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Vicesegretario regionale del Psi, consigliere di opposizione della giunta Abete a Sant’Anastasia, già leader sindacale Uilm, vicesindaco e assessore ai lavori pubblici e urbanistica, due volte candidato sindaco.

Sessantatré anni, nato e vissuto a Sant’Anastasia, sposato e padre di due figlie, attuale vicesegretario regionale del Psi e consigliere comunale nel suo paese. Carmine Capuano non ha mai cambiato partito, fin dagli anni ’70: socialista era e tale è rimasto. Perito meccanico, ha lavorato fino alla pensione in Alenia Aermacchi, impegnandosi nel sindacato Uilm in cui ha ricoperto importanti ruoli, anche nazionali. È stato consigliere comunale prima e dopo il varo della legge che consente l’elezione diretta dei sindaci, segretario cittadino del partito e vice del sindaco Enzo Iervolino, con deleghe ai lavori pubblici e urbanistica. Due volte candidato alla carica di primo cittadino (amministrative del 2010 e del 2014) è stato più volte, come dire, «decisivo» per la sorte delle maggioranze consiliari. Nell’intervista che segue spiega perché – a suo parere – il centrodestra abbia prevalso a Sant’Anastasia dal 2007 ad oggi e come mai, stando alla sua opinione, il paese non possa ancora godere dei piani di insediamenti produttivi e del piano urbanistico comunale. Si racconta, inoltre, rispondendo a domande sulla sua sfera privata, sulle sue passioni, sul futuro che vorrebbe per sé, per le sue figlie e per Sant’Anastasia.

 

Carmine, ti si può definire un anastasiano doc?
«Direi di sì, sono nato, vissuto e, volgarmente, pasciuto qui anche se mia madre, Laura Magnetta, era originaria di Somma Vesuviana ma lei stessa si è trasferita da bambina a Sant’Anastasia con i suoi genitori. In via Sodani precisamente, dove il nonno materno aveva una proprietà che ancora esiste e dove poi i miei zii hanno avuto per cinquant’anni un’officina di lavorazione del rame. Papà, Francesco Capuano, era un commerciante di biancheria, come tanti altri in paese, un mestiere che ha tramandato a mio fratello Luigi».

Hai fratelli, sorelle?
«Siamo in cinque, due maschi e tre femmine. A ciascuno di noi i nostri genitori hanno lasciato, dopo una vita di lavoro, una casa».

Che ricordi hai dell’infanzia in famiglia?
«Molto belli, eravamo affiatati e tuttora siamo molto uniti. Non solo tra fratelli ma anche con i parenti materni e paterni. Con la sorella di papà per esempio, zia Francesca, che abita accanto a me. Lei è la mamma di Enzo Iervolino, sindaco di questa città per dieci anni, nonché mio cugino, del quale sono stato vicesindaco e assessore. Lo stesso rapporto c’è con gli zii e i cugini materni che abitano tutti a Sant’Anastasia, ci frequentiamo ancora tanto, come è sempre stato. Il legame è molto forte».

Che giochi facevi da bambino?
«Stavo in strada, come tutti i bambini della mia età allora. Nascondino, la guerra…ci ritrovavamo in via Capodivilla, nello slargo antistante la cappella della Madonna del Carmine. Lì accanto c’era soltanto terreno allora, via Porzio non esisteva ancora. E nel palazzo Del Giudice, dove c’è la cappella, c’era anche la caserma dei carabinieri. Ricordo quando l’Arma traslocò e quando il brigadiere dei carabinieri, Morello, si dimise e andò poi a ricoprire per oltre trent’anni il ruolo di comandante dei vigili urbani a Sant’Anastasia. Era l’epoca in cui il maresciallo dei carabinieri fu arrestato con l’accusa di connivenza rispetto all’affare delle macchinette, precorritrici delle slot machine attuali. Morì di crepacuore più tardi, forse da innocente chissà».

La scuola?
«La scuola comunale ai Portali, ho un ricordo vivissimo di quegli anni e di un maestro straordinario, Mario Cozzolino. Lui era di Pomigliano d’Arco e lo rammento claudicante, non camminava bene però ogni santo giorno ci faceva inquadrare fuori in fila, entrare in classe per le cinque ore consuete di cui una, sempre, dedicata a giocare al pallone. Ci spronava così, ci invogliava, ma era terribile allo stesso tempo. Se non studiavamo usava la sua bacchetta di legno: ci faceva aprire le mani e giù cinque, dieci o più colpi sui palmi. Io ne ho prese poche di bacchettate, gli davo soddisfazione quindi tutto sommato riuscivo a cavarmela il più delle volte. Ma un compagno di classe in particolare, Peppino Corcione – lo cito perché è un amico e nutro nei suoi confronti un grande affetto – le prendeva praticamente tutti i giorni, con soddisfazione del suo papà che invitava il maestro a continuare per «raddrizzarlo». Anche delle scuole medie ho un bel ricordo, alla Tenente Mario De Rosa con il preside Amato, un’eccellenza che ha dato tanto a Sant’Anastasia, senza voler offendere altri. Ero in 3A, qualche decennio dopo mi è capitato di ritrovare i nomi di tanti di noi nell’albo d’oro delle classi. Avevamo un bel gruppo di docenti, dalla professoressa di Italiano, Maria Teresa Carugno a Olga Visone, dal professor di matematica Coppola Barbarulo al docente di educazione fisica, Barone, che ci appioppava certi ceffoni…».

Tra bacchette e ceffoni devi essere venuto su bene…
«Benissimo».

Le superiori?
«Sono un perito meccanico, diplomato al Barsanti di Pomigliano d’Arco. Allora si tendeva a mandare i figli ad una scuola che insegnasse un mestiere, a meno che i genitori non fossero medici, avvocati, professionisti. Ma oltre alla scuola si doveva imparare sul campo e io fin da piccolo andavo dai fratelli di mia madre, nella loro azienda del rame. In bottega ho imparato la manualità, a usare il martello, la mazzuola, il palo per battere il rame, la forgia. Dai sei anni fino ai diciotto, diciamo che qualcosina la so fare».

Ma cos’è che volevi fare da grande?
«Esattamente quel che ho poi fatto. Avevo un sogno, l’ho realizzato. Volevo a tutti i costi andare a lavorare alla Aerfer che poi diventò Aeritalia e infine Alenia Aermacchi. Non so per quale strano motivo o destino ma sapevo di dover andare lì. Noi ragazzi andavamo ad imparare il mestiere più in uso nella nostra comunità, cioè lavorare il rame, perciò alla fine sapevamo raddrizzare lamiere, costruire e sagomare con martello e mazzuola. Un ottimo viatico per chi avrebbe dovuto costruire carrozze e involucri, all’Aerfer si realizzavano appunto fusoliere e perciò c’era una grande tradizione di questi maestri di Sant’Anastasia che lavoravano lì e quanto appreso sfociava nel mestiere di operaio. Sentir parlare di aerei era una cosa che mi affascinava, ricordo quel periodo come se fosse oggi».

Era anche un periodo, a differenza di quanto accade oggi, in cui era facile cominciare a lavorare, no?
«Se si possedeva un titolo di studio o comunque si aveva manualità ed esperienza sì, era facile. Parallelamente alla scuola e all’esperienza in bottega io seguii anche un corso di fresatore meccanico e come tale fui assunto – era il 1970 – all’Aerfer, dopo aver rifiutato di entrare sia in Alfasud che in Alfa Romeo allora in grande espansione. Feci la domanda, poi fui chiamato per la prova d’arte e infine assunto come operaio. Dopo dieci anni fui inquadrato come impiegato, tecnico delle attrezzature, poi buyer. Nell’83 ho cominciato ad occuparmi attivamente di sindacato fino al 2011 quando è arrivata la pensione dopo 42 anni di lavoro in azienda».

