoravo di pomeriggio, i corsi li ho seguiti pochissimo, studiando quasi da autodidatta e andando in dipartimento solo di rado, giusto per chiedere qualcosa che mi risultava poco chiaro. Ho impiegato qualche anno più del dovuto e mi sono laureato con una tesi sul diritto di famiglia, precisamente sui beni che la coppia acquista nell’ambito di un matrimonio e che vanno divisi in caso di divorzio. Un argomento delicato e sul quale allora c’erano pochi studi: il diritto evolve di continuo, come i rapporti sociali, e oggigiorno le coppie tendono facilmente a disgregarsi, quindi la normativa si è dovuta adeguare in maniera diversa rispetto al passato».

Non hai sostenuto l’esame di abilitazione per esercitare da avvocato?
«No, per il momento ho conseguito titoli di mediazione e di perito in ambito infortunistico, mi interessava di più perché collegato al lavoro che già svolgo».

A proposito, cosa fai esattamente? Insegni a guidare o segui principalmente la parte teorica?
«Entrambe le cose, seguo le persone anche durante le prove esame perché credo sia importante avere vicino chi ti ha accompagnato in un intero percorso, spesso nascono vere amicizie».

Che automobilisti sono gli anastasiani?
«Quelli delle vecchie generazioni un po’ più indisciplinati, credo perché in passato c’erano meno auto e si tolleravano atteggiamenti oggi non possibili. I giovani conoscono forse meglio le regole ma talvolta vanno al di sopra delle proprie abilità, guidando macchine troppo potenti e sottovalutando i pericoli».

Più bravi gli uomini o le donne?
«Sfatiamo un mito: le donne sono più brave. Eccellenti nei quiz, più rapide. Nella pratica gioca molto l’aspetto emozionale, hanno più timore nel compiere determinate manovre. Ma è questo l’atteggiamento giusto: la strada ha tantissime insidie e, anche se paura o ansia non sono positive, un attimino di prudenza occorre. Le donne causano più microincidenti, gli uomini secondo le statistiche sono maggiormente coinvolti in sinistri gravi. Il problema vero riguarda a mio parere i ragazzi, i giovani. La assoluta mancanza di educazione stradale fino ai diciotto anni, con le uniche conoscenze date dall’andare in auto con i genitori».

Vedresti l’educazione stradale come materia scolastica?
«Ho presentato al Comune un progetto completamente gratuito per attivare dei corsi nelle scuole del territorio, ne ho già tenuto alcuni come ideatore e collaboratore, lo faccio da almeno dieci anni».

Partendo dalle elementari?
«Abbiamo testato questi corsi nelle scuole di ogni grado, lavorando diversamente con le varie fasce d’età. Alle elementari si lavora tantissimo con i disegni, mostrando i segnali, spiegando a cosa servono i semafori, facendo vedere gli agenti di polizia municipale o i carabinieri non come “i cattivi” bensì come coloro che hanno il compito di far rispettare le regole evitando che le persone si facciano male. Per le scuole medie si punta sugli aspetti che interessano i ragazzi, dall’uso del casco alla conduzione dei ciclomotori. Alle superiori il discorso è diverso, gli studenti vanno motivati con un obiettivo e prima che l’abilitazione per guidare un motorino diventasse una vera e propria patente ci si riusciva, oggi il corso che si poteva fare a scuola è scomparso. Ma quello che vorrei, ponendomi come risultato il far divenire Sant’Anastasia paese dell’educazione stradale, è offrire la mia disponibilità in maniera gratuita e formare i ragazzi almeno come pedoni. Conoscere i segnali, sapere come si attraversa correttamente una strada, inculcare loro il principio che in orari notturni è bene indossare indumenti chiari, capire che il marciapiede si utilizza solo per camminarci su, a piedi. Aspetti che spesso nemmeno i genitori rispettano appieno».

Tu la indossi sempre la cintura di sicurezza?
«Sempre. Se insegni delle regole devi rispettarle per primo. Lo faccio dalla prima volta che sono salito in un’auto, già prima che con il decreto del ’96 si introducesse la patente a punti».

Hai mai avuto un motorino?
«Mai, mi ha sempre spaventato e credo che i percorsi urbani non siano fatti per questi mezzi».

Hai sottolineato più volte il tuo impegno gratuito nel caso in cui i progetti che hai proposto all’amministrazione siano accolti. Ma non credi di avere comunque dei vantaggi, in tale eventualità, rispetto ad altri?
«Io ho sempre prestato le mie conoscenze in maniera del tutto gratuita, nelle scuole, ancor prima di essere eletto consigliere comunale. A meno che non fossi chiamato per dei Pon. Del resto può essere anche una forma pubblicitaria».

