IL GIOCO AL MASSACRO PER LA CANDIDATURA A SINDACO DI NAPOLI

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Dei personaggi che si affollano a candidarsi alla guida della città, si conoscono solo le facce e l”appartenenza. Nessuno verifica quanto conoscano Napoli e quali idee hanno per farle risalire l”abisso in cui è sprofondata.
Di Amato Lamberti

Le candidature a sindaco di Napoli saranno sicuramente il tormentone di questa estate. La cosa è comprensibile ove si pensi che, da un lato, i giornali per colpa delle vacanze non hanno molti fatti su cui costruire informazione appetibile per i lettori, e, dall”altro, le vacanze di politici e amministratori lasciano disponibile solo il gossip delle dichiarazioni e delle ambizioni che cercano di sondare gli umori dell”opinione pubblica. I giornali ci aggiungono poi una attenzione esasperata per tutto ciò che è spettacolarizzabile, come il privato dei politici o i loro scontri di potere.

Basti pensare che lo scontro tra Berlusconi e Fini è stato capace di cancellare completamente ogni dibattito e ogni riflessione sull”approvazione di una finanziaria che condizionerà il Paese per i prossimi due anni. Comunque, visto che si andrà a votare nella prossima primavera per l”elezione del nuovo sindaco e per il rinnovo del consiglio comunale, si può anche dire che il dibattito sia partito in ritardo, soprattutto per quanto riguarda il “che fare?” per la città e i cittadini, da parte degli aspiranti alla poltrona di sindaco della città forse più travagliata d”Italia. Per ora si discute di nomi e di schieramenti per vincere un confronto che appare problematico anche alla luce delle recenti consultazioni elettorali che in Regione e nelle province hanno visto la vittoria del centrodestra.

Non a caso è nel centrosinistra che regna la maggiore agitazione. Il paradosso è che tutti, nel centrosinistra, sostengono la necessità si ricompattare un fronte il più ampio possibile, per superare l”attuale frammentazione e darsi qualche chance di vittoria, ma su ogni candidatura, anche solo ventilata, lo sport preferito è quello del tiro al piccione che si è esposto, evidentemente senza fare i conti con le tante aspettative che sono in campo e quelle che ancora non si rivelano. Un gioco al massacro già visto proprio nelle più recenti consultazioni elettorali e che ha prodotto solo cocenti sconfitte. A mio avviso, il metodo dovrebbe essere diverso: prima dei nomi dei possibili candidati a sindaco, bisognerebbe discutere dei problemi della città e delle azioni da mettere in campo per risolverli.

Il paradosso dei paradossi è che, nella mia abbastanza lunga carriera di amministratore, non ho mai incontrato un sindaco, ma anche un consigliere, che dimostrasse di conoscere realmente la realtà che amministrava, a cominciare dal numero delle famiglie in condizioni di bisogno, dalle ragioni di questa situazione, dalla loro collocazione sul territorio, dall”attenzione che i servizi sociali del Comune dedicavano ad ogni particolare situazione. Senza parlare del fatto che molti sindaci ignorano la stessa composizione sociale della popolazione dei loro cittadini, il numero di anziani non autosufficienti, quelli titolari di pensioni di invalidità e di accompagnamento, il numero di bambini che per carenza di strutture pubbliche sono costretti a usufruire di asili nido e scuole materne privati o ad essere affidati, per carenze economiche, a parenti e reti di vicinato, il numero di donne che lavorano e devono fare i salti mortali per accudire i figli ma anche gli altri familiari conviventi.

Mi si potrebbe rispondere che il sindaco ha un numero sufficiente di assessori che dovrebbero confrontarsi con i problemi della cittadinanza avvalendosi dell”esercito di dirigenti, funzionari e impiegati dell”enorme e pletorica macchina comunale. Ma questo significherebbe accettare il criterio vigente e prevalente nelle amministrazioni pubbliche del Mezzogiorno del navigare a vista, del tamponare le emergenze, senza uno straccio di prospettiva, di orizzonte, di progetto di cambiamento e di innovazione. Il modello di governo delle città, vigente in tutta Europa, non a caso prevede l”elaborazione di un “piano strategico” che a partire dall”analisi dettagliata e minuta delle condizioni in un determinato momento, definisca la strategia che si intende perseguire per rimuovere diseconomie e situazioni di crisi e orientare lo sviluppo della città in direzioni capaci di valorizzarne la storia, la cultura, i saperi, le ricchezze, le potenzialità.

Molte città italiane, come Torino, Firenze, Trento, Sassari, Cagliari, Spezia, Piacenza, Fabriano, Teramo, ed alcune comunità territoriali, come quella dei Nebrodi, di Valle del Belice, delle Terre Sicane, si sono dotate di questo strumento di orientamento e pianificazione dello sviluppo. Anche Napoli si è dotata di un piano strategico molto articolato fondato sull”idea di “Napoli “fuoco” del Mediterraneo, fonte di energie creative e di competenze e luogo centrale di flussi verso l”Oriente:motore di sviluppo per l”intera regione:capace di attivare e mettere a lavoro le straordinarie risorse materiali e immateriali di una terra” che ha solo bisogno di prendere coscienza delle sue potenzialità finora non pienamente valorizzate.

Un progetto ambizioso che è il risultato di un lavoro collettivo ampiamente partecipato e che meriterebbe di essere messo al centro di ogni discussione sul futuro della città soprattutto da chi si candida a guidare come sindaco un rinnovamento che appare a tutti necessario e non più rinviabile. Meraviglia che nel dibattito in corso non se ne faccia parola, neppure da parte di chi, come Oddati, da assessore è stato responsabile della sua realizzazione. L”impressione è che molti non ne conoscano neppure l”esistenza, mentre altri tendano a sottovalutarne l”importanza per la costruzione di un progetto condiviso di governo della città finalmente liberato dalla pressione costante delle continue emergenze.

Anche gli organi di informazione non aiutano lo sviluppo di un confronto serio, fondato sulle cose da fare per affrontare i tanti problemi della città. Problemi che bisognerebbe conoscere per poter dar vita a qualsiasi progetto di cambiamento. Ma dei candidati conosciamo solo i nomi e le facce, oltre alle appartenenze politiche: nessuno verifica quanto conoscano la città e quali idee hanno in testa per promuoverne la risalita da un fondo che sembra diventare ogni giorno più abissale.

