La Conferenza Episcopale Campana prende posizione sulla proposta di legge regionale sul suicidio medicalmente assistito. Al centro l’appello a rafforzare cure palliative, assistenza domiciliare e sostegno alle famiglie. Chiesto al Consiglio regionale un confronto ampio prima di legiferare.
POMPEI – Non una parola per chiudere il confronto, ma la richiesta di allargarlo. La Conferenza Episcopale Campana interviene su uno dei temi più complessi e sensibili del dibattito pubblico: il suicidio medicalmente assistito e la proposta di legge attualmente all’esame del Consiglio regionale della Campania.
Il documento, diffuso oggi, 27 luglio, da Pompei, mette al centro una domanda che precede persino lo scontro tra favorevoli e contrari: che cosa può fare una comunità davanti a una persona che considera ormai intollerabile la propria sofferenza?
La risposta dei vescovi campani parte da un principio netto: nessuno deve essere lasciato solo. E da qui sviluppa una posizione che tiene insieme la difesa della vita, il rifiuto dell’accanimento clinico, la richiesta di un maggiore investimento nelle cure palliative e l’invito alla politica a non affrontare una materia tanto delicata senza un confronto approfondito con chi quotidianamente vive il dolore, la malattia e il fine vita.
La proposta all’esame della Regione
Il pronunciamento arriva mentre in V Commissione consiliare permanente “Sanità e Sicurezza Sociale” sono in discussione proposte che puntano a disciplinare sul piano organizzativo l’assistenza sanitaria regionale in attuazione delle pronunce della Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito. Due testi sono stati presentati, rispettivamente, da esponenti del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico e potrebbero confluire in una proposta unificata.
Il riferimento giuridico fondamentale resta la sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale, pronunciata nel caso Cappato-Antoniani, che ha individuato precise e circoscritte condizioni nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile.
Ed è significativo che siano gli stessi vescovi campani a richiamare nel loro documento le condizioni indicate dalla Consulta: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di assumere decisioni libere e consapevoli.
Il dibattito, peraltro, non riguarda soltanto la Campania. La questione della morte medicalmente assistita resta aperta anche sul piano nazionale: lo scorso 3 giugno il tema è arrivato nell’Aula del Senato, dove il disegno di legge è stato rinviato alle commissioni competenti.
La posizione dei vescovi: prima di tutto accompagnare
Nel comunicato della Conferenza Episcopale Campana non c’è soltanto l’affermazione del valore della vita. C’è soprattutto un passaggio che sposta la riflessione sulle condizioni nelle quali una persona affronta la fase più difficile della propria esistenza.
Per i vescovi occorre investire concretamente nella rete delle cure palliative, nell’assistenza domiciliare integrata, nel sostegno alle famiglie e nella formazione di personale sanitario specificamente preparato ad accompagnare i pazienti nel fine vita. Solo costruendo una rete realmente accessibile, sostengono, è possibile evitare che alla sofferenza della malattia si aggiungano l’abbandono e la solitudine.
Ed è forse questo il passaggio destinato ad avere maggiore peso anche nel confronto politico.
Perché la questione posta dalla Chiesa campana non riguarda soltanto quale risposta dare alla richiesta di morire, ma quali risposte siano state offerte prima che quella richiesta maturasse.
Una distinzione decisiva, soprattutto quando accanto alla persona malata ci sono famiglie chiamate per mesi o anni a sostenere il peso umano, psicologico e materiale dell’assistenza.
No all’accanimento clinico
Il documento contiene anche una precisazione importante, che impedisce di ridurre la posizione dei vescovi alla semplice richiesta di prolungare la vita attraverso qualsiasi trattamento.
La Conferenza Episcopale si dichiara infatti contraria all’accanimento clinico e considera legittima la rinuncia a trattamenti quando i benefici attesi siano inferiori ai rischi oppure quando le terapie risultino particolarmente gravose e causa di ulteriori sofferenze per il paziente.
Per la Chiesa, tuttavia, questo principio deve restare distinto dalla scelta di provocare intenzionalmente la morte.
È qui che emerge il cuore etico del documento: per i vescovi esiste una differenza sostanziale tra accompagnare una persona nel decorso naturale della malattia, rinunciando anche a cure sproporzionate, e compiere un atto finalizzato direttamente alla morte. Una distinzione che la Conferenza Episcopale considera antropologica, etica e sociale, prima ancora che religiosa.
L’appello alla politica: ascoltare prima di decidere
Ma il comunicato non termina con una contrapposizione.
I vescovi chiedono al Consiglio regionale della Campania di aprire un confronto ampio prima dell’approvazione della legge, coinvolgendo medici e operatori sanitari, associazioni dei malati e delle famiglie, volontariato e comunità religiose presenti sul territorio.
La Conferenza Episcopale offre inoltre la propria disponibilità al dialogo con le istituzioni regionali.
È una scelta di metodo che assume un significato particolare su un tema sul quale le posizioni possono essere profondamente differenti. Non chiedere di cancellare il confronto, ma portare dentro quel confronto tutte le voci coinvolte.
Perché dietro espressioni inevitabilmente tecniche come “suicidio medicalmente assistito”, “sostegno vitale”, “cure palliative” o “sedazione profonda” ci sono persone. Ci sono malati, famiglie, medici e infermieri. Ci sono sofferenze che nessuna legge può descrivere fino in fondo e decisioni davanti alle quali diritto, medicina, coscienza ed etica finiscono inevitabilmente per incontrarsi.
Una discussione che riguarda l’intera comunità
Il documento dei vescovi arriva dunque in un momento decisivo dell’iter regionale e aggiunge una voce autorevole a un dibattito destinato a crescere nelle prossime settimane.
La politica sarà chiamata a decidere. La Chiesa campana ha scelto invece di porre una questione che precede quella decisione: prima di domandarsi fino a dove possa arrivare il diritto di scegliere sulla propria morte, occorre chiedersi fino a dove una società sia disposta ad arrivare per accompagnare chi soffre.
È probabilmente questo il terreno sul quale il dibattito campano potrà trovare uno spazio diverso dalla semplice contrapposizione ideologica.
Perché sul fine vita possono esistere convinzioni profondamente distanti. Ma una responsabilità dovrebbe precederle tutte: fare in modo che la persona fragile, nel momento più difficile della propria esistenza, non debba mai sentirsi abbandonata.