Infatti.
«Questo progetto ha avuto un bel successo anche a carattere nazionale: con il viceministro Nencini abbiamo realizzato un evento di dodici tappe in comuni campani, anche a Scampia. C’erano squadre che si affrontavano in gare con domande sull’educazione stradale, era molto divertente per i ragazzi oltre che istruttivo».

Mi racconti qualche episodio divertente, o strano, che ti è capitato sul lavoro?
«Guarda, io spesso penso di scrivere un libro sull’argomento. Accadono episodi che possono lasciare esterrefatti, legati a conoscenze che dovrebbero essere basilari. Ci sono persone, per esempio, che non hanno idea di come si indossi una cintura e finiscono per attorcigliarcisi come salami, ragazzi che pensano si possano sorpassare tre o quattro auto insieme, persone alle quali durante l’esame chiedi di accostare e si precipitano fuori dall’auto sperando che il test di prova sia finito, altri convinti che viaggiare a velocità “sostenuta” voglia dire andar piano o che confondono un’avaria con l’aviaria…».

I punti più pericolosi nelle strade di Sant’Anastasia quali sono?
«In realtà ho già presentato una dettagliata relazione in merito al sindaco e al comandante della polizia municipale, sono molti i punti che dovrebbero essere rivisti con qualche accorgimento in più. L’incrocio via Somma – via Circumvallazione, via Pomigliano  – nei pressi della ex Corderia – necessita di interventi strutturali come una rotonda, magari abbinata a sensi unici di marcia. Il comandante Palladino ha concordato con me: bisogna far in modo che il traffico in direzione Sant’Anastasia prenda una direzione diversa da quello diretto a Madonna dell’Arco e, nello stesso tempo, chi viene da Somma Vesuviana e Pomigliano d’Arco prosegua tranquillamente senza dover intersecare le traiettorie. Poi c’è tutto un discorso di corsie di preselezione e canalizzazione del traffico, a partire da via Roma fino a Madonna dell’Arco, con la previsione di interventi semplici, magari anche solo di segnaletica orizzontale. Su via Romani e via Pomigliano, dove il limite di velocità si impenna leggermente, tutti gli incroci sono pericolosi e dovrebbero essere regolati in un certo modo».

E Madonna dell’Arco?
«Quella dovrebbe essere una “zona 30”, come quella introdotta da Matteo Renzi quando era sindaco di Firenze. Ossia, in quell’area ad altra densità di popolazione e identificata anche con il luogo di culto che è il Santuario, bisognerebbe abbassare il limite massimo di velocità a 30 kmh, quella ottimale per evitare problemi ai pedoni. Considerando anche che in alcuni punti la pavimentazione non è delle migliori ma che – fortunatamente – stiamo procedendo con i lavori di riqualificazione del secondo tratto di via Arco, cosa che garantirà maggiore sicurezza».

La politica? Quando hai cominciato ad interessartene?
«In verità mi ha sempre affascinato».

Innanzitutto in quale area ti collochi?
«Il centrodestra, ma non ho mai avuto tessere di partito. Una critica che mi sento di muovere è quella che nessuno tenta di creare aggregazioni che avvicinino di più i giovani alla politica, luoghi dove si possa parlarne in maniera continua, costante».

Nel 2010, la tua prima volta da candidato, eri nella lista Udc a sostegno del candidato sindaco Carmine Capuano.
«Sì, avevo preferito affiancarmi agli indipendenti di Forza Italia che erano ospitati nella lista Udc. C’era anche Eddi Pone, fratello del sindaco uscente. Il simbolo di Fi fu dato allora alla coalizione che sosteneva Carmine Esposito, poi divenuto sindaco. Presi 186 voti, ma non fui eletto».

Perché decidesti di impegnarti?
«Per mettermi in gioco, alla prova. Avevo già alle spalle un impegno a carattere sociale sviluppato nel corso degli anni, con eventi, manifestazioni di beneficenza o legate all’educazione stradale, concerti e altro. Diciamo che dopo la laurea mi sono sentito pronto, avevo maggior tempo da dedicare a quello che poteva essere un discorso politico».

Fu una campagna elettorale molto «accesa» …
«Non mi piacque molto, non condivido i toni alti in politica, in particolar modo se si scade sul personale. Io ho solo e sempre parlato di me entrando nelle case dei cittadini. Mi sono presentato per quel che sono, contattando amici, conoscenti, ragazzi che avevano magari avuto modo di conoscermi in autoscuola. Insomma, chi mi ha votato sapeva chi stava scegliendo».

Eri alla prima esperienza e, se posso, avere contatti sociali ed essere una persona perbene non vuol dire sempre avere una propensione politica.  Il tuo obiettivo qual era e qual è?
«Dare un contributo di idee, la mia disponibilità, proporre novità, offrire le mie conoscenze alla comunità».

Al ballottaggio del 2010 chi scegliesti?
«Il voto è segreto».