IL DISASTRO DEL SUD É COLPA DEGLI UOMINI DEL SUD

Il libro “Terroni”, di Pino Aprile, accende il dibattito tra Sud e Nord d”Italia. Tra chi pensa che il Sud sia stato saccheggiato e chi addossa parte delle responsabilità dell”arretratezza agli stessi meridionali.
Di Carmine Cimmino

Era fatale che succedesse. È già partita la stagione delle “feste” per l”unità d”Italia, nascono comitati, si buttano giù bozze di programma, e l”editoria monta “spalliere” e “diane” di fuochi d”artificio. Se un libro non fa fracasso, non ne vendi nemmeno una copia. L”unità d”Italia è un argomento già rumoroso di per sè: se il capo dei “lombardi”, che tra l”altro è anche ministro in carica della Repubblica, minaccia di chiamare alle armi, a difesa del carroccio del federalismo, venti milioni di guerrieri, embè, non gli puoi rispondere col violino e col cembalo.

Alla sua bombarda rispondiamo, in tutta calma, con una bombarda e mezza. Voi nordisti non ci avete liberati, ma assoggettati; la vostra ferocia non è stata inferiore nè a quella delle “giacche azzurre” contro Sioux e Piedi Neri, nè a quella dei nazisti a Marzabotto; voi ci avete condannati, per sempre, alla povertà e alla umiliazione, ci avete ridotti per l”eternità alla condizione di meridionali, di “terroni”. Amen.

Non mi piace “Terroni”, il libro di Pino Aprile. Prima di tutto perchè la storia di quello che avvenne, a Napoli, a Torino, a Palermo, a Reggio, tra il 1830 e il 1865, è tutta un”altra storia: e l”hanno già raccontata Alfonso Scirocco, Giuseppe Galasso, Domenico Demarco: che hanno amato e amano Napoli e il Sud, e che, per amore di Napoli, del Sud e della verità, hanno letto gli atti, migliaia di atti, tanti atti, tante carte, da poter ricostruire le vicende di quel periodo giorno per giorno. Non mi piace il libro perchè, al di là delle intenzioni dell”autore, fa oggettivamente il gioco di Bossi e dei suoi: mette la partita in rissa: e le risse, si sa, alzano polvere, e polveroni. Non mi piace perchè offre il solito alibi alla responsabile prima del disastro: la classe dirigente del Sud.

Tra il 1860 e il 1863 Spaventa, Scialoja, Pisanelli, Massari, Nisco, Settembrini, Villari non seppero orientare – e Scirocco e Giuliano Procacci hanno limpidamente dimostrato che avrebbero potuto, se avessero saputo farlo, e voluto farlo – non seppero orientare, nè a Torino, nè a Napoli, la politica dell”unificazione e si dimostrarono tragicamente miopi intorno a tre problemi strutturali: l”organizzazione della burocrazia; la questione del demanio; la politica fiscale.

E vale la pena di ricordare, poi, che dal 1948 al 1994 – gli anni cruciali della ricostruzione postbellica, della prima e della seconda fase del “miracolo” dell”economia italiana, della Cassa del Mezzogiorno, dell”Italsider di Bagnoli e di Taranto, della Fiat di Pomigliano, della pianificazione industriale dopo il terremoto dell””80: un cinquantennio pieno come un uovo di investimenti e di debito pubblico – cocchieri romani, napoletani, avellinesi, lucani, calabresi e siciliani tennero tra le mani, saldamente e ininterrottamente, le redini più importanti della diligenza.

E mi riferisco non solo ai politici, ma anche ai più alti dirigenti dei ministeri. Del resto, quale sia la pasta di cui è fatta buona parte della società civile napoletana e campana e meridionale, lo vediamo, e lo “sentiamo”, ogni giorno. Non escludo che ci sia stato un disegno per mantenerci per sempre “meridionali”: ma gli autori del disegno, gli artisti, bisogna cercarli tra noi.
Infine, non mi piace il libro di Pino Aprile perchè parte dal presupposto che parlar male dei Borbone voglia dire essere sfegatatamente filopiemontese: è un procedimento dialettico, diciamo così, sportivo, che non si adatta a una questione tanto complessa. Quando apparve inevitabile la guerra tra Cesare e Pompeo Cicerone capì che non poteva restare neutrale. Ma con chi schierarsi ? Esitò a lungo. “So da chi devo tenermi lontano – confessò-, ma non so con chi andare”.

I Piemontesi vennero travolti dagli eventi del “60 e del “61: a Milano, a Firenze e a Bologna trovarono un valido aiuto nella classe dirigente locale; a Napoli, a Reggio, a Cosenza, a Palermo, non ci capirono niente. La caduta dei Borbone innescò faide e vendette all”interno della borghesia meridionale, le cui famiglie si accusavano l”un l”altra d”essere state “fedelissime” alla dinastia sconfitta, e cercavano di coinvolgere nella trama delle vendette, dell”odio e del risentimento i soldati piemontesi. Episodi assai gravi di questo regolamento di conti tra famiglie di “galantuomini” avvennero anche nei comuni vesuviani, e ne segnarono, per decenni, la storia sociale.

Il generale Giuseppe Govone, astigiano, uomo d”arme di altissima dignità, scrisse nelle sue memorie che era stato difficile tenersi fuori da questo miserabile teatro di faide e rappresaglie, in cui però molti ufficiali piemontesi disonorarono la divisa e la bandiera: ma la loro incompetenza, la loro crudeltà, il saccheggio, la rapina, i massacri di cui furono responsabili non possono essere la causa della gigantesca catastrofe morale, culturale, economica, che incominciò a scuotere la società meridionale molto prima dell”arrivo di Garibaldi e infine l”ha ridotta alla forma di oggi: un ammasso di corruzione, inettitudine, arroganza smisurata di alcuni e povertà umiliante di troppi e amara disperazione.

Conviene partire dall”inizio, e far parlare i numeri, perchè dicano esattamente, sulla base dei bilanci dei governi di Ferdinando II e di Francesco II, e delle relazioni non di piemontesi, nè di stranieri, ma di funzionari al servizio dei Borbone, quale era nel regno di Napoli, prima che arrivasse Garibaldi, lo stato dell”economia, delle finanze, delle strade, e quale il rapporto tra i ricchi e i poveri, e quale il livello della miseria, e quale la misura dell”ignoranza. Don Giacinto De Sivo, borbonico puro e simpatico, scrisse, a caldo, che solo la congiura di una “setta mondiale” aveva potuto abbattere la dinastia del “reame il meglio felice del mondo”.