Il primo amore qual è, la politica o il sindacato?
«La politica, senza dubbio. La mia prima tessera di partito, il Psi naturalmente, risale al 1974. Avevo 26 anni quando iniziai a frequentare la sezione, vi fui introdotto da Antonio De Simone che oggi siede in assise da consigliere del Pd. Lui frequentava casa della mia fidanzata, compagno di liceo di mia cognata e, conoscendo le mie simpatie politiche, mi invitò. Era una bella sezione, un bel gruppo: c’eravamo io e Antonio, il suo omonimo e mio caro amico Antonio De Simone che tutti chiamiamo Barbone, Raffaele De Simone, Mario De Simone, Franco De Simone, Luigi Conte, Carmine Esposito, Costantino Scognamiglio, tanti altri».

Perché il Psi?
«Ero affascinato da Francesco De Martino, da Pietro Nenni, dalle battaglie per il lavoro, per il diritto alla scuola pubblica».

Non tutti i ragazzi poco più che ventenni si interessano a tutto ciò, nemmeno allora era matematico.
«Non tutti i ragazzi hanno la fortuna di lavorare in fabbrica, una grande fucina politica, non ancora diciottenni. Io ci sono entrato quando non avevo compiuto la maggiore età, quando ancora non c’erano le 40 ore settimanali, lavoravamo per la verità dodici ore al giorno».

Una fortuna avere un lavoro, ti consente di pensare anche ad altro.
«Sì, perché ti permette di essere indipendente. Conservo ancora qualcuna delle prima buste paga. Lo stipendio era di 60mila lire, una bella cifra, enorme per un ragazzo giovane. Ricordo che la casa di Capodivilla costava alla mia famiglia circa 13mila lire al mese. Ma non è soltanto questo, il lato economico è importante, però entrare in azienda così giovane mi ha consentito di fare esperienza, è stato motivo di formazione politica, sociale, morale, mi ha aiutato a crescere, indubbiamente».

Socialista, sempre?
«Da questo punto di vista sono monotono, sempre».

Mi racconti il clima di quegli anni dal punto di vista politico?
«Per me l’impegno politico, se fatto con trasparenza e con l’unico interesse di voler migliorare le cose per tutti, è sempre entusiasmante. Quando mi sono iscritto al Psi il sindaco di Sant’Anastasia era un democristiano, Antonio Manno. Lo è stato fino all’80 quando – io facevo parte del comitato direttivo della sezione – ci fu la svolta. Eleggemmo sindaco con un accordo soffertissimo Giuseppe Pone che, due anni dopo, fu disarcionato e sostituito da Mario De Simone. Alle elezioni del 1985 fu rieletto Manno in alleanza con noi, con il Psi. Finché, come uno dei protagonisti di quell’epoca ti ha raccontato in una precedente intervista – parlo di Giovanni Barone -, si organizzò una sorta di golpe. L’obiettivo era estromettere i socialisti e arrivare ad un accordo, dunque ad un governo, Dc- Pci. Parte proprio da lì l’odio feroce che c’è tra alcuni protagonisti della politica nella nostra comunità, la radice è quella».

Dici che alcuni contrasti che ancora oggi avvelenano la politica locale arrivano da così lontano, che gli effetti sono ancora vivi?
«Sì, l’abbraccio Dc-Pci aveva come unico obiettivo la distruzione dei socialisti, eravamo molto forti e presenti, davamo fastidio».

Tu che ruoli hai avuto in quegli anni?
«Nel 1985 diventai segretario della sezione Psi, arrivammo ad eleggere, nel 1990, undici consiglieri comunali. L’anno prima nel 1989, con me segretario, diventammo il primo partito intercettando, alle elezioni europee, 4004 voti. Ricordo ancora il manifesto, diceva «Ora siamo primi». Ma con undici consiglieri comunali le faide interne cominciarono presto, furono terribili. Fui sostituito, alla segreteria del partito, da Salvatore Manfellotti. Nel giro di un anno e mezzo la sezione chiuse. Fu un gruppo di cui facevo parte a riaprirla, dopo il 1993».

Un anno dopo Tangentopoli.
«Sì, quando tutti gli impresentabili scapparono, a tenere aperta la sezione rimanemmo io, Carmine Pone, Luigi Conte, Gennaro Esposito, Antonio De Simone e Antonio (Barbone) De Simone, dimentico sicuramente qualcuno ma non certo per fargli torto. Nel 1994 entrai in consiglio comunale – ero primo dei non eletti – perché Antonio De Simone si dimise».

Come fu quel periodo post scandali, dopo che il partito si sgretolò in tutta Italia?

«Una tragedia, un mondo che crollava, lo stesso in cui avevamo creduto, quello in cui avevamo militato. Furono anni terribili, il nostro gruppo riusciva a stare tra la gente per la storia personale di ciascuno. Tenemmo duro, infatti nel 1995 ci fu il riscatto».

Parli delle amministrative di quell’anno, le prime con elezione diretta del sindaco, dello scontro Romano – Maione?
«Sì, della sfida tra Mario Romano ed Emilio Maione. Facemmo un’unica lista, l’Aquilone, grazie ad un accordo tra me – che avevo il compito delle trattative per la sezione del Psi – e Alfredo De Simone, segretario dei Ds. Fu difficile, perché il gruppo che faceva riferimento ai Focolarini e alla Rete di Leoluca Orlando ci osteggiava parecchio. Per loro «socialisti» era un sinonimo di «appestati». Loro avrebbero voluto candidato sindaco il medico Agostino Auriemma, in seguito vicesindaco di Romano. Per noi era una persona splendida e per bene ma non adatto a fare il sindaco di Sant’Anastasia, troppo vicino al Movimento dei Focolari. Convinsi Alfredo De Simone che avevamo una sola strada, una lista unica con tutte le forze politiche insieme, fu un’operazione brillantissima. Chiudemmo l’accordo sul nome di Mario Romano che per la verità ci stava lavorando da qualche anno, non è che mi convincesse troppo ma capii ad un certo punto che era quello il prezzo da pagare. La verità è che in quella coalizione di centrosinistra erano tutti «armati» contro noi socialisti, molti avrebbero preferito che non ci fossimo, l’unico che ci tese una mano fu appunto l’allora segretario dei Ds, ebbe l’intuizione che avessimo – come poi dimostrammo eleggendo tre consiglieri (ndr, Capuano, Carmine Pone, Carmine Mele) un bagaglio elettorale notevole».

Che ricordi hai di Mario Romano sindaco?
«Parlare di una persona che non c’è più è sempre difficile, per certi versi anche brutto. Ritengo che sarebbe stato un ottimo sindaco e per alcune cose lo fu. Ma il nostro rapporto di fiducia si ruppe su un problema estremamente serio: la fertirrigazione, ossia la distribuzione di concimi con l’acqua di irrigazione».