Per chi vuol far politica mica tanto, ma se non vuoi dirlo è comunque una buona ragione alla quale appellarti.
«Il fatto è che ho ottimi rapporti sia con Giovanni Barone, sia con Carmine Esposito, i due contendenti di allora. Ho tantissima stima di entrambi, anzi direi che ci vogliamo bene».

Però poi ti sei candidato nel 2014 con la coalizione che professava la continuità con l’amministrazione Esposito.
«Distinguo molto l’amicizia e il rispetto dalla politica, per me sono al primo posto nella scala di valori».

Dovrebbe essere un principio condiviso da tutti, siamo d’accordo. Ma non pensi che la eccessiva diplomazia, il buonismo a tutti i costi, non facciano poi così bene alla politica?
«Sì, forse. Infatti credo che occorra portare avanti le proprie idee e farle valere. Lottare per i propri principi, ingaggiare un dibattito politico anche acceso, ma non perdere mai di vista il rispetto per le persone».

Perché l’anno scorso hai scelto Lello Abete e la sua coalizione?
«Fu molto convincente il suo programma e accettai la candidatura nella Lista Arcobaleno. Con lui nacque subito un ottimo rapporto, mi ritrovo tantissimo anche nella sua personalità, nel suo modo di fare. È una persona perbene che sa interagire con la gente. Mi ispirava fiducia, sa darti sicurezza sin dalle prime battute».

Parli da amico o da consigliere?
«È mio amico prima che il mio sindaco. Mi piace come persona. È pronto all’ascolto, riesce sempre a trovare una soluzione che tenga conto di tutte le indicazioni ma prosegua poi su una strada ben precisa. La democrazia è questa, io considero un leader colui che riesce ad ascoltare tutti, non trascurando le idee di ciascuno, senza per questo avere esitazioni nell’imboccare la strada che considera migliore, giusta».

Quanti voti hai preso nel 2014?
«196».

Poco più della volta precedente. Non ti sei affiancato ad una donna?
«No, chiedevo il voto per me e consigliavo di votare una qualsiasi delle donne presenti nella mia lista. Potevo parlare di me, non di un’altra persona che non conoscevo o conoscevo poco. Forse sono stato stupido, non so. Intanto sono risultato il primo dei non eletti e quando l’attuale assessore Cettina Giliberti si è dimessa per entrare in giunta io ho potuto accedere al consiglio comunale».

L’approccio con il ruolo da consigliere?
«Tengo sempre con me statuto e regolamento, le basi per capire e procedere. Sono anche nella commissione che si occupa di Istruzione, ma non ho mai chiesto responsabilità, voglio imparare le cose poco alla volta e pur se mi avrebbe fatto piacere far parte anche della commissione viabilità, ho lasciato il passo ad alcuni consiglieri che ne avevano espresso il desiderio. Avevano avuto consenso maggiore, quindi era giusto così».

Il consenso elettorale ha poco a che fare con le qualità politiche. Almeno non così spesso. In consiglio siete uguali: una testa, un voto. Non credi?
«Indubbiamente, ma le cose che non mi sento in grado di capire, sviluppare, maturare, preferisco lasciarle agli altri, tant’è che spesso mi affianco a chi sento più esperto di me. Come l’assessore Fernando De Simone, per esempio».

Fai un bilancio di quest’anno?
«Positivo, mi piace molto risolvere i problemi che talvolta mi vengono sottoposti».

Quali sarebbero i problemi che hai risolto?
«Parlo dell’ordinario, delle piccole difficoltà quotidiane delle persone che riguardano magari l’accesso agli uffici, far capire per esempio come funziona l’eventuale protocollo di un atto. Sembra strano, ma non tutti sanno come funziona».

Non lo metto in dubbio ma questo, perdonami, può farlo anche un impiegato. Non è necessario essere eletti.
«Certo, ma è questa la differenza tra un “consigliere di strada” come io mi sento e chi invece in piazza non scende mai. Capita che le persone si rivolgano a me e, se posso, le aiuto anche con le piccole cose. Mi fa piacere quando mi segnalano problemi, mi reco sul luogo, mi attivo. E fortunatamente alcune situazioni le abbiamo risolte».

Mi fai un esempio?
«Al Quadrifoglio ci fu un incidente particolare, un’auto che andò a finire addirittura all’interno del parco. Trovammo la soluzione modificando la segnaletica. Certi problemi possono sembrare stupidi, ma il benessere della collettività si gioca anche sulle piccole cose».

A tuo parere come sta lavorando l’amministrazione Abete?
«Sta carburando, i progressi si vedono giorno dopo giorno».

Un diesel, praticamente.
«Attenzione, i diesel quando vanno a regime sono migliori dei motori a scoppio e soprattutto hanno un rendimento a lungo termine. Il gap è che devono surriscaldare le candelette ma poi la resa è eccellente. Una nuova amministrazione non può avere la bacchetta magica, noi veniamo dopo un commissariamento».