È probabile che il suo concetto di felicità fosse compatibile col fatto che nel 1835 in Terra d”Otranto c”era un mendicante ogni 13 abitanti, e 1 su 29 in Basilicata, e 1 su 19 nella Calabria ulteriore. A Napoli ce n”erano 6 o 7000, 1 ogni 50 o 60 abitanti “secondo una prudenziale stima”: e queste stime sono del Cagnazzi, che era stato murattiano, ma dopo Murat prese lo stipendio dai Borbone come docente di economia e di statistica all”Università di Napoli.

La discussione non è accademica: aiuterà a capire qual è lo spazio e qual è il tempo in cui la nostra vita è oggi immersa. Centocinquanta anni, nella prospettiva della storia, sono un soffio: le voci dei nostri nonni e dei loro genitori ci giungono ancora chiare e vive. La loro memoria non merita di essere stravolta. Sarebbe interessante organizzare un convegno sul tema, e sentire le ragioni di tutti. Sarebbe utile invitare Pino Aprile.
(Fonte foto: agneseginocchio.it)

IAD, INTERNET ADDICTION DISORDER (DIPENDENZA DALLA RETE)

La dipendenza da Internet sta diventando un”emergenza anche in Italia. Il progetto del Distretto 24 dell”ASL Na1 con il Liceo Mercalli.
Di Annamaria Franzoni

Liberi da compiti domiciliari, allenamenti in palestra, lezioni private di vario genere, impegni parrocchiali e quant”altro, gli adolescenti in estate hanno un motivo in più per restare imbrigliati dalla “dipendenza da mouse”.
La dipendenza da Internet, che è divenuta una vera e propria emergenza sanitaria in Cina, in Giappone e in altri paesi del mondo sta allarmando anche il nostro Paese. Gli esperti italiani sono, infatti, al lavoro per mettere a punto protocolli speciali che definiscano il percorso di cura di queste nuove patologie del ventunesimo secolo.

Il progetto IAD, Internet Addiction disorder (dipendenza dalla rete), organizzato dall”Uosm del distretto 24 della ASL Na1, diretto da Claudio Petrella e gestito in collaborazione con il Consiglio di Classe del biennio G del Liceo Mercalli, a cui si faceva riferimento in uno degli ultimi articoli, ha costituito un evento singolare di formazione/informazione per studenti, genitori, docenti e rappresentanti delle principali agenzie formative presenti sul territorio.
Dopo un”interessante lectio sull”argomento svolta in modo dinamico e coinvolgente dal dott. Bruno Sanseverino e dalla dott.ssa Donatella Bottiglieri che hanno sinteticamente presentato al pubblico dati interessanti , tra cui il fenomeno degli Hikikomori, i ragazzi della I e II G hanno presentato i loro video, realizzati autonomamente sulla base degli spunti e delle riflessioni nate durante la frequenza al corso.

I prodotti elaborati da entrambi i gruppi hanno affascinato il pubblico, che è rimasto colpito sia dalla bravura tecnica espressa, sia dalla capacità di lavorare in gruppo e esprimere un”azione partecipata e sinergica attraverso trame semplici, ma profonde.
In conclusione dei lavori un interessante dibattito ha evidenziato quanto la problematica trattata sia attuale e stia a cuore a tutti gli operatori delle agenzie formative che nella scuola trovano il nucleo centrale di riferimento.

Sono stati presentati i dati raccolti sui ragazzi del liceo Mercalli, che navigano mediamente 15/23 ore a settimane, non certo per una sterile critica sull”uso di Internet o per allontanarli da esso, ma per far sì che utilizzino in modo corretto e consapevole uno strumento che mal dosato sta portando, nel mondo, a conseguenze devastanti.
Si è, quindi, partiti dalla metafora del grande poeta Rimbaud che presenta un battello privo di una guida e di una direttiva, per approdare ad una imbarcazione all”interno della quale i vogatori, i nostri giovani adolescenti, hanno mostrato di vogare all”unisono, guidati da timonieri che, senza imporsi in modo invasivo, sanno indicare la giusta rotta.

In questo consiste il patto formativo stipulato tra le varie agenzie formative, la famiglia, la scuola, il territorio che in un impegno corale sostenuto dall” entusiasmo e dalla professionalità contribuiscono alla formazione dell”adolescente di oggi, del cittadino di domani a scuola, in vacanza, in città, al mare o ai monti.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

IL CULTO VESUVIANO DELLA MADONNA DEL CARMINE

La Madonna è al centro della religiosità vesuviana. Questa centralità nasce dal passato remoto, e si è consolidata durante le eruzioni del Vesuvio e nelle vicende dell”aspra battaglia che la Chiesa ha combattuto, nelle nostre terre…

Durante e dopo il Concilio Vaticano II, alcuni teologi osservarono che la religione cristiana ora si configura come religione del Padre, quando cioè sottolinea la centralità del rigore morale e sollecita il cristiano alla battaglia quotidiana contro il peccato; ora, invece, manifestandosi come religione della Madre, offre la rassicurante protezione della Vergine a chi è angosciato dalla pena di vivere, e dalla paura della morte e dal terrore dell”aldilà. La storia della religiosità delle terre vesuviane parte dagli antichi culti delle Madri, e si sviluppa attraverso i misteri della Venere pompeiana, di Demetra, di Iside, di Mitra, di Dioniso.

Mitra e Dioniso sono divinità maschili, ma alcuni elementi, il sangue rituale, il travestimento, il battesimo, il menadismo, rimandano ai riti femminili della fecondità. Il sangue, e le preghiere e i pianti delle “parenti” dimostrano con chiarezza quanto forte sia, perfino nel culto di San Gennaro, la presenza di ancestrali memorie, filtrate, purgate, omologate, della devozione alla Madre. La Madonna, con i suoi titoli e con i suoi carismi, è al centro della religiosità vesuviana: la Madonna del Carmine, la Madonna dell”Arco, la “Mamma Schiavona”, la Madonna della Neve, l”Immacolata. Questa centralità nasce dal passato remoto, e si è consolidata, e potenziata, durante le eruzioni del Vesuvio e nelle vicende dell”aspra battaglia che la Chiesa ha combattuto, nelle nostre terre, contro la cultura della magia, delle fatture e degli incantesimi.