Cosa c’entrano i concimi?
«C’entrano eccome, bisogna fare un passo indietro. Il sindaco precedente, Augusto Amodio, era non solo primo cittadino ma anche titolare del caseificio a via Somma. In quell’epoca, appunto, passò una delibera di consiglio comunale che fu osteggiata in malo modo da me, da Pone e dai consiglieri Ds. In pratica si consentiva lo sversamento di liquami provenienti dall’allevamento dei maiali di Amodio direttamente nelle campagne, in libertà. Con il primo sversamento magari la terra diventa fertile, già dal successivo la conseguenza è che le coltivazioni si bruciano. Non finiva qui, infatti Amodio realizzò a spese proprie, da via Somma fino all’incrocio con la strada che porta al cimitero comunale, una fogna che incanalasse tutti i liquami. Avversammo quella delibera con tutte le nostre forze, la impugnammo dinanzi al Tar e ricordo che io e Pone pagammo due milioni di vecchie lire, di tasca nostra, all’avvocato che scegliemmo per rappresentarci. In quel periodo Mario Romano cominciò a frequentare Sant’Anastasia, a interessarsi delle questioni sul tavolo, ci accompagnava, era con noi in tutte le manifestazioni, appoggiava le nostre denunce, compresa la battaglia contro quella delibera. Ebbene, da sindaco, lui ripresentò proprio quella delibera, incrinando così il rapporto di fiducia che si era creato. Si avvicinò di più ai Focolarini, strinse con loro – ossia con chi osteggiava da sempre i piani di insediamento produttivi, le cooperative e quant’altro gridando alla speculazione – un rapporto stretto».

Questa cosa ancora oggi un po’ si sente, nel senso che tu stesso sei tacciato spesso da più parti di avere «interessi».
«Sono un noto speculatore, dovrei avere case, palazzi, proprietà. Ti risulta?».

A me no, ma devi dirlo tu.
«Nemmeno a me risulta».

L’inizio della fine politica per il sindaco Romano perciò, da come la racconti, fu il concime…
«Da lì si incrinò il rapporto, ovviamente ci saranno state altre cause ancora, ma partì proprio da lì. C’è da dire che già dopo qualche mese di amministrazione due consiglieri uscirono dalla maggioranza, Carmine Esposito detto Krol e Rosanna Giordano: le prime avvisaglie di quella visione particolare, rigida e a senso unico del sindaco Romano le prime vittime le aveva già fatte. Noi socialisti, a gennaio del ’97, organizzammo un convegno e annunciammo che se il sindaco non avesse cambiato atteggiamento per marzo, quando si sarebbe votato il bilancio, noi lo avremmo mandato a casa. Lui tenne duro e noi mantenemmo la promessa».

Quello stesso anno si rivotò per le amministrative. I contendenti in campo erano tuo cugino Enzo Iervolino, il tuo compagno di partito Carmine Pone, Luigi De Simone con la prima lista di Forza Italia che era sostenuto, dietro le quinte, da un altro socialista cioè Carmine Esposito, e Alfonso Gifuni, con Alleanza Nazionale. Tu eri candidato con Rinascita e l’aspirante sindaco Pone. Non ti creò problemi avere un familiare in campo, lo stesso che tra l’altro vinse?
«Il rapporto con mio cugino Enzo era stato molto forte fino ad allora e non posso negare che per un po’ si interruppe, o meglio, cambiò. Lui non si era mai interessato di politica e credo che le volte precedenti avesse votato per me. Sapeva che ero impegnato con Rinascita, sapeva cosa stavo facendo e come ero schierato. Si presentò una sera a casa mia e mi disse: «Sono candidato». Non potevo che rispondergli: «E lo vieni a dire a me?». Fu comunque una bellissima battaglia».

Ma Rinascita non sfondò e al ballottaggio arrivarono Iervolino e De Simone, voi sosteneste il primo, futuro sindaco per un decennio.
«Lì, precedentemente al ballottaggio, si crearono le prime incomprensioni con Carmine Pone.  Una parte che voleva appoggiare De Simone c’era ma, come spesso erroneamente si è pensato, nella nostra sezione non c’è un padrone. Non era così ieri e non è così oggi. Passò la linea di chi aveva scelto Iervolino e facemmo affiggere i manifesti che invitavano al voto per lui».

Quindi Pone avrebbe appoggiato De Simone?
«Sì ma capì che quella linea non poteva passare. E in seguito ci distinguemmo anche in consiglio comunale, sull’Amav, per esempio».

Pone era contro la costituzione di una società partecipata che gestisse la raccolta rifiuti, ricordo. Tu a favore.
«Esattamente. Quando si decise per la costituzione dell’Amav io vidi più lontano. A Sant’Anastasia nel settore della nettezza urbana non c’era praticamente più nulla, né mezzi né soldi. Io vidi nell’Amav la possibilità di rilanciare quel settore e così fu. Si comprarono macchinari nuovi, si fecero decine di assunzioni, i lavoratori che avevano prima osteggiato quella soluzione si convinsero e ringraziarono tutti, mi dissero che avevo avuto ragione giacché prendevano molti soldi in più, lo stipendio raddoppiò quasi ed ebbero anche una cifra notevole per il passaggio. La prima esperienza Amav è stata davvero un’ottima cosa».

E mentre Pone aveva già in mente Forza Italia tu rientravi nell’alveo del centrosinistra, aderendo da consigliere alla maggioranza Iervolino, con Antonio De Simone assessore. Il Ppi invece passò all’opposizione, quindi a Iervolino servivano i numeri.
«Sì, gli servivano. E per noi socialisti esisteva la necessità di rientrare nel centrosinistra che ci aveva visti protagonisti. Però va precisato che i Popolari uscirono dalla maggioranza e dalla giunta perché si stava aprendo a noi, fu una scelta loro».

Si ricomposero anche i rapporti familiari?
«Per la verità io ed Enzo su questo siamo sempre stati abbastanza sereni, tolta la sorpresa iniziale. Abbiamo tenuto i due comparti, famiglia e politica, ben distinti. Credo che tra persone civili e perbene si faccia così».

In seguito ti è capitato spesso di dover «reggere» le sorti di una maggioranza e non ti sei mai tirato indietro.
«No, è vero. Siamo per la governabilità, ovviamente non a tutti i costi».

Entrasti in maggioranza nel ’99 e ci rimanesti per le elezioni successive, il secondo mandato Iervolino. Nel 2002 alle amministrative lo scontro fu con Salvatore Manfellotti, vinceste con molto margine.
«Vincemmo con facilità perché arrivavamo da cinque anni di ottima amministrazione. E al contrario di molti ritengo lo siano stati anche i cinque successivi».

La cosa più importante che ritieni sia stata realizzata in quella consiliatura?
«Credo che la cosa più importante sia stato il cambiamento di rapporto con l’elettorato e con il paese. Era un’amministrazione aperta, democratica, molto alla mano, le decisioni si prendevano in maniera collegiale. Enzo Iervolino ascoltava tutti, quando poi doveva decidere lo faceva. Non sto a farti l’elenco delle opere pubbliche, ci vorrebbero ore, si sprecano, ancora oggi continuiamo ad approvare il piano delle opere pubbliche lasciato da noi nel 2007, perciò smettiamola. Ciascuno può vederla come vuole ma poi ‘carta canta’».

Sei stato vicesindaco dal 2004 al 2007, con deleghe ai lavori pubblici e urbanistica. Mi fai un bilancio di quegli anni dicendomi magari perché a Sant’Anastasia non sono ancora partiti i Pip e non c’è ancora un Puc?
«Mi aspettavo questa domanda e la risposta è semplice: ci sono, c’è tutto. Sono state le amministrazioni di centrodestra successive a non volerli. Con me assessore all’urbanistica l’amministrazione Iervolino ha varato il Piano del Colore, i piani di recupero, abbiamo approntato i Pip. L’incarico per il Puc, il piano urbanistico comunale, l’ha dato Carmine Pone appena insediatosi nel 2007 ma ovviamente era già tutto pronto. Se dici che ci sono dei ritardi posso darti ragione, ma al momento sono diventati seriamente inspiegabili».