Pochi mesi di commissariamento hanno sicuramente giocato, ma amministrazione «nuova» mi pare esagerato. Il sindaco Abete è stato presidente del consiglio comunale negli ultimi due governi, in consiglio comunale siedono un po’ di persone che già vi erano nel 2010.
«Ci sono situazioni che non abbiamo reputato soddisfacenti».

Cioè, quali?
«Non mi va di scendere nei particolari, ognuno agisce secondo le proprie idee. Se vuoi esempi chiave, parlo del verde, dei rifiuti urbani: abbiamo trovato forti criticità, piani che secondo la nostra visione erano da implementare. Questo governo è partito con una serie di problematiche, non ultima quella che ha riguardato la questione del Centro Liguori e dell’ipotesi di allocarvi la caserma dei carabinieri».

Ipotesi accantonata, intanto. Tu eri d’accordo?
«Quel che importa è trovare una soluzione. Se non ci si riesce in quattro anni, la caserma dell’Arma sarà inglobata in quella di Somma Vesuviana. Credo che nessun cittadino anastasiano voglia questo, stiamo parlando della nostra sicurezza».

Allora cercate di ottenere il finanziamento per il progetto della caserma che già esiste, non ti pare?
«Indubbiamente, ci penseranno i nuovi assessori».

Già, i nuovi assessori. Tu hai condiviso l’azzeramento della giunta e le nuove nomine in esecutivo? Carmen Aprea, Stefano Prisco, Antonio Squillante al posto di Lucia Barra, Giancarlo Graziani e Armando Di Perna?
«Era facoltà del sindaco».

La domanda era un’altra, in tanta democrazia credo ti sia concesso esprimere un’opinione.
«Non esprimo opinioni su una prerogativa propria del sindaco. Poi in realtà alcuni degli uscenti sono stati riconfermati, un altro è andato via dopo esserlo stato».

Stai parlando di Armando Di Perna. Lui è andato via dicendo che aveva proposto soluzioni ad alcune criticità di bilancio, non accettate, ed evidenziando la perdita di finanziamenti a fronte dei quali si erano concessi premi ai funzionari responsabili.
«Il fatto è che ho un ottimo rapporto anche con Armando Di Perna. Il male principale è che quando si va via da una squadra si fanno poi critiche e si alzano troppo i toni, anche sui social. Cosa che sinceramente gradisco poco, bisogna trovare le sedi giuste per affrontare certi argomenti».

E dove, lontano dai cittadini? Dove nessuno legga o ascolti?
«No, ma in maniera diretta. Ci si deve chiarire prendendo in considerazione i diversi punti di vista. La verità sta sempre nel mezzo».

Qui qual è la verità?
«Non c’è una verità. Si tratta di una decisione che il sindaco ha preso avendone facoltà, evidentemente c’erano buone ragioni per volere qualcosa in più. Nient’altro».

Tu hai votato l’ultimo bilancio di Di Perna. Che ne pensi?
«L’ho condiviso, infatti come hai detto tu l’ho votato. Ma con l’ingresso del nuovo assessore al bilancio si prevedono rettifiche in base a talune necessita, le problematiche in un Comune sono sempre in evoluzione».

Ci sono sprechi al Comune di Sant’Anastasia?
«Non so dirti nello specifico, io cerco di curare e seguire determinati aspetti, non ho una visione a 360 gradi. Posso dire che un Comune virtuoso deve ben gestire le risorse e che noi affrontiamo tutto con responsabilità».

Una falla e un’eccellenza dell’amministrazione Abete?
«Dovremmo scendere di più in piazza, stare tra la gente. Il sindaco riceve i cittadini in municipio, è vero. Ma sarebbe bene che fosse supportato da collaboratori o dagli stessi assessori, come già in parte avviene, per dargli modo di staccarsi dalla casa comunale. Perché, posso garantirtelo, il sindaco Abete lavora tantissimo. Quanto all’eccellenza, direi il servizio Ced, tutto il settore informatico del Comune, ho avuto modo di constatarlo da vicino».

Per l’App che hai proposto, fatto realizzare e presentato in conferenza stampa?
«Sì, una delle mie proposte andate a buon fine. Un’applicazione per smartphone e tablet che garantisce un accesso più veloce e immediato ai servizi».

Più che altro linka al sito del Comune, non dovrebbe offrire servizi, interazione?
«Io sto avendo tantissimi riscontri positivi, invece. In ogni caso ci sono continui aggiornamenti e stiamo risolvendo alcune problematiche, in particolare quelle che ci sono state segnalate. Una riguarda i fruitori non vedenti, stiamo adeguando l’app perché anche loro possano utilizzarla. Il problema riguardava il sistema IOS di Apple che ha sistemi di sicurezza, su quello Android invece già funziona. Stiamo attendendo le autorizzazioni».

