Pietro non vuole che Cristo parli della propria morte, e Cristo lo sgrida: “Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Nell’iconografia tradizionale intorno a Cristo risorto le figure si dispongono immobili, scosse dallo stupore. El Greco (1541-1614) vede invece la Resurrezione come un vortice, reale e simbolico, che travolge l’umanità, i modelli del pensare e del sentire, le tendenze della storia. Gli uomini sconvolti guardano verso la luce di Cristo, ma non tutti comprendono l’esortazione a pentirsi e a sperare.
Dominikos Theotokopoulos, diventato famoso con il soprannome “El Greco”-un soprannome misto italo- spagnolo -, seppe alimentare abilmente la propria fama e conservare intatto il fascino che gli veniva dall’essere nato a Creta, dall’ essere uno degli ultimi depositari dei valori e delle tecniche della pittura bizantina, e da una reale libertà di spirito che gli consentì di restare fedele alle sue idee pittoriche anche davanti alla manifesta ostilità degli ambienti culturali. Egli seppe anche costruirsi come personaggio colorando di misticismo una solitudine esistenziale che era solo apparente, perché egli era, in realtà, assai sensibile ai piaceri della buona tavola e ai sortilegi tessuti dalle belle donne. Anche la sua pittura, caratterizzata dalle visibili novità delle forme allungate, dall’accentuato contrasto dei colori accesi, rispetta i modelli del tempo più di quanto si sia creduto fino agli studi di Gomez Moreno e di Lafuente Ferrari. Questi studiosi hanno dimostrato quanto siano consistenti i debiti contratti da Domenikos, che i veneziani chiamavano “Menegos”, con l’arte di Tiziano, di Tintoretto, di Veronese, di Michelangelo, negli anni passati a Venezia e a Roma, tra il 1567 e il 1577. Alla fine del 1577 El Greco si trasferì a Toledo, e fino alla morte non si allontanò più dalla Spagna.
Come spiegò Roberto Longhi, l’impianto ideologico dei quadri “religiosi” del pittore rivela una solida conoscenza dei temi della teologia. Dominikos sa che la Resurrezione è il cardine del “vangelo” di Cristo, è il principio di una storia che sarà radicalmente nuova, fatta da uomini totalmente rinnovati. Racconta l’evangelista Marco (8,31-33) che a partire da un certo giorno Cristo incominciò a rivelare che i suoi nemici lo avrebbero ucciso e che Egli sarebbe risorto dopo tre giorni. A Pietro non faceva piacere che il Maestro dicesse queste cose apertamente, “palam”: una volta “lo prese in disparte e lo rimproverò. Ma Cristo, rivoltosi indietro e visti i discepoli, sgridò Pietro dicendogli: “Va’ lontano da me, Satana, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.” Con la Sua morte Cristo avrebbe detto all’umanità che il Giusto muore per il fatto stesso di essere Giusto: e risorgendo avrebbe fornito la consolante certezza che alla fine è il Giusto che trionfa. I discepoli compresero il significato autentico dell’insegnamento di Cristo, e, in particolare, delle Beatitudini, solo quando Lo videro risorto: e Tommaso credette solo dopo aver messo il dito nella piaga.
Nel modello iconografico fissato dalla storia della pittura Cristo risorto si leva in alto e si manifesta nella luce del Suo trionfo: intorno a Lui e ai Suoi piedi stanno i soldati, i discepoli e gli “scribi”, ora immobili nello stupore indicibile, ora scossi dalla meraviglia e folgorati dalla luce. In ogni caso, il coro di spettatori, così come lo disegnavano Tiziano, Tintoretto e il Veronese, dovette sembrare al pittore cretese un pubblico da teatro, più che la rappresentanza di un’umanità travolta e nello stesso tempo salvata dal più grande dei miracoli, dal Mistero primo. El Greco capì che questo Mistero poteva essere rappresentato in modo mirabile proprio dai moduli della sua arte. Nell’ impianto verticale della sua “Resurrezione” l’asse principale è composto dalla linea che dalla testa del Salvatore giunge a quella, sollevata, del soldato riverso: la nera chioma che si incurva verso l’interno, al centro dell’arco delle braccia, è un’idea geniale, perché guida lo spettatore dentro il vortice. E’, questo vortice, il motivo centrale dell’opera: il suo esplodere dal basso verso l’alto è sottolineato dalle misure e dalla forma della tela. Mentre negli altri quadri Cristo risorto fa il vuoto intorno a sé e le figure si dispongono in cerchio lontano da Lui, nell’opera di El Greco Cristo levandosi in alto innesca un turbine in cui sono rapiti gli uomini, è cancellato lo spazio, è sconvolto l’ordine delle cose. Cristo è fermo e sereno nella luce piena della sua gloria, ma intorno a lui si agita il frenetico tumulto di movimenti che cercano disperatamente il senso dell’ordine nuovo e del nuovo ritmo della storia: gli uomini stravolti guardano alla serenità del Signore, ma il pittore teme che non tutti vi scorgano l’esortazione a pentirsi e a sperare. Notava Roberto Longhi che nei quadri di El Greco “i panneggi ripugnano il corpo e stanno di per sé e agiscono come realtà impacciosa e solida”: qui il groviglio delle pieghe accentua il disordine delle linee di movimento che vanno a placarsi intorno alla figura del Salvatore, così come la Sua luce, ancora percorsa dai toni lividi della morte, incomincia a rischiarare i colori acidi spalmati sui corpi, sui panni e sulle corazze con la tecnica del contrasto che El Greco aveva appreso a Venezia.
Le figure del quadro, che, travolte nel vuoto dei loro errori e della banalità del male quotidiano, ruotano intorno alla chiara certezza di Cristo – e non si sa fino a che punto se ne accorgano – sanno di attualità.