Andiamo con ordine, perché ci sono stati ritardi?
«Perché il centrosinistra anastasiano si è sempre portato dietro quella parte intransigente che arrivava dal movimento focolarino, una parte che ha in materia urbanistica idee molto strane. O meglio, a mio avviso, nessuna idea o poche e confuse. Di qualsiasi cosa si parli diventa subito un tabù. Questo è il motivo più pregnante dei ritardi. Ovviamente dopo, come si può verificare in qualsiasi momento dai documenti a sostegno che si possono consultare al Comune, le amministrazioni di centro destra non hanno volutamente concretizzato quello che già era pronto. Ad oggi si sono spesi all’incirca 500 mila euro per non fare niente, le spese che hanno sostenuto per affidare l’incarico del Puc si aggirano su questa cifra esorbitante. E ancora, a fronte di ciò, non si spiega perché il Puc non ci sia. I Pip, piani di insediamento produttivi, pronti, non hanno voluto applicarli. Trovando scuse, arrampicandosi sugli specchi, ma la verità sta nel fatto che è molto più redditizio, politicamente parlando, far piccole cose un po’ alla volta anziché pianificare. C’era e c’è, esiste, una delibera di consiglio comunale inerente al Piano delle facciate: si potrebbe cominciare domani a rendere Sant’Anastasia più bella, creando al contempo un volume di lavoro importante giacché nella nostra zona nuova edificabilità non se ne può fare».

Ecco, a questo proposito: nel 2003, ai tempi del varo della Legge 21, quella che istituiva la Zona Rossa, l’assessore regionale all’urbanistica, giunta Bassolino, era un socialista. Fu Marco Di Lello a legare indissolubilmente il suo nome al divieto di inedificabilità assoluta a fini abitativi. Cosa ne pensasti?
«Ci furono momenti di grande tensione e con lo stesso Di Lello enormi lacerazioni su questo argomento proprio a causa della legge che porta la sua firma. Noi non eravamo d’accordo, ci rendevamo conto che la zona rossa era estremamente penalizzante per la nostra comunità».

Vi rendevate conto ma si è dovuto aspettare Carmine Esposito nel 2010 per far sentire la voce del territorio?
«Questa è una sciocchezza. Si parla tanto di compensazioni e di ristori, ebbene esiste per esempio un documento a firma mia, da vicesindaco, del 28 settembre 2006, in cui chiedevo vie di fuga, compensazioni, il raddoppio di via Pomigliano. Ma era solo l’ennesimo, avevamo organizzato convegni, dibattiti. Qualcosa Marco Di Lello fece: agevolò i finanziamenti per villa Tortora Brayda e per il Boschetto. Il progetto per villa Brayda dorme ancora lì e – lo dico a chi oggi si lamenta perché attualmente non si spendono soldi e non si applicano i progetti – quando c’erano loro non hanno voluto o saputo farlo».

Stai parlando delle critiche dell’ex sindaco Esposito rivolte all’amministrazione Abete?
«Anche, sto parlando di coloro che lamentano la non realizzazione di progetti esistenti e che quando invece governavano hanno fatto lo stesso. Con la differenza che loro avevano anche i soldi, quelli di oggi no. Se le amministrazioni di centrodestra che si sono succedute avessero dato continuità ad una piccola parte di progetti, con tanto di finanziamenti, il paese sarebbe profondamente diverso da come appare oggi».

Facciamo un piccolo passo indietro: riguardo al decennio in cui ha governato Iervolino tutti fanno sempre una differenza tra i primi anni di amministrazione «illuminata» e la seconda parte, quasi uno stallo. Tu come la vedi?
«Negli ultimi anni il problema di fondo, che non abbiamo avuto la capacità di arginare, era la battaglia per la successione, Iervolino non sarebbe stato più candidabile».

Non è un motivo edificante.
«No, infatti».

Si decise poi con le primarie ma, paradossalmente, non le vinse uno dei compagni di viaggio di Iervolino bensì Antonio Dobellini che puntò la campagna elettorale sulla discontinuità amministrativa, facendo leva sullo scontento. Tant’è che il sindaco uscente, volendo ricandidarsi al ruolo di consigliere, non ottenne dal suo partito, la Margherita, il posto di capolista. Lo ospitasti tu, in quel ruolo, nella lista socialista. Perché?
«Perché io ero tra i pochi che ne difendeva l’operato, noi socialisti eravamo l’unica forza politica a farlo. Denigrare l’operato di dieci anni è un’assurdità e chi aveva rappresentato la coalizione fino ad allora, il sindaco, non poteva essere messo alla porta in quel modo. Suggerii io ad Enzo la soluzione, gli offrii di essere il nostro capolista e ruppi con molti in sezione per imporlo. Ma lo feci, era corretto e giusto. Questa è la verità, poi è andata come è andata».

È andata che Dobellini ha perso e Carmine Pone è diventato sindaco, sia pure senza maggioranza consiliare.
«Alle primarie del centrosinistra votarono in seimila, un risultato oltre ogni previsione. Io ero tra i candidati, vinse Dobellini e io lo appoggiai, nonostante dalle sue stesse fila arrivassero proposte diverse. Lo smentiranno ma io ho conservato qualche lettera. Ricordo che ero al congresso di Fiuggi del Psi quando cominciarono anche le telefonate per chiedermi di presentare una lista alternativa. Ovviamente dissi di no. Perché le persone per bene competono ma, se perdono, devono essere consequenziali e io le primarie le avevo perse. Il sostegno che ha avuto da noi, Antonio Dobellini non lo ha avuto da tutti».

Perché ha perso, dunque?
«Perché la sua compagine politica, parte di essa, non lo ha votato. Lo sanno anche le pietre. Qualcuno dette anche allora la colpa a noi, come sempre. Ma così non è».

E ti ritrovasti sindaco un vecchio «compagno» di partito, Carmine Pone.
«C’è un solo vero motivo per cui Pone ha vinto ed è lo stesso per il quale le volte successive hanno prevalso Esposito prima e Abete poi: le spaccature del centrosinistra. Basta guardare i numeri, se fossimo stati tutti insieme non ce ne sarebbe stato per nessuno. Lo dicono i numeri, appunto, non io, a dispetto di chi oggi ha ancora la necessità di aizzare le folle per mantenere in qualche modo una parvenza di potere».

Pone non aveva dalla sua una maggioranza. Anche in quel frangente ti sei ritrovato a «sostenere» un governo non tuo. Con quali accordi?
«Nessun accordo, non ne abbiamo mai fatti. Io ho detto alla luce del sole e in trasparenza nella sede deputata, il consiglio comunale, che ritenevo bisognasse farlo governare. Capirai anche che i consiglieri del mio gruppo, Enzo Iervolino e Antonio Mollo, non erano facilissimi da tenere su una linea di non belligeranza, ma lo feci. Gli accordi ci sono stati, ma non li abbiamo fatti noi».

E chi?
«Basterebbe ricordare chi è che ha fatto il presidente del consiglio comunale di un sindaco di Forza Italia essendo stato candidato nei Ds».

Il presidente del consiglio comunale di Pone era Lello Abete, l’attuale sindaco.
«La risposta l’hai trovata tu. Abete era con il centrosinistra allora e anche lo zio, l’ex sindaco Esposito, non ne era lontano.  Dico solo che ogni tanto occorrerebbe un bagno di umiltà da parte degli attori politici locali per capire poi quello che gli altri fanno in silenzio, con umiltà e passione, che meriterebbe rispetto e non le cialtronerie cui assistiamo».

Il sindaco Pone non riuscì comunque a rimanere in sella.
«Fu sfiduciato e si dimise lui, da persona onesta e perbene qual è, un sindaco che aveva tentato la svolta, senza però riuscirci a causa di un gruppo che lo sosteneva, poco adeguato. Alcune cose non le ho condivise, mantengo però il rispetto nei confronti dell’uomo e della persona. Del resto abbiamo vissuto insieme tanti bei momenti e io non rinnego mai le cose che ho fatto».