Diciamo che questa amministrazione «diesel» ha quattro anni per carburare e andare a regime. Qual è per te la priorità che vorresti si realizzasse?
«Migliorare la vita dei cittadini, avere un occhio al futuro che consenta di lavorare meglio e rendere il paese fruibile, con servizi sempre più consoni: dalla igiene urbana al verde, dalle strade sicure alla segnaletica orizzontale e verticale. Quando si entra in un paese queste sono le prime cose che saltano agli occhi, quelle che ti fanno capire se effettivamente si lavora in maniera positiva per la comunità».

Insomma la tua priorità è l’ordinario?
«Considerando la situazione critica in cui lavorano gli enti locali, partire dagli elementi base e andare incontro alle esigenze dei cittadini è la priorità. Esigenze che vanno ascoltate, bisognerebbe esprimere le necessità di tutti anche sui social, in luogo delle polemiche che negli ultimi tempi non sono mancate».

Credo che se non si scade nelle offese, dire che la si pensa diversamente è normale dialettica. Del resto sai che ci sono problemi politici nell’amministrazione di cui fai parte. Basta leggere gli ultimi manifesti di Sant’Anastasia in Volo, ti cito: «Pronti a governare da soli». Non mi pare che qualcuno l’abbia smentito. Nemmeno spiegato, in verità.
«Intorno al sindaco c’è un gruppo solido, poi talvolta escono notizie simili».

Notizie? Sto parlando di un manifesto sui muri della città, non di un’invenzione giornalistica.
«Io parlo per me, trovo che nell’amministrazione Abete ci sia una forte coesione, un dialogo continuo con il sindaco che ci concede la possibilità di essere partecipi».

Sei stato eletto, perché parli di «concessione»?
«Perché non è automatico che un sindaco condivida con tutti, che coinvolga ciascuno su ogni idea volta a migliorare il paese. Che poi ci siano consiglieri o lo stesso presidente dell’assise che rilascia certe dichiarazioni non so fino a che punto io possa commentare, semplicemente non credo che abbiano facoltà di governare da soli».

Da soli forse no, ma se andassero via loro sareste voi a non governare più.
«Non è detto, bisogna vedere. Un buon sindaco sa anche creare buone alleanze».

Con il centrosinistra, per esempio?
«Non c’è solo il bianco o solo il nero. Le idee vanno portate in consiglio, se sono buone le voteranno sia da destra che da sinistra».

A proposito dell’attuale opposizione: in consiglio comunale un esponente Pd vi ha definito «affaristi». Alleanza per Sant’Anastasia invece vi ha tacciato di clientelismo. Cosa pensi di queste due accuse? La gente non ti ha mai chiesto nulla in merito?
«La gente, più che altro, mi conosce. Il discorso è questo: quando si fanno affermazioni del genere, quando ci si lascia andare a determinate insinuazioni, è bene che ci si rechi nelle sedi deputate a denunciare. Ma preferisco non dire altro sulla questione, perché le accuse arrivano da persone che hanno delle “ferite”, che vivono una situazione di nervosismo per aver perso qualcosa e finiscono per dire cose fuori luogo».

Hai il polso della situazione, sei cosciente del livello di gradimento dei cittadini verso l’amministrazione in carica?
«Trovo positività, stiamo facendo tante cose, sviluppando una serie di progetti tra cui ci sono anche grandi opere. Bisogna andare avanti e credere in ciò che si fa. Crediamo molto nell’attività del nostro sindaco e andremo fino in fondo con lui. Le somme si tirano alla fine, ora è prematuro lanciarsi in giudizi. L’amministrazione è come una famiglia, se non c’è benessere all’interno difficilmente si riesce a darne fuori. Noi siamo coesi e abbiamo un sindaco che agisce in maniera democratica e lineare, certo nelle riunioni di maggioranza ci sono anche scontri, ma sempre costruttivi. Talvolta le visioni sono discordanti ma con il confronto riusciamo ad apprezzare considerazioni e sfumature».

Riguardo alla tua famiglia, quella vera: hai avuto da poco una bimba.
«Margherita, ha quattro mesi. Il suo arrivo ha reso felici me e la mia compagna Olga. Lei è un avvocato e ora viviamo insieme, a Somma Vesuviana».

Perché a Somma e non nel tuo paese?
«Abbiamo cercato una casa qui, visto diversi appartamenti, ma i costi dell’affitto erano troppo elevati per due genitori che ora hanno come priorità quella di crescere una bimba e provvedere alle sue necessità. Vivo comunque tutto il giorno qui a Sant’Anastasia, ma torno a Somma con estremo piacere. Del resto vivendo lì ho anche il modo di vedere come lavora un’altra amministrazione».

Quella di Somma? Nemmeno lì si dorme sugli allori.
«C’è anche tanto positivo, bisogna sempre guardare i due lati di una medaglia».

