Il mercato italiano del software per lo sviluppo di videogiochi è in crescita, trainato da un numero maggiore di sviluppatori indipendenti, sperimentazioni in ambito VR e AR e progetti mobile-first
Auto si schianta contro saracinesca, conducente scappa
Accoltellato a 20 anni in discoteca al party di Pasqua
Paura nella serata di Pasqua sul lungomare domizio, dove un episodio di violenza ha coinvolto due giovani a Ischitella, frazione di Castel Volturno.
Un ragazzo di circa vent’anni è stato accoltellato mentre attendeva il proprio turno per entrare in un locale. Alla base dell’aggressione ci sarebbe un diverbio nato tra gruppi di coetanei, rapidamente sfociato in violenza.
Stando alle prime informazioni, il ferito avrebbe riportato diverse lesioni da arma bianca, soprattutto a una gamba. Subito dopo l’episodio, il giovane è crollato a terra sotto gli occhi dei presenti.
I soccorsi sono intervenuti poco dopo e hanno trasferito il ferito in ospedale. Le sue condizioni non desterebbero particolare preoccupazione.
Gli agenti hanno individuato e bloccato il presunto aggressore, avviando le indagini per ricostruire quanto accaduto e accertare eventuali responsabilità.
Disagi anche sul fronte della viabilità: traffico e confusione hanno reso complicate le operazioni di intervento per i mezzi di emergenza.
“Cristo risorto e vestito da giardiniere appare alla Maddalena” nel capolavoro di Rembrandt
La monodia liturgica cristiana: il Cantus Obscurior
Benvenuti all’undicesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”. Oggi scopriremo la nascita della monodia liturgica cristiana ed il Cantus Obscurior.
La profonda trasformazione della Chiesa cristiana dopo l’Editto di Milano del 313 d.C., che segnò il passaggio da una dimensione clandestina a una pubblica e istituzionale. Con la costruzione delle grandi basiliche, la liturgia venne codificata e la musica assunse funzioni fondamentali di amplificazione: rituale, elevando la parola umana a Parola di Dio; fonica, rendendo il testo più udibile in spazi ampi; e melodica, rendendo esplicita l’intrinseca musicalità della lingua latina. In quest’epoca, l’accento delle parole latine era inteso come un’elevazione dell’altezza sonora, un concetto definito da Cicerone come cantus obscurior, ovvero un canto nascosto che nella liturgia “germogliava” in vere e proprie melodie.
La realizzazione di questo canto variava a seconda delle necessità liturgiche, distinguendosi tra lo stile sillabico, dove ogni sillaba corrisponde a una sola nota, e lo stile melismatico o fiorito, tipico dei canti solistici come l’offertorio, dove una singola sillaba può sostenere ampie volute melodiche. Nonostante il legame tra accento e melodia caratterizzi la maggior parte del repertorio, esistono eccezioni come le melodie più tarde, la salmodia (basata su una “corda di recita” fissa), gli inni strofici e i casi in cui l’andamento dell’intera frase prevale sull’accento della singola parola.
Dal IV secolo in poi, la liturgia si frammentò in una vasta scacchiera di riti regionali. In Occidente convivevano tradizioni diverse come il rito vetero-romano, l’ambrosiano a Milano, l’aquileiese, il beneventano, il gallicano in Francia, il celtico e l’ispanico, mentre l’Oriente presentava una pluralità di lingue e riti che si sarebbero separati definitivamente da Roma nel 1054.
La figura di Papa Gregorio Magno, a cui tradizionalmente si attribuisce la creazione del canto “gregoriano”, è in realtà legata a un mito nato secoli dopo per ragioni politiche; i documenti storici mostrano infatti che Gregorio rispettava e incoraggiava le autonomie liturgiche locali piuttosto che imporre un’unificazione centrale. Fino al IX secolo, l’intero patrimonio musicale veniva trasmesso esclusivamente per via orale, rendendo necessaria la nascita di scuole specializzate, come la schola cantorum pontificia o quelle nei monasteri benedettini, dove i cantori dovevano memorizzare enormi repertori poiché la composizione e la trasmissione avvenivano direttamente durante l’esecuzione.