Perdona la franchezza, ma non ti senti un po’ «stampella» delle varie amministrazioni che si sono avvicendate?
«Per la verità, a dirla tutta, me ne sento orgoglioso. Se ho fatto la «stampella» come dici tu – e l’ho fatta a tutti, anche ad Esposito – vuol dire che ne avevano tutti bisogno. Chi ha bisogno di una stampella è un menomato, questo vuol dire che lo erano tutti? Ho sempre agito alla luce del sole, senza mai un accordo sotto banco, senza chiedere mai nulla di personale perché io, di personale, non ho nulla da chiedere. Eppure si sono sprecate bugie e calunnie, accade anche adesso».

Ci arriviamo, ad oggi. Ma prima vorrei chiederti se nel partito sono sempre stati tutti d’accordo con te in merito.
«Sempre no. Non tutti la vedono alla stessa maniera. In un partito si discute, si ragiona. Alla fine però, con democrazia, hanno condiviso. Del resto argomentazioni contrarie di tipo politico non ve ne sono mai state, magari resistenze nei confronti di un sindaco particolare sì».

Nel 2010, la tua prima candidatura alla carica di sindaco. Avevi come avversari Giovanni Barone, Paolo Esposito, Carmine Esposito che poi divenne sindaco, e Pasquale Miniero. Perché il centrosinistra non riuscì a presentarsi unito contro un candidato sindaco che già agli albori della campagna elettorale, come un novello Masaniello, appariva molto forte?
«Per la supponenza e l’arroganza del Pd. Nei confronti di Giovanni Barone, che pure me lo chiese, non avrei fatto un passo indietro, non ve ne erano le condizioni. Non l’ho fatto e non vedo perché dovrei mentire. Barone è stato il consigliere comunale, il componente politico che nella seconda esperienza targata Iervolino ha più osteggiato i socialisti. Se si fosse trattato di qualcuno di esterno, di una persona che non aveva avuto parte in quelle battaglie all’interno della coalizione probabilmente sarebbe andata in modo diverso».

Che ricordi hai di quella campagna elettorale?
«Brutti, insulti e calunnie si sprecarono. In casi del genere non mi trovo a mio agio. Al ballottaggio facemmo, nonostante tutto, una scelta di campo dettata dalla passione politica e votammo Barone. Pur senza apparentamenti che non volle sempre lo stesso gruppo di oltranzisti con resistenze nel rinunciare a loro eletti per apparentarsi: ciò che non capiscono è che, se perdi come è poi accaduto, i seggi che volevano tutelare non si conquistano comunque».

A un certo punto di quei 40 mesi di governo, con l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza Esposito ti sei ritrovato nelle condizioni di scegliere se aiutare quel sindaco a governare o no. Hai scelto di farlo.
«Certo, dissi agli altri componenti dell’opposizione che le nostre divisioni, in caso di nuove elezioni, non avrebbero portato comunque a nulla. Proposi, alla luce del sole, di unirci per chiedere un governo di salute pubblica dopo il voto sul bilancio che avremmo dovuto far passare a queste condizioni. Nessuno accettò».

Eppure oggi non mancano proposte del genere, proprio da attori dell’epoca.
«Se parli di Barone, lui pensa di essere l’unico a poter proporre determinate soluzioni. Se lo fanno gli altri si “macchiano”».

Dunque facesti quel che ritenevi giusto, da solo.
«In trasparenza e in consiglio comunale, con Esposito non c’è stato alcun accordo. Anzi lui mi chiese più di una volta di dargli un nome di un giovane da cooptare in giunta ma ho sempre rifiutato, non ci interessava e non abbiamo voluto, non eravamo stati eletti per quello».

Sai, chi parla male di te sostiene che preferisci far lavorare tecnici di area piuttosto che chiedere un assessore…
«Su questo non ho alcun timore di essere smentito, non ho mai chiesto alcunché. Chi fa queste illazioni mi citasse incarichi e nomi e dimostrasse in che modo c’entro io».

Cosa pensi di Carmine Esposito sindaco?
«Lui l’amministratore lo sa fare. È capace, come dire, di aizzare le folle, è abbastanza populista però è uno che sulle cose ci lavora. Trovo assolutamente da condannare il modo in cui tratta i suoi collaboratori ma è stato fin da giovane così, da quando lo conosco non è mai cambiato: o sei con lui o contro di lui, mezze misure non ne ha. Con l’età sarà anche peggiorato un po’ da quel che vedo, ma se dovessi dire che non sa amministrare o non sa fare politica, no. Non potrei dirlo, è persona capace. Guarda cosa sta facendo ad oggi: spara contro tutto e tutti perché deve tenere buoni i suoi sostenitori, galvanizzarli, sentirli vicini. Passa però su chiunque, senza far distinzioni. E qualche bugia l’ho sentita anche di recente».

Intendi le insinuazioni rispetto ad un tuo accordo con Lello Abete o quelle che riguardano un manifesto a firma dei socialisti in cui si attribuisce all’ex vicesindaco Armando Di Perna la responsabilità di un aumento delle tasse e nel quale chiedete poi al sindaco di rimediare?
«Entrambe, e insinuazioni è la parola giusta. Partiamo dal manifesto che non ho certo stilato con Abete o per suo volere. L’iniziativa è partita dall’avvocato Marco Castaldo, attuale segretario cittadino del Psi: anche lui ha ricevuto, come tanti, dalla Sogest, la cartella di pagamento riguardo i passi carrabili. Con una maggiorazione del 120 per cento e la retroattività, addirittura, per chi ha già pagato. Una cosa assurda, denunciarla con un manifesto, per un partito politico di opposizione, era il minimo».

Ma perché attribuire tutta la responsabilità a Di Perna – peraltro già dimesso al momento dell’uscita del manifesto – come se un assessore al bilancio lavorasse da solo senza l’avallo del sindaco e della giunta?
«Innanzitutto noi abbiamo parlato della giunta Abete, mi pare che il sindaco sia lui. E poi, ovviamente dell’assessore, considerato la punta di diamante dell’amministrazione attuale e delle due precedenti, quasi un illuminato dell’economia. Considero strano che, per Esposito, se si fa una cosa buona è merito degli assessori a lui vicini, se la cosa è sbagliata non è colpa loro. Si metta d’accordo con se stesso».

Circa il presunto accordo? La frecciata dell’ex sindaco conteggiava in quota socialisti anche il neo assessore all’urbanistica, Stefano Prisco.
«Non ci sono accordi e non mi sogno di farne. Laddove volessi li farei alla luce del sole in consiglio comunale, come ho fatto con lui. Non ho assessori, non ho voluto io Prisco a Sant’Anastasia, tanto meno Lello Abete mi ha chiesto pareri in merito».

Però ti ha fatto piacere che l’assessore sia lui, i tuoi auguri in consiglio comunale sono stati particolarmente calorosi…
«Dire che mi ha fatto piacere è un po’ oltre la realtà. Gli ho fatto gli auguri in consiglio comunale perché lo stimo, lo conosco da una vita e so che è un socialista. Ne ho approfittato per marcare la differenza con l’assessore uscente Giancarlo Graziani, uno che è stato qui per tanti anni senza far nulla. Da qui a sostenere che è un mio assessore, che l’ho suggerito io, ce ne passa. Smentisco categoricamente, non perché mi interessi replicare ma solo perché un accordo è lontano mille miglia e non mi va che qualcuno pensi il contrario. Ti dico anche perché: puoi star tranquilla che se un accordo dovessi farlo – e non è nelle mie intenzioni – l’eventuale assessore non andrei a prenderlo ad Ottaviano. Accanto a me ci sono tanti giovani validissimi, da Marco Castaldo ad Anna Saetta, dall’ingegnere Andrea Ceriello all’architetto Gelsomina Maiello, da Tonia Castaldo ad Antonella Marciano. Se un giorno si dovesse presentare il caso l’assessore sarà uno di loro, senza dubbio. Anastasiano e socialista».