I luoghi di questa cultura furono l”Atrio del Cavallo (lo è ancora?), e i dintorni delle paludi di Volla, della Longola, tra Poggiomarino e Sarno, di Cimitile e di Scafati. In questo territorio del sortilegio i santuari mariani di Madonna dell” Arco e di Pompei occupano, non a caso, posizioni strategiche.

Il culto della Madonna del Carmelo arrivò in Europa dall”Oriente. I Carmelitani giunsero a Napoli a metà del sec.XII e acquistarono, sulla Marina, un ospizio per pescatori e una chiesetta, che intitolarono a Santa Maria la Bruna del Monte Carmelo. Il 16 luglio 1251 la Vergine si manifestò a Simone Stock, generale dell”Ordine, e gli consegnò lo scapolare, segno del patto che Lei stringeva con i suoi fedeli, e della promessa che chiunque indossasse “l”abitino” fino al giorno del trapasso, si sarebbe salvato dai pericoli della vita, e dopo la morte, dal fuoco dell”Inferno.

Da quell”apparizione il 16 luglio divenne il giorno sacro alla Madonna del Carmelo. E tutti i vesuviani gridarono al miracolo osservando che “la conflagrazione vesuviana” del Vesuvio del 1660 cessò proprio il 16 luglio: “se ne deve far festa eternamente in detta giornata”, scrisse nel registro degli atti il notaio segretario del Comune di Ottajano, “per la grazia ricevuta dal nostro Signore per mezzo della Sua Madre Santissima del Carmine”. Scrive un cronista, testimone dell”eruzione, che dal vulcano non venne fuori la lava, ma solo cenere: una cenere bianchissima, “come fosse fioritura di sal comune, che quasi sempre più o meno copiosamente si trova in essa, e ai raggi del sole fiorisce alla sua superficie”; ma Palmieri pensò che vi fosse la leucite, che egli aveva trovato, con l”aiuto del microscopio, nella cenere bianca dell”eruzione del 1872.

Nel 1322 Giovanni XXII aveva definito, con una bolla, il privilegio “sabatino”: i fedeli di Maria del Carmelo sarebbero usciti dalle fiamme del Purgatorio, per entrare in Paradiso, il sabato successivo al giorno della loro morte. Invocata a protezione delle anime “purganti” e di tutti coloro che in vita “tengono la morte “ncoppa “a noce d””o cuollo”, la Madonna Bruna ispirò una devozione che andava oltre i confini della fede, e toccava il cuore anche di chi non credeva. La venerarono tutti coloro che esponevano la vita ai rischi estremi dei viaggi per mare, della guerra, dei lavori pericolosi. A Lei si affidarono i carcerati: già nel “600 tutti i detenuti della Vicaria, la terribile prigione dei Tribunali di Napoli, dovevano fare l”offerta, ” “a camorra, per l”olio della Madonna”, per l”olio che alimentava la lampada perennemente accesa davanti all”immagine di Maria del Carmelo. I camorristi la elessero a loro Patrona: lo raccontano gli storici, e lo confermano i documenti d”archivio.

Norman Lewis, che fu capo dei servizi segreti dell”esercito britannico durante la II guerra mondiale (e che ha scritto un meraviglioso libro su Napoli, “Napoli “44”), osservò che in una città stremata dalla fame e dalla miseria, in cui si rubava di tutto, le navi dal porto e i mozziconi di candela dagli altari, nessuna mano sacrilega osò toccare i beni della Chiesa del Carmine a piazza Mercato. Ciccio Cappuccio, detto “o signorino, fu, dopo Salvatore De Crescenzo, l”ultimo carismatico capo della camorra napoletana dell”Ottocento. Anche il padre era camorrista. Quando fu ospite del carcere di San Francesco, dispose che nella sua camerata ogni sera si recitasse il rosario, e che il mercoledì, giorno sacro alla Madonna del Carmine, non si mangiasse carne.

Il brigante Antonio Cozzolino Pilone indossava “l”abitino”, e “abitini” regalava ai suoi seguaci e alle sue ammiratrici, vantandosi di averli ricevuti direttamente dalle mani di Pio IX, il papa che il 26 marzo 1860 “sotto l”anello del Pescatore” “scomunicò e anatematizzò” i Savoia e tutti coloro che partecipavano alla costruzione del Regno d”Italia.

Nel 1694 la processione ottajanese della Madonna del Carmine consolidò il suo carattere penitenziale, che resiste ancora oggi: e resiste bene, nonostante gli attacchi, forse volontari, forse involontari, di chi ignora le tradizioni e non ha rispetto per i valori dell”identità civica. Nell”aprile di quell”anno la Madonna, implorata dagli Ottajanesi, aveva di nuovo ammansito il Vesuvio eruttante. Fu un”eruzione particolare, quella del 1694: il fascino dei torrenti di fuoco che scendevano tra Pollena e San Sebastiano attirò per la prima volta una massa di turisti .

Erano tanti i “curiosi” che arrivavano da ogni angolo della regione, che dei cervelli fini di Barra e di Sant”Anastasia “piantarono frasca” sui pagliai e sulle capanne prossimi allo spettacolo della lava: insomma li trasformarono in improvvisate osterie, in cui i “curiosi” potevano comprare vino, pane, cibi cotti, dolci, sorbetti, e anche la compagnia e i favori di certe signore che un cronista, testimone dei fatti, chiamò elegantemente “donne di mondo”.

L” “impresa” venne quasi subito interrotta, bruscamente, dalla furia non del vulcano, ma dei Padri Alcantarini che accorsero da Portici a scagliare l”anatema contro i traffici della lussuria. La storia delle eruzioni sorprende per la sua varietà, come il carattere dei vesuviani.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LE CASE CROLLANO PER INCURIA NON CERTO PER FATALITÁ

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Il crollo di Afragola non è un caso. Si sa che nel sottosuolo di Napoli e provincia vi sono numerose cavità, ma manca una ricognizione completa in grado di prevenire i rischi. Non c”è controllo del territorio e sono troppi gli abusi edilizi.