Ed eccoci arrivati alla fine cari musicofili e musicofile, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per approfondire questo nostro fantastico discorso. P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)Afragola, la polizia locale denuncia una donna per atti osceni in luogo pubblico
Arrestato Roberto Mazzarella: era inserito al quarto posto nell’elenco dei latitanti più pericolosi
Casalnuovo, centrodestra punta al pienone con Romano. La rincorsa di Nappi e Iorio
Napoli, Ospedale del Mare: nuova tecnica chirurgica per il tumore al seno
Comunicare con i più piccoli: far fiorire la loro interiorità come la primavera
Quando il bambino o l’adolescente si chiude
Genitori ed insegnanti me lo raccontano: “Non parla. Si chiude in camera. Alle mie domande risponde con un ‘non lo so o con un’alzata di spalle.” La nostra prima reazione, comprensibilmente, è quella di “scuotere l’albero”: incalzare, fare domande, spiegare, insistere. Di solito è la strategia peggiore. Proviamo un altro approccio. Situazione tipica: rientro da scuola Lui/lei è silenzioso, visibilmente teso. Approccio classico (che non funziona quasi mai): Che hai? È successo qualcosa? Perché sei così? Me lo devi dire, altrimenti come faccio ad aiutarti? Effetto: si chiude ancora di più. Perché si sente “sotto esame”, non capito, messo all’angolo. Proviamo a cambiare copione. Approccio consapevole: Ti vedo un po’ pensieroso oggi. Non ti chiedo nulla adesso, ma se hai voglia di raccontarmi, io ci sono. Anche più tardi, anche domani. E poi… tacere davvero. Restare, non invadere. Far vedere con il corpo che siamo disponibili: cucinando, sistemando, guidando in macchina. Molti ragazzi parlano proprio quando sentono che non sono “puntati i riflettori” su di loro. Un’altra frase utile, quando il silenzio si protrae: Non voglio forzarti a parlare. A me importa come stai, non che tu mi racconti tutto. Se preferisci, possiamo solo stare un po’ insieme. Tradotto: ti rispetto, non ti controllo. E questa è già una comunicazione potentissima. La trappola del “perché…” Siamo cresciuti a “Perché piangi?”, “Perché sei arrabbiato?”, “Perché hai fatto così?”. Il punto è che il “perché” mette i bambini e gli adolescenti in una posizione difensiva. È una parola che suona come un interrogatorio, non come un abbraccio. Quando chiediamo “Perché ti comporti così?”, spesso stiamo dicendo: “Dimostrami che hai una ragione valida per sentire quello che senti”. Di fatto poniamo l’altro nella condizione di sentirsi ancora più “spaesato”: nella maggior parte dei casi non sa, consapevolmente, il motivo per cui lo sta facendo. Con la nostra domanda spingiamo l’altro ad irrigidirsi, chiudersi, sentire di non avere risposte e, capite bene, è ulteriormente sconfortante. Proviamo a sostituire il “perché” con domande più morbide e aperte. Invece di: Perché non parli mai a tavola? Possiamo dire: Mi piacerebbe capire cosa succede per te quando siamo tutti a tavola. Ti va di raccontarmelo, anche solo un pezzetto? Invece di: Perché hai risposto male alla prof? Possiamo provare: Raccontami cosa è successo prima che tu rispondessi così alla prof. Come ti sei sentito in quel momento? Oppure, con un adolescente molto chiuso: Secondo te, se potessimo rivedere quella scena dall’esterno, cosa vedremmo? Da dove comincerebbe il problema? Così spostiamo il focus dal giudizio alla curiosità. Non “accusa”, ma “indagine gentile”. Quando cercano contatto… e non ce ne accorgiamo I bambini e i ragazzi chiedono attenzioni in modi molto creativi: a volte gesticolano, a volte urlano, a volte fanno finta di niente, ma restano lì, orbitando intorno a noi come satelliti. Un bambino che ti porta mille volte il suo disegno, che ti interrompe spesso, che fa domande “banali”, in realtà sta chiedendo: Mi vedi? Sono importante per te? Un’adolescente che risponde in modo brusco, che provoca, che ironizza su tutto, spesso sta dicendo: Riesci a restarmi vicino anche quando non sono facile da amare? Qui possiamo usare una comunicazione che “verbalizza” ciò che sentiamo e ciò che vediamo. Esempio con un bambino: Vedo che oggi hai tanta voglia di stare con me. Adesso finisco questa cosa e poi sono tutta per te per dieci minuti. Li usiamo come vuoi tu. È concreto, è chiaro, è misurabile. E non colpevolizza. Esempio con un adolescente: Sento che sei arrabbiato anche con me, forse. Ti dico solo questo: anche se non sai come dirmi le cose, io non scappo. Quando e se ti va, parliamo. Non stiamo sminuendo l’emozione. La stiamo riconoscendo, tenendo il punto, restando presenti.Piccoli gesti, grandi messaggi
La comunicazione con i più piccoli (e con i grandi in trasformazione) passa da dettagli minuscoli che diventano enormi. Qualche esempio pratico: – Un bambino che non parla del litigio a scuola Invece di: Ma che sarà mai, capita! Domani è un altro giorno. Possiamo dire: Immagino non sia stato bello. Se vuoi, possiamo fare finta di essere al teatro e tu mi fai vedere come è andata, senza usare le parole. Diamo un canale alternativo: il gioco. – Un’adolescente chiusa in camera Invece di: Stai sempre chiusa lì dentro, non è normale. Possiamo dire: Vedo che per te la camera è un rifugio importante. Ti porto un tè / una tisana e rimango qui sulla porta due minuti. Non dico niente, giuro. Arriviamo, senza invadere. Facciamo sentire che c’è un filo, anche sottile. – Un bambino che fa mille domande di fila Invece di: Basta domande, mi stai facendo venire mal di testa. Possiamo dire: Amo la tua curiosità, è un superpotere. Adesso però rispondo solo ad altre due domande e poi mi fermo, perché ho bisogno di riposarmi un po’. Così non gli stiamo dicendo “sei troppo”, ma “io ho un limite”. Sono due messaggi molto diversi.In sintesi: comunicare per far fiorire
La comunicazione con bambini e adolescenti non è perfezione, è allenamento. Non servono frasi magiche, serve presenza. Tre idee da tenere in tasca:- Meno “perché”, più “come ti sei sentito?”, “cosa è successo prima?”
- Meno interrogatori, più racconti condivisi: “Ti va di farmi vedere /raccontare un pezzetto di come è andata?”
- Meno parole riempitive, più gesti chiari: “Sono qui”, “Ti vedo”, “Non ti forzo”, “Ti rispetto”.