Sei molto diplomatico.
«Sono una persona che dice la verità e un moderato».

Cos’è che vorrai insegnare a tua figlia?
«L’onestà prima di ogni altra cosa, deve essere l’elemento caratterizzante della sua vita. Poi i valori della famiglia e la gioia di vivere, l’importanza dei momenti – che sia prendersi il tempo per sé, per un caffè, per incontrare un amico – oggi in questa vita frenetica siamo troppo veloci».

Riesci ad avere del tempo libero? Cosa fai in quel caso?
«Attività fisica. Spengo il cellulare per un’oretta e mi dedico esclusivamente a me stesso. Il sabato e la domenica, salvo emergenze, sto con Olga a coccolarci nostra figlia».

Ti piace leggere?
«Prima leggevo moltissimo per piacere. Oggi più per dovere e necessità, devo continuamente aggiornarmi sulle normative in vigore, le varie categorie di patenti, le novità, tutto quel che arriva dal Ministero dei Trasporti».

Il libro più bello che hai letto?
«” Le Cronache di Narnia” di C.S. Lewis, il genere fantasy mi attira da sempre e sono anche appassionato di Tolkien e del suo “Il Signore degli Anelli”. Anche i film mi sono piaciuti ma il libro è un’altra cosa: un film lo si vede con l’immaginazione del regista, quando leggi il regista sei tu. Per il resto mi informo, quotidiani, web magazine, riviste scientifiche. Vado alla ricerca di notizia ma quando voglio informarmi davvero, non volermene, utilizzo Internet, scelgo i blog, i forum. I giornali possono anche avere influenze».

I blog e i forum sono gestiti anch’essi da persone, non da robot.
«Certo, ma è bene che il lettore abbia diversi punti di vista».

All’inizio dell’intervista hai detto che avresti voluto scrivere un libro. Come lo intitoleresti, «Vita in un’autoscuola»?
«Direi, “Vita di un metallaro”».

A vederti non si direbbe.
«Lo sono nel cuore, mi sento e sono un rocker anche se non porto capelli lunghi, non ho piercing o tatuaggi. Né ho nulla contro chi si mostra così, l’importante è sentirsi bene».

Il film più bello che tu abbia mai visto?
«Tutta la serie di Alien, amo il genere fantascientifico, quelli dove si esplora l’idea di una vita extraterrestre».

Esiste davvero secondo te?
«È assurdo immaginare di essere da soli nell’universo. Le distanze però sono sicuramente enormi, dunque forse non avremo mai il piacere di conoscere la civiltà aliena se non tra migliaia di anni e con una tecnologia avanzatissima. Talvolta ci penso, immagino una vita aliena che viene qui sulla terra, un soggetto completamente estraneo alle dinamiche della nostra società».

Se ne incontrassi uno? Un extraterrestre qui sulla terra, cosa gli diresti?
«Gli proporrei di guidare una Ferrari perché credo che nelle auto ci sia il massimo della tecnologia e della conoscenza umana. Gli farei ascoltare dei brani musicali, gli ever green di sempre».

Albano e Romina, Pupo?
«Per carità, ci bombarderebbero».

Torniamo al tuo ruolo di consigliere? Ecco, a tal proposito: non hai fatto molti interventi in assise, come mai?
«Gli antichi latini dicevano che i vasi vuoti sono quelli che suonano. Non mi piace parlare tanto per farlo, è capitato quando l’argomento rientrava nelle mie conoscenze. Spesso si dicono banalità o si risponde solo alle accuse, io non voglio intervenire per questo ma fare un’unica cosa: lavorare. I risultati parleranno poi, spero, per me. Il buon politico non è colui che ha un’abilità oratoria, bisogna guardare i fatti, quelli che fanno la differenza. Questo vale per un consigliere, per un assessore e anche per un sindaco».

Hai 36 anni, qualche sindaco precedente lo avrai conosciuto…
«Certo, Cosimo Scippa con il quale c’era un legame affettivo. Ho un’immagine viva di lui, essendo amico di suo figlio lo vedevo spesso. Era una persona solare, stare con lui era sempre un piacere grande. Come sindaco non saprei dirti, ero giovanissimo e non ho vissuto quel periodo in maniera attiva».

Avrai vissuto quello in cui ha governato Enzo Iervolino.
«Non ho avuto il piacere di conoscerlo, né mi interessavo con impegno della cosa pubblica».

Carmine Pone?
«Ne ho sempre apprezzato tantissimo l’abilità oratoria».

Ti è rimasta impressa di lui proprio la qualità che hai definito non fondamentale per un politico?
«Ma in lui è qualcosa di più. Ha la capacità di descriverti minuziosamente determinati scenari tanto da farteli vedere. Ricordo una frase, una metafora: paragonava l’amministrazione ad una nave in tempesta, con l’albero maestro che deve sostenere tutto il peso. A un certo punto – diceva – se l’albero maestro viene meno anche l’imbarcazione affonda».