È vero che l’accordo con la compagine che oggi appoggia Abete avresti potuto farlo prima della campagna elettorale del 2014?
«Sì, se ne è discusso».

Perché non c’è stato?
«Perché il candidato sindaco era Lello Abete. Sapevo bene di dover fare un’alleanza perché da soli non si vince, ma su quel nome non poteva esserci accordo. Su un altro si sarebbe potuto discutere».

Il candidato avversario era comunque un socialista, sia pure prestato al Pd, Antonio De Simone. Perché non con lui?
«Perché il Pd non ha voluto i socialisti, semplice. Proponemmo ufficialmente le primarie e la rinuncia alla candidatura per tutti coloro che erano già passati nei banchi del consiglio comunale. Non ci fu verso, ci sono documenti ufficiali a dimostrarlo».

Perché il centrosinistra ha perso anche stavolta?
«Per supponenza, perché pensavano di essere autosufficienti, perché credevano, sbagliando, che bastasse far riferimento costante alla vicenda giudiziaria dell’ex sindaco per vincere. Un’assurdità».

Come ritieni stia governando la giunta Abete?
«Langue, lo ripeto di continuo. I numeri però gli danno ragione, sono autonomi. Cosa dovrebbe fare un consigliere di opposizione, ricorrere agli attacchi personali come fa qualcun altro? Non l’ho mai fatto e non lo farò, non è mio costume».

Se dovessi dirmi chi è stato il miglior sindaco di Sant’Anastasia prima del 1995 e dopo?
«Ante legge elezione diretta, sicuramente Mario De Simone, lui si dedicava anima e corpo all’amministrazione e alla gente. Era corretto, conosceva la macchina amministrativa ed era un socialista vero. Dopo il ’95, senza dubbio Enzo Iervolino».

Il tuo impegno sindacale quando è cominciato?
«Fui eletto la prima volta nel consiglio di fabbrica nel 1983. Poi ininterrottamente ogni tre anni diventando il leader, contrastato ma vincente, della Uilm. Da subito mi si affidò l’incarico di coordinatore nazionale che ho sempre mantenuto, con bellissime soddisfazioni».

Quella più grande?
«Nel 1993, dopo la grande crisi che attraversò l’azienda. Passammo da 5300 dipendenti Aeritalia a 2700, in un colpo solo. L’8 marzo di quell’anno indissi l’assemblea per far stazionare fuori dai cancelli i 5300 dipendenti, vi siamo rimasti per 45 giorni. Dopodiché chiudemmo l’accordo che ha poi rilanciato l’azienda riportandola nei giusti canali».

Sei da sempre nell’assemblea nazionale del Psi e al momento ricopri l’incarico di vicesegretario regionale. Ma c’è stato anche un periodo in cui hai fatto altro, no? Creando dal nulla la sigla dei Socialisti Democratici per Napoli.
«A dire il vero dal Partito Socialista non mi sono mai allontanato. Creammo quella sigla quando si votava per le amministrative napoletane e in corsa per Palazzo San Giacomo c’erano Rosetta Jervolino e Marco Rossi Doria. La segreteria nazionale, con a capo Enrico Boselli, ci chiedeva di sostenere il secondo per via dell’accordo con i Radicali. Il nostro gruppo però, con Fiola e Simeone, sapeva bene che così avremmo perso. Sarebbe stato stupido, un suicidio politico, non avremmo eletto nemmeno un consigliere. Boselli era in difficoltà, decidemmo di togliergli l’imbarazzo correndo con un altro simbolo, i SDpN, appunto, ed eleggemmo due consiglieri. Fu una bella affermazione. Poi ovviamente, essendo noi i proprietari del simbolo lo abbiamo usato in altre occasioni».

Del resto, l’insegna della sezione socialista a via Mario De Rosa non l’hai mai cambiata.
«Mai».

Però ti sei perso un po’ di compagni per strada: dall’ex segretario socialista Ciro Fiore a Raffaele Coccia, oggi consigliere Pd, fino ad Antonio De Simone, anche lui con il Pd e già candidato sindaco. Ce ne saranno di sicuro altri che ora non mi sovvengono. Perché?
«L’allontanamento di Antonio De Simone non l’ho mai compreso. Lui lasciò la sezione dicendo che voleva dedicarsi di più alla famiglia, che aveva bambini piccoli, poi è ricomparso nel Pd. Degli altri non saprei dirti».

Chi è andato via dice di averlo fatto perché tu ti comporteresti da «padre padrone» del partito.
«Le decisioni, nella sezione socialista, si prendono sempre in maniera assembleare, con i direttivi. Vedi, quando abbiamo tenuto le primarie del centrosinistra ho scoperto solo dopo, a giochi fatti, che alcuni di coloro che poi sono andati via avevano votato per altri e non per me. Credo che in tutto ciò ci sia poco di politico e molto di questioni meramente personali. Ciro Fiore è stato il segretario della sezione, si è dimesso lui, non glielo ha chiesto nessuno. Ha fatto il consigliere comunale, ci ha rappresentato – portato lì da noi – nella segreteria di Fausto Corace in consiglio regionale. Ci inventammo anche la Pro Loco. Mi chiedi perché sia andato via? Io non lo so. Raffaele Coccia ha dichiarato di non avere spazio qui da noi, ma non ritengo sia così: si candidò e non fu eletto, l’ho presentato a tutti in Regione creandogli una rete di contatti. Evidentemente c’è qualche disegno che non ho capito, qualcosa che covava sotto la cenere. La maggior parte dei fuoriusciti non frequentava nemmeno la sezione, non capisco di cosa potessero lamentarsi».

L’incarico di vicesegretario regionale del Psi ti ha gratificato?
«Di sicuro è una bella cosa per chi ha fatto politica tanti anni. Oggi come oggi, nelle condizioni in cui versa il partito a livello nazionale, la Campania è una delle regioni più forti. Siamo al 2, 2 per cento, una percentuale che non abbiamo in nessun altro luogo, dunque di questo possiamo essere orgogliosi».

Davvero non hai mai pensato di cambiare partito?
«No».

Perché?
«Se si è socialista si può fare solo il socialista».

Un socialista sta solo a sinistra?
«Per me sì. Questo non vuol dire che si debba essere mentalmente chiusi e non comprendere le novità del panorama politico. Si può essere autonomi, quello sì. Si possono fare alleanze restando socialisti. Di certo non vedrai mai un socialista vero alleato con Giorgia Meloni».

Qual è il politico italiano attuale che guardi oggi con più interesse?
«Mi è difficile rispondere alla domanda, la risposta potrebbe essere facilmente fraintesa da un qualunquista. Indubbiamente Matteo Renzi è la novità. Una novità che assomiglia molto a Berlusconi, però è uno che si può dire politicamente bravo, valido. Alcune cose le condivido, altre no».

Non capisco se la risposta è Matteo Renzi o no.
«Io sono attaccato alla forma “partito” e il nuovo modello della politica che prevede un uomo solo al comando non mi affascina, penso che alla lunga ci creerà molti problemi, per questo dicevo che mi è difficile rispondere. Oggi indubbiamente il più bravo è Renzi, ma non è l’uomo che vorrei alla presidenza del consiglio dei ministri».

