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Ognuno è pronto a criticare “il sistema”, i guasti, le ruberie. Ma ecco che, appena si spengono le luci, ricompare il sortilegio: l”epoca del “mi manda Picone” non è mai tramontata. Naturalmente, è colpa degli “altri”.

Caro Direttore,
in fin dei conti, è così comodo stare alla finestra! Le castagne dal fuoco le devono togliere sempre gli altri; le proteste le devono fare sempre gli altri; un voto per cambiare lo devono dare sempre gli altri; la fila è meglio la facciano gli altri; le costruzioni abusive le edificano gli altri e gli imbrogli sono comportamenti di altri. Ma gli altri chi sono? Sicuramente, sono quelli della porta accanto, quelli che si incontrano in piazza o in ascensore, quelli che viaggiano in treno o giocano a burraco, quelli che prendono la tintarella otto ore al giorno e quelli che, per altrettante ore, fanno palestra.

E siamo anche noi. Perchè noi siamo “gli altri” per gli altri di cui prima. Ed, allora, c”è come una continua delega a qualcuno che è responsabile di non voler cambiare, a qualcuno a cui manca il coraggio di dire “no basta!”, a qualcuno che, secondo gli altri (e, quindi, secondo anche noi), vive bene in questo marasma.

Viviamo in un paese a vocazione vandeana e cesarista. Lo spirito reazionario è sempre vivo in ciascuno di noi e tutti reclamiamo –ignorando il passato, la storia- un governo (che sia quello centrale o quello periferico, non fa differenza!) forte, mascherato da forme di pseudodemocrazia (magari condito anche da qualche salacità o da qualche barzelletta). Viviamo in un paese xenofobo e clericale. Gli stranieri (ma anche i meridionali; o, almeno, tutti quelli che abitano il sud di una qualsiasi terra) puzzano, sono ladri, violentatori e sfaccendati. Sud è diventato sinonimo di arretratezza, di inciviltà, di incultura, di selvatichezza, di rozzezza. Nemmeno il rifugio nella religione dà più un sollievo.

La Chiesa è sempre più un luogo di pene da espiare, mentre i suoi rappresentanti con sempre maggiore convinzione affermano il principio del “fai come dico io, ma non fare come faccio io”. Negli ultimi tempi anche i santi sembrano diventati più diffidenti e sofferenti: i loro simulacri sono di una tristezza unica, non sorridono più. Almeno gli antichi dei avevano vizi e passioni uguali a quelle dei terreni! Tradimenti, incesti, zoccolerie, pedofilia! Non è che gli ecclesiastici di oggi (non tutti, per fortuna) abbiano cambiato maestri e riferimenti? Non più Gesù, Giuseppe e Maria ma Giove, Apollo e Venere!

Viviamo, caro Direttore, in un paese a vocazione populista e mafiosa. Chiunque fa una cosa, un atto, prende una posizione o promette un sogno, lo fa per turlupinare le masse, carpirne il consenso. Sembra una continua festa di piazza: i riflettori accesi, gli altoparlanti a mille, la musica assordante e un popolo che, in delirio, applaude, senza gusto, senza entrare nello spettacolo ma proponendosi esso stesso come spettacolo! E, quando questa esposizione festaiola (o festivaliera) svanisce, per cose più serie, più strettamente personali, ecco che subentra l”atteggiamento delinquenziale, malavitoso.

A ognuno di noi spetta tutto quello che vogliamo, anche in spregio dei diritti degli altri. E questo modo di vivere è condito da azioni, che contemplano l”istituto della raccomandazione, dei pizzini, delle calunnie, delle minacce e via discorrendo. Un modo per affermare che l”epoca del “mi manda Picone” non è mai tramontata.

Però, ciascuno pensa che di questo malessere siano responsabili gli altri. “Un giorno o l”altro questa crisi si concluderà, come tutte le altre, lasciando dietro di sè innumerevoli vittime e qualche raro vincitore. Ma qualcuno di noi potrebbe uscirne in uno stato di gran lunga migliore di quello con cui ci siamo entrati. Questo a patto di comprenderne la logica e il percorso, di servirsi delle nuove conoscenze accumulate in vari settori, di contare soltanto su se stessi, di prendersi sul serio, di diventare attori del proprio destino e di adottare audaci strategie di sopravvivenza personale”, (Jacques Attali, “Sopravvivere alle crisi”, Fazi, 2010).

Qualche anno fa, quando si guardava, con curiosità e speranza, al terzo millennio, sembrava che ognuno ambisse arrivarci, per godere di tutte le conquiste di libertà e di democrazia ricevute in eredità dagli avi, più recenti e più antichi. A terzo millennio avviato, invece, le cose non sono andate proprio così! Le libertà si mettono in discussione ogni giorno, la democrazia è un luogo comune.

Caro Direttore, non so se per una strana o fortunata combinazione, porto (immeritatamente) il nome di un personaggio letterario, che vive nel romanzo “Fontamara” di Ignazio Silone. Quando muore Berardo Viola, è proprio l”umile contadino (scarpe grosse e cervello fino!) Raffaele Scarpone che si chiede “che fare?”, rispetto a tante angherie del sistema politico, rispetto alle innumerevoli cose che non vanno nella piccola comunità della piana del Fucino.
Caro Direttore, il tempo per non precipitare nell”abisso è meno di zero. In nome del federalismo stanno distruggendo la scuola, la sanità, il lavoro. In nome della ragion di Stato (ma anche di sedicenti partiti politici) stanno eliminando il dissenso, il confronto, il pensiero divergente, diverso, minoritario.

In nome di una visione personale del raggiungimento e del mantenimento del potere, stanno minando i principi della Costituzione, stanno contrabbandando diritti per sè e doveri per gli altri, stanno disegnando un Paese classista, governato da una oligarchia plutocratica (nei piccoli centri, nelle città, nel Paese Italia).
Il Mahatma Gandhi era solito ripetere: “Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo”. Ecco perchè, forse, è ancora necessario continuare a chiedersi “che fare?”, da soli, con gli altri, tutti insieme!

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