Il crollo improvviso di una palazzina fatiscente, in una notte di tregenda con pioggia battente, vento a raffiche, tuoni e fulmini, ad Afragola, ha causato tre vittime e un salvataggio che ha del miracoloso, ove si pensi che la bambina estratta viva e in discrete condizioni è restata sepolta per quindici lunghissime ore sotto le macerie della casa crollata. Un crollo annunciato hanno titolato i giornali, riprendendo l’opinione dei cittadini, viste le condizioni di fatiscenza della palazzina in un contesto urbano putrescente per l’incuria degli uomini più che per la vetustà degli edifici.

A confermare le opinioni della gente è venuta la scoperta che la casa poggiava su una cavità sotterranea tanto grande da inghiottirla completamente per tutta la sua altezza. Certamente la pioggia battente per ore, la potenza dilavante delle acque, la carenza del sistema di raccolta delle acque reflue, hanno avuto una parte rilevante nel disastro, ma è sulla cavità sotterranea che si addensano le maggiori responsabilità.

Una cavità sotterranea come tante che si nascondono sotto le case dei paesi e delle città della provincia di Napoli per via di un sistema di costruzione che prevedeva, fino agli inizi del Novecento, l’estrazione dei blocchi di tufo al di sotto del piano di costruzione dell’edificio, in modo da realizzare vaste e profonde cantine per la conservazione del vino, la vera ricchezza del nostro territorio, ma anche di olio, salumi, lardo, patate, oltre che del carbone per il riscaldamento invernale. Le cantine erano il valore aggiunto delle abitazioni e si articolavano a più livelli di profondità proprio per consentire molteplici utilizzazioni.

Il problema è che nel tempo si è continuato a costruire attorno e dentro i palazzi originari: sopraelevazioni, aggiunte abusive, superfetazioni per creare nuovi vani, soppalcature interne per sfruttare l’altezza delle stanze d’altri tempi, hanno modificato i palazzi e probabilmente la stessa loro staticità. Nello stesso tempo si sono ignorate le cavità sottostanti e anche il reticolo di scavi che finiva per collegare cavità tra loro distanti e aprirne di nuove magari con il solo scopo di attrezzare depositi. Il risultato è che interi paesi poggiano sul vuoto di cavità sotterranee di molte delle quali si è persa anche memoria.

Per questo, e dopo alcuni crolli che avevano riproposto il problema della conoscenza del sottosuolo di Napoli, come Amministrazione provinciale si avviò nel 2000 la realizzazione della mappa completa del sottosuolo della provincia di Napoli. Il risultato più significativo fu che tutti i centri storici delle città e dei paesi della provincia presentavano le stesse caratteristiche del centro storico di Napoli: numerose cavità, alcune di enormi dimensioni, molte collegate tra di loro con cavità di più ridotte dimensioni e lunghi camminamenti. Anche le zone periferiche di alcune città presentavano numerose cavità, alcune di grande estensione e profondità, che erano servite per estrarre materiale tufaceo da costruzione utilizzato anche a notevole distanza dalla cava.

Sulle cave si era poi negli anni successivi provveduto a costruire anche importanti lottizzazioni senza le pur necessarie opere di messa in sicurezza degli edifici. L’intenzione era quella di mettere a disposizione dei sindaci una mappa aggiornata delle cavità sotterranee della propria città per avviare un lavoro di ricognizione sulla sicurezza degli edifici. Non mi risulta che questo lavoro di ricognizione dello stato del sottosuolo sia stato adeguatamente utilizzato per promuovere verifiche di staticità e interventi di consolidamento. Anche la cavità che ad Afragola ha causato il recente crollo era regolarmente censita, così come la presenza di una condotta fognaria da tenere sotto controllo per evitare possibili e pericolose infiltrazioni. Si può quindi veramente parlare di un crollo annunciato, certamente favorito dalla fatiscenza dell’intera abitazione.

Come per tutti gli altri crolli che, soprattutto nelle stagioni piovose, si sono susseguiti negli ultimi anni, nella città di Napoli e nelle città della provincia, con una cadenza che avrebbe dovuto far riflettere gli amministratori sulla necessità di interventi preventivi sulle abitazioni che presentavano nel sottosuolo la presenza di cavità antiche e più recenti magari dovute alla fatiscenza di condotte idriche e fognarie, oltre che dei canali di scolo delle acque piovane. Questa attenzione non c’è stata e ci si ritrova così, ad ogni disastro, ad invocare una fatalità che invece poteva essere largamente prevista e prevenuta.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA ‘CITTÁ POLITICA’ VA SALVATA DA COLLUSIONI E OSCENITÁ

“Troppa corruzione politica e mancanza di una classe dirigente degna”. Questa la foto della società in cui viviamo. Siamo preda di uno scempio etico senza pari, per uscire dal quale bisogna osare e non temere le critiche. Di Michele Montella

Avevo deciso di rompere il mio prolungato e utile silenzio, trattando il tema della laicità, ma le notizie sul fronte sociale mi hanno persuaso a ritornare sulla questione della città politica, perchè abbiamo tutti il dovere di non lasciar perdere le occasioni di riflettere sulle conseguenze delle scelte di chi ci governa.
A che cosa mi riferisco?

Negli ultimi mesi abbiamo assistito al tentativo di “normalizzare” la libertà di espressione e di pensiero, attraverso la minaccia di un massiccio uso del decreto parlamentare (intercettazioni); abbiamo constato, con amaro stupore, l’addensarsi di scandali finanziari, con un osceno corredo di richieste di prestazioni sessuali a signore e signorine compiacenti; ci è stato dimostrato quanto sia ramificata la criminalità organizzata e quanto siano vere le collusioni con il mondo politico (basti pensare alle ultime esternazioni del Presidente Napolitano); in ultimo abbiamo dovuto accettare, come lezioni di democrazia, l’insulso dominio della legge del singolo, l’idea che il “ci penso io”, “ghe pensi mì”, sia la strada più sicura per la risoluzione dei problemi di tutti, quasi una compulsione ad eliminare, con la propria individuale volontà, l’unica regola veramente democratica: la condivisione dei problemi e la cooperazione nel processo di soluzione.

