Raffaella R. Ferré sarà una delle ospiti della seconda edizione del festival letterario “Castello di carta”, che si terrà sabato 5 e domenica 6 settembre al Teatro Summarte di Somma Vesuviana (Na). Per l’occasione la scrittrice presenterà al pubblico, domenica 6 settembre alle ore 11:30, il suo ultimo romanzo “La meccanica delle ragazze”, pubblicato da Colonnese Editore.
Avete presente quello stato in cui si avverte il trascorrere del tempo, consapevoli di non appartenere più al passato, ma non riuscendo a vivere il presente? Cosicché, futuro e cambiamento, pure riconosciuti come inevitabili, spaventano. Sì, proprio quella sensazione in cui, almeno una volta – sono certa – tutti noi ci siamo fermati sulla soglia, come seduti in una sorta di sala d’attesa, non riuscendo ad ammettere la conclusione di un “capitolo” della nostra esistenza. Aggrappandoci, inevitabilmente e nostalgicamente, a qualcosa che non esiste più, finendo sospesi in un limbo di struggente bisogno. Un girone infinito, dove vorremmo appagare quella mancanza con i ricordi e il “Se avessi”, che si accomuna al “Se potessi”, e a tanti altri numerosi “Se” che si susseguono, ingabbiando le nostre giornate.
Ecco, tutto ciò ha un nome. In filosofia, antropologia e psicologia il fenomeno viene chiamato liminalità (in inglese, liminality) e deriva dal latino limen, che significa “soglia”. Per alcuni è una fase di smarrimento, per altri un’opportunità di trasformazione. Cosa lo scatena? Lo possiamo attraversare dopo un lutto, una separazione, un cambio di lavoro, un trasferimento o qualsiasi evento che ci costringa a ridefinire noi stessi, a crescere. Superare questo stato significa anche imparare a stare per un po’ in quel “corridoio” tra ciò che non siamo più e ciò che non siamo ancora.
“Ci vorrebbe un libro…” per rappresentare questa condizione. In effetti ne conosco uno, in cui la protagonista resta “ferma”. No, non immobile nel senso fisico del termine! Bloccata, piuttosto, in quel territorio ambiguo che separa ciò che è stato da ciò che potrebbe ancora essere. Il suo nome è Agostina e la conosciamo grazie all’ultimo romanzo di Raffaella R. Ferré “La meccanica delle ragazze” edito da Colonnese (200 pagine, pubblicato il 29 maggio 2026, costo 12,00 €).
Il testo trasforma un’attesa sentimentale in una riflessione sul difficile mestiere di diventare adulti. La storia è quella di una donna di quarant’anni – Agostina Carbone, appunto – brillante e capace di osservare il mondo con intelligenza e autoironia. Eppure, sembra intrappolata in un sentimento che il tempo non è riuscito a consumare del tutto per Mattia Lamerge (ironicamente e con evidente rancore, ribattezzato “Mattia Lamerda”). Nel romanzo si legge infatti: “Mattia Lamerge. Un figlio illustre verso il proprio destino brillante”, ma poco dopo viene specificato che per le amiche di Agostina, (Giovanna, Titti, Emma e Marina), lui è proprio “Lamerda“, per il modo in cui ha trattato la donna e per la sofferenza che le ha causato. Un’etichetta vera e propria che supera il semplice insulto personale. Infatti, diventa una sorta di categoria simbolica: un nome collettivo, quasi interscambiabile, con cui identificare tutti quegli uomini (e più in generale tutti quei partner) che hanno agito in modo scorretto, lasciando ferite e dolore nelle persone che avevano accanto.
All’autrice ho chiesto subito se ha avuto più paura di rendere Mattia umano o di rendere Agostina imperfetta. «Mattia umano era necessario – mi ha risposto – un “villain” puro non avrebbe spiegato e non sarebbe servito a niente. La vera sfida era rendere Agostina imperfetta senza farla diventare antipatica. Volevo che lettrici e lettori la riconoscessero, non che la giudicassero, e sono felice che stia accadendo.»
Quindi, viene spontanea la domanda: Agostina aspetta Mattia o aspetta la versione di sé stessa che esisteva quando lo amava? «Credo che Mattia sia solo la scusa più convincente che Agostina ha trovato per non doversi “aggiornare”. – Ci rivela l’autrice – Quello che aspetta davvero è una versione di sé ancora (o di nuovo) capace di sentire, vedere e cogliere le possibilità che si trova davanti. È qualcosa che viene dal passato, prima che imparasse a chiamare “scelta” ciò che in realtà era una resa».