Chi è invece l’uomo che vorresti in quel ruolo?
«È una donna, in effetti:  mi piacerebbe Emma Bonino. La ritengo un politico esperto, capace, con una forte convinzione democratica».

Il politico che nella storia italiana senti più vicino a te dal punto di vista di ideali e formazione?
«Non ce n’è uno solo: sicuramente lo è stato nella prima fase Francesco De Martino alla cui storia tutti noi ci siamo abbeverati, poi Giorgio Ruffolo, Gino Giugni, Riccardo Lombardi. Sono la storia della politica, coloro che mi hanno affascinato».

Da quanti anni sei sposato?
«Dal 1979, con Fiorella. Mia moglie è insegnante e abbiamo due figlie. Laura è laureata in scienze della comunicazione, viva e lavora a Roma, in Selex del gruppo Finmeccanica. Aurora è ingegnere, vive a Torino e lavora alla Ansaldo. Mi tacciano tutti di grandi vantaggi personali e invece ho le mie figlie lontano, ti pare che se fossi così bravo non le terrei qui con me?»

Si potrebbe risponderti, con ironia che di sicuro apprezzerai, che non vuoi dare nell’occhio… Ma parliamone se vuoi: si dice che da te venga una pletora di giovani in cerca di lavoro. Li aiuti?
«Intanto, i giovani che frequentano la sezione lavorano tutti».

Grazie a te?
«Qualcuno sì, anche. Quando posso li aiuto, non me ne sono mai vergognato. Tento di incanalare i giovani che capita si rivolgano a me, consiglio loro di fare corsi di formazione, li metto per strada. È una cosa che dovrebbero fare tutti, chi grida allo scandalo lo fa solo perché si vergogna di non esserci mai riuscito e addita chi invece si impegna. Vado fiero delle decine di giovani che sono riuscito ad aiutare. Sottolineo, questo è importante, che non sono mai andato da loro, dopo, per costringerli a votarmi o a candidarsi. Non ce n’è uno che possa dire il contrario».

A proposito di candidature, ritenteresti la corsa a Palazzo Siano?
«No, quell’epoca è finita. Chiusa. C’è un tempo per tutto, non ve ne sono le condizioni politiche».

Nemmeno da candidato al consiglio comunale? Non starai pensando di rinunciare all’impegno politico in città?
«Non so, nemmeno questo potrei garantire al momento. Se lo scenario, i pretendenti, i combattenti, restano questi in campo, non ho alcuna voglia di continuare».

Hai detto di non aver voluto l’alleanza con la compagine che al momento governa il paese perché non ritenevi adatto il candidato sindaco, che è poi il primo cittadino attuale, Lello Abete. Hai cambiato idea nel frattempo?
«No, per nulla. Fare il sindaco di una comunità non è cosa semplice. Lo hanno eletto e va bene così. Anche qualcun altro dovrebbe farsene una ragione. Come Abete interpreti il ruolo è sotto gli occhi di tutti, ma ciascuno ha le proprie caratteristiche, forse per Sant’Anastasia ne occorrevano altre ma è stato eletto lui e io rispetto l’istituzione che rappresenta. La produzione amministrativa è sotto gli occhi di tutti: non c’è. Ma non è un problema nostro, i numeri per governare li ha».

Quale caratteristica consideri imprescindibile per chi si candida a governare una comunità?

«L’amore per il proprio paese, l’essere sempre a disposizione dei cittadini».

C’è qualcuno, a parte te ovviamente, che ti sarebbe piaciuto vedere come sindaco?
«Credo sia giunto il momento di un sindaco donna».

Rispondono tutti così ultimamente, vorrò vedere al momento della decisione se almeno uno di voi politici locali sarà consequenziale.
«Lo diranno anche tutti, ma io pratico da sempre questa strada. Nelle mie liste ci sono sempre state la maggior parte di donne candidate».

Sì, ma il candidato sindaco eri tu.
«La prossima volta sarà quella giusta, ritengo che solo una figura femminile possa stemperare gli odi e le faide che si trascinano ormai dagli anni ‘90».

Che padre sei per Laura e Aurora?
«Innamorato di loro e molto permissivo».

Cosa hai cercato di trasmettere a loro due?
«L’esempio, quello della parte giusta della società in cui viviamo. Credo di esserci riuscito. Hanno imparato la libertà e l’indipendenza ed evidentemente ha pagato perché mi hanno dato grosse soddisfazioni, laureandosi giovani, brillantemente e con il massimo dei voti».

Non hanno ereditato la passione per la politica?
«Forse entrambe, almeno per un periodo. Poi si sono allontanate perché non erano contente di quel che accade, magari perché più volte hanno percepito la mia sofferenza».

Parli di sofferenza. C’è stato qualcosa, che siano accuse o critiche o episodi, che ti ha fatto particolarmente male in questi anni?
«Sì, gli attacchi personali e gratuiti. Le accuse senza fondamento, le calunnie. Quando si va sul personale la politica non c’entra più e, purtroppo, a Sant’Anastasia negli ultimi anni questo atteggiamento inqualificabile la fa da padrone».

Non c’è un antidoto?
«Bisognerebbe non alimentare mai le polemiche, non rispondere mai. Tento di fare così il più delle volte, ma i miei mi accusano sostenendo che se non replichi la gente pensa che l’accusa di turno sia vera. La teoria del “chi tace acconsente” è deleteria. Perciò rispondi, l’altro replica, tu sei costretto a rispondere ancora e non si finisce più. La tecnologia e i social hanno amplificato tutto ciò in maniera esponenziale e non è sempre un bene».

Cosa fai quando non sei nel ruolo di marito, papà, politico, sindacalista?
«Vado a caccia».

Purtroppo lo sapevo.
«Il tuo è un pregiudizio e io non smetterò, sono un cacciatore da quando avevo sedici anni».

Perché si diventa cacciatori?
«Per l’amore verso la natura e la vita all’aria aperta. La caccia come la intendo io presuppone grandi passeggiate nei boschi del Gargano, almeno venticinque o trenta volte l’anno».

Potresti passeggiare senza usare il fucile.
«Sparo molto raramente».

Hai cani da ferma che ti accompagnano?
«Due, un setter e un pointer. Betty e Rocky, vivono a casa con noi».

Altri hobbies?
«Sì, la pesca. Da maggio a settembre».

L’ultimo libro che hai letto?
«”Ricordati di vivere” di Claudio Martelli, un’autobiografia politica che ripercorre trent’anni di storia italiana».

C’è un luogo di Sant’Anastasia che ti emoziona ancora?
«Capodivilla, perché rivivo i giorni felici dell’infanzia».

C’è stato però un periodo in cui in quel quartiere era difficile passeggiare, no? Cosa ha significato la camorra per questo territorio?
«A dire il vero fastidi non ne abbiamo mai avuti, non ho mai avuto paura di passeggiare per il quartiere né ne avevo per le mie figlie. Non so, forse per una forma di autoprotezione dei clan tentavano di non creare tensioni nel rione. La camorra ha dato motivo a tutti di temere rischi, potevano esserci attentati, ci sono stati morti. Devo però dire una cosa a rispetto di tutti coloro che questo paese lo hanno governato: Sant’Anastasia non ha mai subito infiltrazioni camorristiche nelle amministrazioni pubbliche».

 C’è qualcosa che ti fa paura?
«La paura è un sentimento naturale che attraversa tutti, prima o poi. Sono preoccupato, per il futuro dei giovani, per la disoccupazione. Ho paura che i ragazzi perdano la speranza di avere un futuro, vedo tanti giovani che si abbandonano, che non sperano, che non lottano. È molto brutto, è questo che mi fa paura».