È difficile separare i protagonisti dello scempio etico, che ci circonda, in buoni e cattivi; così come è quasi impossibile raccapezzarsi sull’individuazione delle responsabilità. Il livello di insania sociale in cui stiamo affogando non ci consente di tirarci fuori dalle accuse di partecipazione alla degenerazione delle relazioni umane che ci circonda: nè la classe politica, nè ciascuno di noi, cittadino di una città maleodorante, che vanamente cerca di abbellirsi e rendersi meno puzzolente con le retoriche patriottiche.

Se addirittura i vescovi CEI hanno rotto gli indugi, denunciando la corruzione politica e affermando, senza mezzi termini, che non abbiamo più una classe politica degna di affrontare i nostri tempi, vuol dire proprio che siamo ad un incrocio drammatico della storia italiana, che va analizzato con spirito libero e laico, ma anche senza pregiudizi di sorta, senza cioè aver paura di essere additati come “catastrofisti” o “pessimisti disfattisti”.
Il guaio contro cui punto il dito è proprio l’aria da cameratismo di accatto che Berlusconi e i suoi accoliti tentano di farci respirare.

“Non preoccupatevi, va tutto bene; non prestate ascolto ai profeti di sventura, perchè tanto ogni cosa si risolverà senza che nemmeno ve ne accorgiate”. Il fatto è che una città di beoti televisivi continua a crederci, a sentirsi carezzata dai pifferai del “non pensiamoci, non rattristiamoci”. Mai come in questi anni la televisione è venuta meno al suo principale compito di spiegare con i suoi alfabeti le strade che stiamo percorrendo, triturando tutto ciò che è veramente umano nell’inceneritore del pattume osceno e dell’imbecillità fatta sistema.

La rabbia e l’aggressività rivolta a chi pensa e a chi aiuta a pensare: giornali, intellettuali, a volte poeti, osservatori esteri, associazioni, giovani universitari, scrittori che rischiano la vita per ciò che scrivono, alcuni emittenti televisive ancora libere, ci dovrebbero far destare dal dolce sonno in cui tanti sono immersi e mettere un seme di sana critica nelle nostre coscienze.
Eugenio Scalfari su La Repubblica del 1° Agosto scorso ha scritto parole di fuoco su questo punto, mettendo in guardia chi si costringe a non pensare.

Abbiamo tante volte discusso assieme su questi argomenti attraverso le pagine online de Il Mediano, proponendo anche alcuni modi per poter uscire da una crisi di estremo disorientamento morale. Dobbiamo continuare a farlo cercando senza sosta i rimedi più opportuni.
Partiamo sempre dal medesimo bisogno: la costruzione di una città invisibile e bellissima nella quale ci si possa ritrovare intorno ad un pensiero condiviso; non ad un fare magniloquente e superficiale, ma ad un pensare che dia fondamento ad un fare conformato a regole valide per tutti e attente ai bisogni dei più indifesi.

Ci dobbiamo tornare tutti su questi punti con la lentezza di chi sa attendere e con il coraggio di chi non teme le critiche. Anche utilizzando le pagine che state leggendo in questo momento. Noi non dobbiamo aver paura di ripeterci, perchè se seguissimo le sirene del perenne nuovismo, rischieremmo di non svolgere un servizio intellettuale di cui c’è estremamente bisogno, anche se ne abbiamo smarrito le ragioni.