Agostina, apparentemente una donna indipendente che vive a Napoli da sola, porta ancora addosso il peso silenzioso delle proprie origini. Figlia del meccanico di paese, ormai scomparso da tempo, nella storia finisce spesso a parlare di motori che si inceppano. Così, tra guasti improvvisi e riparazioni impossibili, con veicoli che continuano a funzionare nonostante l’usura, la metafora con il funzionamento – spesso irrazionale – del cuore umano è servita. La vecchia Panda su cui si muove è un esempio. Curata con dedizione quasi affettiva, finisce per diventare il simbolo di una resistenza emotiva che sfida il tempo e la stessa logica.
«Le automobili almeno ti dicono quando qualcosa non va: una spia, un rumore strano, la luce interna che smette di funzionare. Le persone, invece, continuano ad andare avanti fingendo sia tutto a posto. Forse la vera metafora “meccanica” del romanzo sta tutta nel capire quando è il caso di fermarsi prima di restare a piedi.» Specifica Ferré.
L’autrice dimostra una notevole abilità nel dosare registri differenti. Il romanzo alterna momenti di grande intensità a passaggi ironici. La pioggia che accompagna le prime pagine, le strade di montagna, gli ulivi battuti dal temporale, l’abitacolo di una vecchia Panda diventano scenografia che riflette il tumulto interiore della protagonista. Allo stesso tempo, i dialoghi con le amiche, intrisi di quell’affetto ruvido e sincero rendono tutto più divertente e spensierato.
Poi c’è la provincia che riflette comunità e giudizi, appartenenza e desiderio di evasione. Ma, quindi, è un luogo geografico o uno stato dell’anima da cui è impossibile andarsene del tutto? «Entrambe le cose, e questa è la trappola. – Rivela l’autrice – Perché puoi prendere la Panda e andartene (Agostina l’ha fatto e con una certa determinazione) ma la provincia ti resta dentro. Non è solo il posto da cui sei partita: è il modo in cui hai imparato a stare al mondo, il ritmo con cui misuri le cose, la soglia di quello che ti sembra normale aspettare e quella calibrazione di fondo resta lì.»
La meccanica delle ragazze parla della difficoltà di lasciare andare ciò che ci ha definiti. Si focalizza su quelle narrazioni che costruiamo su noi stessi e che spesso finiscono per imprigionarci. Proietta su chi legge quella sensazione amara e universale di voler ricevere una spiegazione, una chiusura, una parola capace di dare senso a ciò che è accaduto. Tuttavia, più di ogni altra cosa, parla dell’illusione che qualcun altro possa consegnarci la pace che dovremmo trovare da soli. Dunque, se Agostina potesse leggere, quale pagina chiuderebbe senza avere il coraggio di rileggere?
«Forse, ed è difficile dirlo senza fare spoiler, una ben precisa pagina del finale in cui si ritrova seduta sull’asfalto rovente: non perché sia la più dolorosa, ma perché è anche l’unica in cui è completamente sola con se stessa, senza nessuna storia da raccontarsi.» Confessa Ferré. «Si smette di amare quando si smette di raccontarsi la storia di quell’amore. Il problema è che certe storie le sappiamo a memoria, non ci appassionano e non ci stupiscono più, eppure continuano ad esercitare su di noi un certo fascino: quello dell’ultima parola, del colpo di scena, dell’insperato lieto fine.»
Alla fine del romanzo si ha la sensazione che Agostina non abbia esaurito tutto ciò che ha da dire, ma Raffaella R. Ferré non ha dubbi: « Al momento è una suggestione del lettore, e mi fa molto piacere che esista perché Agostina ha ripreso il volante, ma il suo viaggio non è ancora terminato e la strada è ancora lunga. Per ora la lascio procedere, poi si vedrà.»
Intanto, se Agostina sta imparando solo adesso a guardare al futuro, la sua creatrice non ha mai smesso di progettarne uno. «Ho un’idea che mi gira in testa già da un po’ e, come sempre, aspetto che si decida a diventare qualcosa di più preciso. Le storie che vale la pena raccontare di solito fanno così, arrivano quando sono pronte. Nel frattempo continuo a scrivere su giornali e riviste di fenomeni sociali, piccole ossessioni quotidiane, relazioni e tutto quello che non torna.»