Hai un obiettivo da raggiungere assolutamente nella vita?
«Non personale, voglio semplicemente continuare a impegnarmi per la società, per il paese in cui vivo, dando il mio contributo. Poi vorrei che le mie figlie tornassero a vivere qui, ma so che stanno bene e intanto mi dedico all’agricoltura, così quando tornano a casa almeno portano via un po’ di prodotti nostrani»

Hai un orto?
«Ho terreni in montagna, eredità di mamma che a sua volta li aveva avuti dal nonno. Mi diletto curando i vigneti, occupandomi di pomodori e castagne. Vado lì un paio di giorni alla settimana e poi, sì, ho anche un orto. Melenzane, peperoncini verdi, fagioli, finocchi, scarole».

Sei una buona forchetta?
«Mangio poco, non ho un grande appetito. La pasta soprattutto, o i piatti che riescono benissimo a mia moglie, pollo o coniglio alla cacciatora».

Al cinema ci vai?
«Raramente, ma i film di avventura mi piacciono. Il più bello che ricordi è “L’ultimo dei mohicani”, stupendo. Lo vidi insieme a Carmine Pone in una sala di Napoli, l’anno che uscì».

Cambieresti qualcosa di te, del tuo carattere?
«Sì, l’aspetto per il quale spesso mi lascio prendere dall’ira. Non si direbbe ma è così, spesso si dovrebbe essere più freddi, meno istintivi. Non è un pregio in generale ma per chi fa politica è peggio».

Sei cattolico?
«In maniera molto particolare, credo in Dio ma non frequento molto la chiesa».

Se vincessi una grossa somma alla lotteria cosa ne faresti?
«Sicuramente comprerei una bella barca».

A tuo parere, di cosa avrebbe bisogno Sant’Anastasia?
«Di ciò che servirebbe a tutte le comunità del Sud, di un rilancio economico».

Un’amministrazione comunale può fare qualcosa in merito?
«Può sicuramente agevolare, vivacizzare il paese, aiutare i piccoli commercianti, creare quelle condizioni affinché si insedino nuove attività senza tartassarle poi con tasse, balzelli e quant’altro».

Di cosa potrebbe vivere Sant’Anastasia? Di turismo? Di agricoltura?
«Io sono convinto che un tipo di agricoltura e di sviluppo locale, cose di nicchia, si possano fare. Un esempio ne sono le Cantine Olivella. Si dovrebbe puntare sulla catalanesca, sul pomodorino del piennolo, sulle albicocche, rivitalizzando la campagna abbandonata, causa della scarsa produzione. Cose del genere non risolverebbero i problemi ma tante così, insieme, fanno la ricchezza di una comunità».

Se fossi diventato tu il sindaco, qual è la prima cosa che avresti fatto?
«Avrei reso accessibili e praticabili le strade di accesso alla montagna, sono convinto che questo nostro Monte Somma possa e debba essere motivo di sviluppo».

Il Parco Vesuvio serve allo scopo?
«Finora, ahimè, non è servito a nulla».

Se invece potessi dare un consiglio al sindaco attuale, giacché dici che non siete “alleati”, cosa gli diresti?
«Non “come dico”, non siamo alleati nella trasparenza dei fatti. Gli direi di accelerare sul Puc, gli suggerirei di farlo in tempi ultrarapidi, di attuare i Pip e i piani di recupero, il piano colore e quello delle facciate. Questo significherebbe dare una scossa all’economia locale. Gli direi di avviare il recupero di tanti metri cubi con il ripristino dei fabbricati abbandonati».

Ti va di giocare? Un aggettivo per ogni sindaco di Sant’Anastasia che ti citerò.
«No, sarei cattivo».

Meglio. Un aggettivo che si attagli loro come sindaco, non certo sul personale.
«Allora sì».

Enzo Iervolino
«Sornione».

Carmine Pone
«Troppo pieno di sé».

Carmine Esposito
«Intrattabile».

Lello Abete
«Persona onesta».

Antonio Manno
«Presuntuoso».

Mario De Simone
«Ottimo sindaco».

Augusto Amodio
«Non classificato».

Cosimo Scippa
«Buon sindaco».

Ciccio Beneduce
«Amatissimo».

Supponiamo che domani tu sia sindaco, fai un governo di salute pubblica per rimediare a tutto il veleno di questi anni o componi la tua giunta ideale?
«Se fossi eletto da una coalizione, per formazione mentale, ascolterei prima di tutto gli alleati e cosa propongono. Se potessi decidere da solo vorrei accanto a me giovani che amano il paese, che abbiano voglia di crescere e lavorare per la collettività. Uomini e donne in egual misura e non perché lo imponga la legge bensì perché ne sono convinto. Non chiedermi nomi perché non li farò».

Se fosse in tuo potere cambiare una legge italiana che consideri ingiusta, quale sarebbe?
«Diverse, ma innanzitutto la legge sulla tassazione del reddito da lavoro, la cambierei accentuando molto la proporzionalità rispetto al guadagno. Trovo assurdo il fatto che ci siano persone le quali guadagnano milioni di euro in una vita intera e che poi percepiscano anche pensioni da capogiro. Fisserei un tetto massimo».

Puoi invitare a cena con te chiunque al mondo, chi scegli?
«Se fosse vivo, avrei scelto Massimo Troisi.  Però mi piacerebbe moltissimo cenare con Giorgio Napolitano, l’ho trovato da sempre un politico straordinario e raffinato e ho avuto modo di incontrarlo da presidente della Repubblica. Una cena conviviale, per conoscerlo come persona».

Il viaggio più bello che hai fatto?
«Parigi, al salone internazionale dell’Aeronautica, Le Bourget. Sono rimasto impressionato, incantato, entusiasta».

Sei stato a Parigi a vedere gli arei ma non sei andato al Louvre?
«Non capisco molto di arte, resto affascinato soprattutto dalle opere di ingegneria, dal Colosseo, da quello che hanno saputo fare i Romani, per esempio».

Il viaggio che invece ti piacerebbe?
«In Scozia o in Canada. Per i paesaggi, la natura».

Sei superstizioso, scaramantico?
«Quanto basta. Tento di respingere con la mente le persone negative».

Gli anastasiani: difetti e pregi?
«Gli anastasiani sono poco legati al territorio. Quanto al pregio, siamo persone che si dedicano al lavoro in modo serio, che ci danno dentro».

Rimorsi, rimpianti?
«Con il senno di poi mi spiace aver dedicato poco tempo alle mie figlie quando erano piccole. Ho trascurato spesso la famiglia».

Se dovessi definire te stesso con un aggettivo?
«Irritante. Dico senza freni ciò penso, troppo facilmente».

Questo in politica è un pregio o un difetto?
«Un difetto, senza dubbio».

Ti è mai accaduto di scendere a compromessi?
«I compromessi sono all’ordine del giorno in politica, l’importante è che siano nobili e non di basso profilo».

Hai mai commesso reati?
«No, se togliamo le multe per eccesso di velocità. Ne pago tantissime».

 Ti piacerebbe diventare nonno?
«Moltissimo».

È attualissima la discussione sui matrimoni gay, tu cosa ne pensi?
«Sulle unioni, laiche, sono d’accordo. Due persone che si amano e stanno insieme devono potersi accudire a vicenda, trasmettersi un’eredità, avere i diritti di una coppia. Ma non concordo assolutamente sulla possibilità che adottino un bambino. I bimbi devono avere un padre e una madre. Su questo sarò un socialista atipico ma la penso così».

Finiamo con un proverbio? Quello che senti più tuo.
«Quann maje ‘o sole s’è muort ‘e fridd».

Perché?
«Un proverbio da autodifesa, in caso di attacchi. Un antidoto. Il sole non ha mai freddo, non si può toccare».