LE CITTA’ INVISIBILI

Uno sguardo nell’infinito

Chi vi scrive non ama le feste paesane. Detta così, è sicuramente poco gentile. Ma, vista una festa, è come averle viste tutte. Canzoni, bancarelle, soprattutto di cibarie suine (salsicce, porchetta ecc); a chiusura, fuochi d’artificio: e la festa è finita! Delle sagre, poi, non ne parlerò neppure: in ogni paese se ne fanno almeno tre! Quando, invece, nel 1986, ho visto per la prima volta la festa delle lucerne, ne sono rimasto letteralmente incantato. Ero, sì,  stato “preparato” all’evento, visto che il mio trasferimento a Somma, da Napoli, risaliva al settembre del 1982, un mese dopo la festa. Questo mi aveva dato modo di sentirne parlare per i quattro anni successivi: ma nessuna descrizione, per quanto “accorata ed accurata”, mi aveva minimamente dato un’idea di cosa potesse essere questo strano, stupendo ed unico nel suo genere avvenimento. Quando ho chiesto l’origine storica della festa, ho ricevuto solo notizie vaghe; mi sono state date mille risposte: nessuna di loro certa, poche, quelle in qualche maniera convincenti. Ho cercato, allora, di dare una mia spiegazione e, con l’aiuto insostituibile della mia voglia di sapere e della mia caparbietà,  ho iniziato una precisa e circostanziata ricerca, fino ad elaborare una mia personale teoria. Somma vesuviana è il paese delle feste. Qui si “sparano” fuochi d’artificio per occasioni che vanno da un matrimonio alla nascita di un figlio, dai suoi 18 anni, alla laurea, dall’elezione di Miss “qualcosa” a quella di Sindaco, Parlamentare, Amministratore di condominio, o Dio sa cos’altro. Oggi, l’usanza dei fuochi pirotecnici è divenuta abbastanza comune anche in altri paesi (Napoli compresa), ma, pensate, i sommesi lo hanno fatto sempre. Il “popolo della montagna” ama l’allegria, il canto, il ballo, le “mangiate” a “Castello”, dove ognuno ha una casa, un rifugio, un amico, la montagna stessa…. In  tempi remoti la Libera Università (Municipio) di Somma Vesuviana, si è auto-tassata (partecipò tutto il popolo) per liberarsi dal vassallaggio di Napoli. Gente fiera, ma mai superba, o “guascona” come certi nostri “vicini” di casa, è maniacale nella conservazione di antiche tradizioni, che deve al proprio al senso di appartenenza ed alla comunicatività che la caratterizza. Una volta ho detto che Somma Vesuviana, uscita indenne da occupazioni, guerre, soprusi, eruzioni del Vesuvio e mille altre cose, sarebbe stata distrutta, se solo attaccata da un’epidemia di afonia: togliete la voce ai sommesi e questi moriranno di dolore. La nostra città, inoltre, è quella che si è sempre aperta a quanto di buono c’era da accettare[1]. Il dialetto sommese (De Simone ci insegna) è il napoletano del ‘700. Così come le nostre ballate, i suoni, le canzoni, in parte nate qui, in parte qui perfezionate. Ricordo che quando sono venuto a Somma (da Napoli), c’era una ragazzina (oggi donna) che, ad ogni bravo cantante, attore, musicista che vedeva in televisione, mi confidava (credendoci): “è di Somma!” (Totò e Mario Merola compresi). Tutto quanto abbiamo riferito, va collegato alla mia teoria (che qualcuno potrà trovare pura fanta-antropologia). La prima affermazione che mi sento in grado di fare, smentendo autorevoli voci, è quella che riguarda l’età della festa: la festa delle lucerne, al di là di dotte dietrologie, è abbastanza recente. L’uso di questi lumicini ad olio, identici a quelli utilizzati nel culto delle divinità familiari (i lari) e dei defunti, nell’antica Roma (e dintorni), non deve trarre in inganno. Gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, avevano riportato alla luce migliaia, di queste piccole lampade e, comunque, il loro uso non era affatto infrequente. A proposito delle risposte alle mie domande, voglio riferirne una in particolare; esattamente è quella di due anziani casamalesi (oggi scomparsi), che narravano di un mago venuto da lontano, il quale avrebbe istituito la festa. Mio nonno, professore universitario (siciliano e residente a Napoli centro), amava aggirarsi nelle campagne sommesi, che trovava: “ricche di erbe e di magie”.[2] Evidentemente,  la sua sensazione (condivisa, in tempi e modi diversi, da altri eminenti personaggi) doveva essere giusta. Il Vulcano è il Vesuvio, il Monte Somma non possiede il suo fuoco, la sua lava, forse neppure i suoi terremoti (di intensità minore, rispetto ai paesi vesuviano-marini): non ha, insomma, la “fisicità” del Vesuvio, ne è “libera”, pur essendo intimamente collegata a lui, di cui ne è una costola (il monte Somma si è staccato “solo” 18000 anni fa dal Vesuvio, dunque in tempi geologicamente recenti). Ma non ne è il “fantasma”, come verrebbe da pensare… no, Somma è l’essenza stessa del Vesuvio, la sua coscienza, svincolata dal corpo; come anima pura, il monte Somma rappresenta l’Essere vero, privo di legami “materiali”. Ecco il perché della magia di Somma Vesuviana, del suo vino, delle sue albicocche, dei suoi pomodorini e di tutto quello che, col “tocco di Mida”, trasforma in “oro”. Somma, con il “mago venuto da lontano”, scopre un nuovo modo di comunicare con l’Assoluto: dice alla Terra, al Creato, all’universo intero, di quanto sia grata dei doni ricevuti. Ed impara l’attesa (con la ciclicità quadriennale), che fa coincidere la festa con il massimo dell’“errore” del calendario (che è all’anno pari non bisestile). Impara la pazienza dell’attesa. Offre in sacrificio quanto ha più caro, e cioè l’esprimersi: con il corpo (la danza), con la voce (il canto), con la stessa anima (la musica), tutte cose a cui rinuncia durante la festa. In una sorta di rito purificatorio, il mondo resta in silenzio per tre giorni. “Congela” la realtà, affermandone, in questa maniera, la assoluta dinamicità, attraverso la narrazione dell’Infinito, rappresentato dalle stelle (le lucerne, tremule, ma “fisse”), e dagli specchi, che hanno la duplice funzione di “riprodurre” il cosmo e l’uomo, che ne è parte e che si riflette in esso. E, a testimonianza della immagine e somiglianza   dell’uomo con Dio, nella festa sono presenti dei manichini, che hanno ancora la funzione di stabilire l’immobilità del momento e, nel contempo, il limite dell’uomo, che non riesce a dare vita autonoma ai fantocci. Dopo la festa, la “liberazione”: gli uomini prendono il posto dei manichini e finalmente, arriva il cibo, il vino, l’allegria. Durante i tre giorni della festa, infatti, è stato consumato il cibo delle “vigilie”,  senza carne, e, per una volta, solo per la Festa del Silenzio, senza neppure il pesce: solo farina, verdure ed ortaggi[3]: non si uccidono esseri viventi per celebrare la Creazione! Detta così, forse anche la mia teoria risulta “artefatta”. Forse vi sono spiegazioni ancora più semplici: di più complicate, a mio avviso, decisamente non ne ravvedo. La relativa giovinezza della festa, infine, sta proprio nei suoi elementi caratteristici: gli specchi, ad esempio, il cui uso, nell’antichità, era economicamente impensabile (erano lastre di metalli più o meno nobili, lucidissime). Olio per tante lucerne, neppure a parlarne, nell’antichità. La geometria, infine, permeò tutto il pensiero filosofico del seicento e del settecento, secoli nei quali la scienza tendeva ad essere, nella pratica, tutt’uno con la filosofia (Cartesio, Leibniz, Kant, lo stesso Newton). Nel settecento, per ultimo, la figura dell’alchemico è legata a quella del mago: da Nostradamus, poco prima, a Cagliostro, poco dopo. Al centro, cronologicamente parlando, troviamo un personaggio illustre ed oscuro, che rivestirebbe perfettamente il ruolo del mago venuto da lontano (Napoli lo era, in quel tempo): Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, grande scienziato, matematico ed alchimista, in “odore” di magia; costui, secondo quanto riferito dalle cronache dell’epoca, amava frequentare le campagne vesuviane, e non è detto che…

