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Terra dei Fuochi indignata: scarcerati i Pellini. Martedi manifestazione davanti al tribunale di Napoli

La sospensione della carcerazione, decisa dalla procura generale presso la corte d’appello di Napoli, è un provvedimento provvisorio. Dovrà poi essere valutata dal tribunale di sorveglianza, che a sua volta si esprimerà sulle modalità di prosecuzione della pena. Resta comunque il fatto che venerdi, l’altro ieri, sono stati scarcerati i Re Mida dello smaltimento dei rifiuti, i fratelli acerrani Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini. Erano stati condannati in via definitiva a 7 anni di reclusione per disastro ambientale aggravato nella Terra dei Fuochi: un gigantesco traffico di rifiuti dal nord Italia alle campagne della ex Campania Felix. Ma gli imprenditori sono stati liberati, dopo soltanto dieci mesi trascorsi in carcere. Erano entrati in prigione il 18 maggio. E appena usciti sono subito tornati nella loro Acerra i primi imputati della provincia di Napoli condannati, stando almeno alle sentenze dei giudici di secondo e terzo grado, per aver avvelenato terra, aria e acqua del Napoletano, in particolare dei territori di Acerra, Qualiano e Bacoli. Venerdi i tre fratelli sono stati avvistati nella città dell’inceneritore, mentre era in corso la processione della storica Via Crucis, che quest’anno il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, ha voluto dedicare proprio alle vittime dell’inquinamento, “ai tanti morti ed ammalati di cancro delle terre campane rimaste inquinate”, come si legge nei vari comunicati diramati dal prelato. Intanto la notizia della scarcerazione dei Pellini ha fatto insorgere il popolo della Terra dei Fuochi. Tira aria di mobilitazione di piazza. La Rete di Cittadinanza e Comunità, organismo che comprende la variegata galassia delle associazioni ambientaliste campane, ha diramato l’annuncio di una manifestazione di protesta davanti al palazzo di giustizia di Napoli, martedi mattina. “Non c’è pace per questi territori, non ce n’è per la nostra gente – scrivono i militanti della Terra dei Fuochi  – almeno fino a quando la giustizia non viene posta al centro dei rapporti tra esseri umani e legalità “. “Chiederemo al tribunale di sorveglianza – anticipa Alessandro Cannavacciuolo, leader ambientalista di Acerra – di non concedere ai Pellini il beneficio della misura alternativa al carcere perché questi soggetti hanno continuato a commettere reati ambientali fino a pochi giorni prima che fossero imprigionati, nel maggio dello scorso anno. Inoltre questo territorio martoriato chiede un minimo di giustizia”. Di parere completamente diverso il legale dei Pellini, l’avvocato Marco Bassetta. “Se si calcolano – commenta Bassetta – i sei mesi di carcerazione preventiva, già scontati dai condannati durante l’arresto risalente a dodici anni fa, e l’indulto, cioè lo sconto di tre anni, promulgato nel 2006, i miei assistiti non sarebbero dovuti proprio andare in carcere visto che la condanna a quel punto è scesa sotto i 4 anni. E per quel tipo di reato, quando si scende al di sotto dei 4 anni, si comminano misure alternative alla carcerazione ”. Sarà però il tribunale di sorveglianza a decidere. Mentre ai giudici delle misure di prevenzione spetterà un’altra decisione molto importante. Ad aprile infatti il tribunale dovrà decidere se confiscare o meno il tesoro dei Pellini: 222 milioni tra ville, appartamenti e capannoni industriali, 68 terreni, 50 tra auto di lusso e camion, 56 rapporti bancari e 3 elicotteri. Tra le case sigillate ci sono anche le sontuose ville di Acerra, enormi costruzioni, in cui i tre scarcerati sono tornati a vivere. “Lasciate in pace le nostre famiglie: voglio solo lasciarmi il passato alle spalle – rintuzza però Giovanni Pellini – la mia coscienza è pulita ed io continuerò a vivere qui, ad Acerra”. Il patrimonio dei Pellini è stato sequestrato dalla guardia di finanza, per ordine della dda, nei mesi di febbraio e di ottobre dello scorso anno. Ma gli investigatori sono convinti che il tesoro sia ben più voluminoso. Sembra un’indagine infinita.  L’inchiesta Carosello Ultimo atto, che ha portato alla condanna dei Pellini, prende il nome da una truffa, un falso giro di bolla di rifiuti tossici provenienti dal nord Italia. Nasce nel lontano 2002, quando le forze dell’ordine si accorgono che nei terreni coltivati di Acerra è stato cosparso un finto fertilizzante organico, un falso compost in effetti costituito da veleni di ogni sorta. Una sostanza prodotta dalle aziende di smaltimento dei tre fratelli acerrani. In quegli anni il maresciallo dei carabinieri Salvatore Pellini lavora nel nucleo informativo del comando provinciale di Napoli, uno dei nuclei informativi più importanti d’Italia, dove passano anche le informazioni riservate relative ai traffici di rifiuti. La svolta poi giunge nel 2006, quando il pubblico ministero della Dda di Napoli, Maria Cristina Ribera, fa arrestare i tre imprenditori grazie a una valanga di denunce firmate dai pastori Cannavacciuolo di Acerra, le cui greggi vengono nel frattempo abbattute a causa dell’eccesiva presenza di diossina nel latte e nel sangue. Con i Pellini finiscono in manette altre decine di persone, tanti i cosiddetti colletti bianchi. Ma la sentenza di primo grado arriva sul filo della prescrizione, il 29 marzo del 2013, dopo una serie di proteste di piazza degli ambientalisti e di inchieste giornalistiche: la sesta sezione penale del tribunale di Napoli condanna per traffico di rifiuti Giovanni e Cuono, a sei anni di reclusione, e Salvatore a quattro anni e mezzo. A quattro anni e mezzo viene condannato anche Giuseppe Buttone, cognato del boss di Marcianise Domenico Belforte. Buttone è ritenuto l’intermediario nel traffico illecito. Condannati pure altri due carabinieri, il maresciallo Giuseppe Curcio, ex comandante della stazione di Acerra (a 4 anni ), e Vincenzo Addonisio ( a tre anni e mezzo), quest’ultimo delegato dalla procura di Nola a effettuare i primi interrogatori. Entrambi i militari sono accusati di aver depistato le indagini. Condannati infine due titolari di altrettante discariche dislocate tra Bacoli e Qualiano. Prescrizioni e assoluzioni per tutti gli altri imputati: una serie di imprenditori dello smaltimento dei rifiuti e gli ex dirigenti dell’ufficio tecnico del Comune di Acerra, Pasquale Petrella e Amodio Di Nardi. Due anni dopo, però, la quarta sezione penale della Corte d’Appello di Napoli modifica il verdetto. Condanna a 7 anni per disastro ambientale aggravato i tre fratelli Pellini, accusa che invece nel primo giudizio era caduta. L’appello poi dichiara di non doversi procedere nei confronti di Giuseppe Buttone e assolve i due imprenditori dell’area flegrea precedentemente condannati. Assolti anche Curcio e Addonisio. Motivo: il fatto non sussiste. Il cerchio delle indagini e quello giudiziario si chiudono nel 2017. La cassazione conferma in toto la sentenza di appello, a maggio i Pellini finiscono in galera e entro ottobre viene sequestrato il tesoro. Infine, l’altro ieri, il colpo di scena: la scarcerazione.   

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