Aveva ragione. E Carmine Esposito?
«Lui sì, l’ho conosciuto ma non posso commentarne l’attività amministrativa perché non la conosco in maniera dettagliata. So che tutti lo ricordano come ottimo sindaco e a me piace l’emozione che sa trasmettere, è un trascinatore di folle, un ottimo comunicatore».

Lello Abete?
«Una persona sensibile e di cuore, aperto alla condivisione e al confronto. Ci consente, nel ruolo di sindaco, di avere una visione completa della macchina amministrativa e di arrivare in Consiglio con le idee chiare».

Il viaggio più bello che hai fatto?
«L’Irlanda».

Non mi aspettavo altro da un metallaro appassionato di fantasy.
«Magari le mie origini hanno radici lì, sono un po’ rossiccio come gli irlandesi».

Anche tua figlia ha i capelli rossi?
«No, lei ha preso dalla mamma. Mi somiglia nei lineamenti ma giacché si dice “nove mesi, nove facce”, non sappiamo come cambierà, siamo solo al quarto».

Cosa hai fatto in Irlanda? Inseguito tesori e folletti?
«C’era il rischio che accadesse, giacché ho visitato con amici la fabbrica della Guinnes e c’era la possibilità di assaggiare la produzione ad ogni piano. All’ultimo eravamo ovviamente brilli. Quell’esperienza è stata bellissima, ho avuto modo di conoscere una popolazione che non guarda al ceto sociale, al vestito, alla professione. Nei pub vedi fianco a fianco operai e professionisti, siamo stati tutti abbracciati a cantare canzoni folk e ballate».

Qui invece sono importanti i ceti sociali?
«Per me no, non so per gli altri. Il lavoro mi ha insegnato che esistono solo le persone, a prescindere dalle origini. C’è solo una cosa che non tollero: la maleducazione, l’essere scostumati, il non rispetto, l’ignoranza intesa come mancanza di conoscenza. C’è un gruppo pugliese, i Sud Sound System, un loro brano recita così: “è l’ignoranza che crea la violenza”. È la sacrosanta verità.

Il viaggio che vorresti fare?
«Ho girato molto in Italia ma avrei voluto viaggiare molto di più. Visitata anche parte dell’Europa, vorrei spostarmi sul versante delle Americhe e, semmai, in futuro visitare l’Africa. Vedere un tramonto africano al tramonto della propria vita credo sia una delle cose più belle. C’è tempo, se nostro Signore vorrà».

Cattolico?
«A mio modo, la religione non si vive in una chiesa. Credo in Dio e ritengo che i sacerdoti possano essere ottimi confidenti, amici cui chiedere consiglio. Cicerone diceva che ad una persona non si possono negare tre cose: dell’acqua, un fuoco e un buon consiglio».

Tu lo hai mai chiesto un consiglio a un sacerdote?
«Indubbiamente. Però sono cristiano e credente alla mia maniera. Tento di fare buone azioni, comportarmi secondo canoni di correttezza e altruismo. Questa è la moneta che appaga l’anima, che rende felici».

Hai mai commesso un reato?
«Mai. Nella mia vita ho preso una sola multa per divieto di sosta e non fu nemmeno colpa mia, cedetti all’insistenza di un amico con il quale ero in vacanza. L’unica».

Mai assunto droghe?
«Uno spinello l’ho fumato. Tra l’altro cerco di inculcare ai ragazzi ai quali insegno in autoscuola un concetto basilare: droghe ed alcool esistono, se proprio si vuole utilizzarli occorre essere moderati e farlo a casa propria, su una panchina o a piedi. Mai se ci si deve mettere alla guida. Apprezzo tantissimo alcune società come quella norvegese che mette a disposizione luoghi ad hoc per chi vuole andarsi a fumare uno spinello, con tanto di guardia medica».

Se ti piace così tanto l’idea, proponila.
«Certo non in centro città. Sono convinto che sono proprio i tabù a creare danni. Se una determinata situazione la si legalizza mettendo paletti, facendone capire i rischi, passando il messaggio che se è una scelta libera lo Stato non può impedirla, allora è corretto. Purché non si dia fastidio ad altri».

Il regalo più bello che hai fatto?
«Una renna in porcellana, a mia madre. Eravamo in periodo natalizio, in un negozio. Mi accorsi che la guardava, ci girava intorno, era indecisa. Tornai dopo in negozio e gliela feci trovare sotto l’albero, ne fu molto contenta. Quello che conta è il significato, non il valore in sé».

Quello che hai ricevuto?
«Un viaggio a Parigi, dono della mia compagna. Scelse quella città perché io amo molto l’arte».

Quale opera consideri la più bella in assoluto?
«Ce ne sono tante, ma quella che mi ha più colpito si trova al Museo d’Orsay, proprio a Parigi. Un quadro di Gustave Caillebotte che si chiama “I piallatori di parquet”, una delle prime rappresentazioni del proletariato urbano che piacque molto anche alla mia compagna. Sono ritratti appunto dei lavoratori che piallano un pavimento di legno in un appartamento vuoto e sembra di assistere a quella scena nella realtà, di sentire l’odore del legno e dei trucioli. Preferisco l’arte moderna, un quadro lo fanno i dettagli».

Il dettaglio che ti colpisce di più in una donna?
«Sembra scontato, ma è così: gli occhi, la loro espressività. Si dice siano lo specchio dell’anima ed è vero, possono piangere, ridere, emozionarsi».

La donna più bella che tu abbia mai visto?
«Non ho un sex symbol, non mi interessano le donne famose. La mia compagna è la donna più bella che abbia mai visto in vita mia».

Prima o dopo tua madre?
«La mamma resta sempre la mamma, con chi ci ha messo al mondo resterà in ogni caso un legame epidermico, viscerale».

L’auto più potente che tu abbia guidato?
«Non mi interessano molto le auto, ti sembrerà assurdo ma è così. Ho comprato una jeep perché la ritengo un’automobile sicura».

Collezioni oggetti in particolare?
«Fino a qualche tempo fa i cd di alcune band di mio interesse».

Che musica fai ascoltare a tua figlia?
«Musica classica, strumentale».

Il politico italiano dal quale ti senti più rappresentato?
«Nessuno, credo che ognuno debba rappresentare sé stesso».

Proprio non c’è un uomo politico che in qualche modo ti piaccia?
«Forse l’unico è Marco Pannella. Tutti gli altri li vedo costruiti, lui ho avuto modo di incontrarlo ed è così, come lo si vede».

Un personaggio storico che ti affascina?
«Sono stato spesso molto incuriosito da Benito Mussolini, dall’uomo non dal politico. Dal comprendere le sue azioni, la persona. I sistemi dittatoriali sono legati sempre ad un discorso di violenza, mi intrigano le scelte, le decisioni in un particolare momento storico. Lo stesso dicasi per Adolf Hitler. Oggi abbiamo problemi connessi a determinate popolazioni nel mondo che, cresciute a pane e dittatura, si trovano in sistemi democratici che possono essere peggiori perché hanno alle spalle poteri di altro genere».

Se potessi trascorrere qualche ora dinanzi ad un caffè con chiunque al mondo, chi sceglieresti?
«Joe Satriani, un chitarrista che ha accompagnato con la sua musica alcuni momenti fondamentali della mia vita. Possiede una tecnica mostruosa, riesce con poche note, con un movimento del polpastrello, a trasmettere emozioni fortissime. Questo vuole dire che nonostante abbia la possibilità di esprimersi in maniera complessa, sceglie la semplicità. È quello che ciascuno di noi dovrebbe fare: mostrare l’anima».

Un tuo pregio e un tuo difetto?
«Sono molto disponibile, lo ritengo un pregio. Ma non so dire no, quasi mai. Credo sia un difetto alla fine, ma dinanzi alle persone in difficoltà non riesco a voltarmi dall’altra parte e mi faccio in quattro. Nella vita politica si viene a contatto con tanti che vivono difficoltà quotidiane estreme e ci si rende conto della propria fortuna. D’altronde però si rischia di non poter appagare le richieste e allora arriva la seconda delusione perché in pochi comprendono l’impegno profuso».

Hai pentimenti, rimorsi?
«No, pondero sempre le scelte».

Qualcosa che vorresti assolutamente fare nella vita?
«Il mondo è molto bello, vorrei viaggiare tanto. Vivere tante vite per quanti sono i paesi sulla terra».

Se dovessi descrivere con poche parole chi è Marco Bove?
«Non amo parlare di me, mi sento di essere a disposizione delle persone, degli amici, credo molto nei valori della famiglia ed ho dei saldi principi che sono felice di mettere in pratica».

Un proverbio che senti tuo?
«Non è un proverbio, ma quasi uno slogan. Lo ripeto sempre ai ragazzi quando consegno loro la patente: è meglio perdere un minuto della vita che la vita in un minuto. Vuol dire in pratica che in auto bisogna andare piano, rispettare le regole, le distanze di sicurezza: sono questi i primi fattori di civiltà».

Per finire, cosa vorresti dire ai 196 elettori che ti hanno scelto?
«Che sono felice abbiano creduto in me e che spero di poter soddisfare le loro aspettative. Mi comporterò sempre correttamente nei loro confronti e in quelli di chi non mi ha votato. Una persona che sceglie di calarsi nella vita politica auspica sempre di essere apprezzato per le sue competenze».

Nient’altro?
«Sì, di ricordarsi che l’amministrazione è un diesel».

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