La Festa delle Lucerne tra storia, magia e simbolismi

Che succede al Casamale nelle notti del primo quarto di luna di Agosto? Viaggio nel mondo di una festa ricca di storia, di simbolismi e di magia. Una festa particolare quella delle “Lucerne”,  la cui ricorrenza cade ogni quattro anni, il cinque di agosto, giorno dedicato dalla Chiesa alla Madonna della Neve. Una festa particolare perché ricca di fascino, intrisa di simbolismi e con identità popolare. Già, infatti, il ricorso ad un termine demodé, per denominare una minuscola sorgente di luce, impone un immediato salto nel passato. La lucerna era (ma lo è ancora?) una lampada di uso domestico, che assolveva, però, anche ad una funzione liturgica e votiva. Nelle catacombe era usata dai primi cristiani, per l’illuminazione dei luoghi di culto e per un tributo d’onore alla suprema divinità. Nel linguaggio ascetico il termine lucerna era ed è sinonimo di luce suprema di purezza e verità; nel linguaggio figurato, invece, resta sinonimo di guida morale. Nella cultura popolare lucerna sta per organo sessuale maschile (Simili gentarelle non son svogliati…né pigliano mai la lucerna in mano acciò che il suo lume gli faccia vedere quanti borselli ha la tua fica, stropicciandole gli orli [Aretino, 20-259]) e femminile (‘a lucerna ‘e donna ‘e donna Lucia ha fatto cinche figlie [I fescennini non tramontano mai]). Ma la lucerna è anche figurazione del lumino cimiteriale; è, forse, espressione di fuochi fatui. È sicuramente un fuoco intenso, nella cultura popolare, come un legame tra la vita e la morte. È il ritorno dei morti alla vita, attraverso il rito dell’(in)seminazione: quello tramandato dagli antichi Romani, che facevano l’amore sulle tombe dei loro defunti, o dagli Etruschi e dai Frigi, che abbellivano le tombe dei loro morti con falli che ne conservassero la potenza sessuale anche nell’altra vita. La lucerna, infine, significa la vita stessa dell’individuo. Ne “Le Fiabe del Vesuvio” (Mondadori, 1994), e in particolare ne “Il guardiano delle lucerne”, Angelo Di Mauro  fa dire al suo personaggio -il guardiano, appunto-, nel mentre si rivolge ad un uomo, che, dopo aver guardato la propria lucerna ormai agli sgoccioli, lo aveva invitato a rigenerarla, “No, non è possibile. Il mio compito qui è proprio questo. Questa è la porzione d’olio assegnata. Quando si consuma, si deve morire”. In tempi remoti la festa delle lucerne si esauriva, forse, nell’arco di un solo giorno: una comunità contadina non poteva consentirsi il lusso di sottrarre preziose ore di faticoso lavoro alla terra, madre e matrigna. C’era da spaccarsi la schiena, sempre. E, poi, c’erano gli animali a cui badare, gli attrezzi da preparare, la montagna del Somma-Vesuvio da copulare col sudore, con la lama di un falcetto, con un bicipite teso nello sforzo della vanga, con l’affilato ferro quadrilungo di un’avita zappa. Col passar degli anni, dopo una momentanea cancellazione dell’evento festivo, dovuto alle preoccupazioni ed ai lutti causati dalle  molteplici occupazioni straniere e dalle innumerevoli guerre, le lucerne si riaccesero e si regalarono un’esistenza più lunga, della durata anche di due o tre notti. In un opuscolo sulla festa delle lucerne, pubblicato nel 1990 (a cura dell’Arci), il parroco della Chiesa di San Pietro al Casamale, don Armando Giuliano, fornì una preziosa testimonianza: “La festa delle lucerne, a causa della seconda guerra mondiale, era stata accantonata […] Nel 1951 presi contatto con i maestri di festa e mi adoperai per ripristinarla. […] La festa ebbe un grande successo per le sue caratteristiche e per il suo folklore popolare”.  Poi, di nuovo, la festa delle lucerne si oscurò, fin quando “negli anni settanta, dopo circa due decenni di interruzione, venne ripresa, per volontà e merito del locale circolo dell’Arci che la riscoprì e la ripropose nelle sue forme più autentiche”, (testimonianza di Vincenzo Maiello, uno dei membri del comitato organizzatore, in Guida alla festa delle Lucerne, 1998).    Dal momento in cui furono riaccese di nuovo, negli ultimi anni del secondo millennio, le lucerne diventano un richiamo, una curiosità, una ricerca antropologica, un’opportunità di sogno per visitatori incantati, per etnomusicologi, per il popolo di un antico borgo a stento compresso all’interno di una murazione aragonese.    Lo spazio della celebrazione del rito delle lucerne si rinchiude entro le mura del Casamale -a Somma Vesuviana-, luogo in cui migliaia di fiammelle illuminano gli antichi vicoli dalla suggestiva toponomastica (Giudecca, Cuonzolo, Puntuale,  Malacciso, Piccioli, Zoppo, Torre, Coppola, Stretto, Lentini, Perzechiello ), inequivocabile eredità di un cognome di un’antica famiglia, di un evento cruento capitatovi, di una colonia di giudei a lungo risiedutavi.    La vetusta e fascinosa festa delle Lucerne, -la cui origine si perde nella notte dei tempi e la cui memoria si tramanda con l’enfasi e il trasporto della favola, della poesia e dei fatti di storia locale-, rappresenta, perciò, la testimonianza e il simbolo di una lontanissima comunità agricola. Il Maestro Roberto De Simone, nel 1990, diede una suggestiva lettura della manifestazione vesuviana di fine estate: “Da diversi fattori (in particolare dal periodo calendariale) la festa appare collegata a particolari riti agricoli celebranti la fine del ciclo estivo o comunque la morte dell’estate. La stessa festa per la morte della Madonna (15 agosto)  è una trasposizione cristiana di tali precedenti celebrazioni. E gli elementi, raffiguranti la fine di un ciclo, si possono notare dalla presenza dei banchettanti (nota simbologia in relazione alla morte), dalle lucerne notturne, dagli apparati di fiori e dalle zucche che esplicitamente raffigurano una testa di morto. Purtuttavia, si colgono, come sempre in tali casi, quegli elementi tipici di riscatto dalla morte, che sono offerti dagli stessi elementi dei banchettanti in funzione rigenerante (un uomo e una donna), dalla zucca (nota simbologia fallica), dalla lucerna (nella cultura tradizionale come simbolo del sesso femminile) e dalle oche, che sono in strettissima relazione con gli antichi culti priapici. Infatti, dagli scavi di Pompei e di Ercolano sono riemerse molte lucerne composte da elementi osceni e molte raffigurazioni del dio Priapo accompagnato da oche e galline “. Ed anche nel museo della vicina città di Capua, una Diana Tifatina (VI secolo a. C.) troneggia su un cavallo con un’oca tra le zampe!   Ma cosa succede, a Somma Vesuviana e al Casamale, terre alle quali è stato concesso il privilegio di sognare, nelle notti del primo quarto di luna di agosto? Nel buio più assoluto, d’incanto, alimentate da purissimo olio, si accendono le lucerne di terracotta,che, poste su strutture lignee a forma di triangoli, cerchi, quadrati e spirali, disegnano un arredo urbano tanto suggestivo quanto fantasmatico. L’antropologa Annamaria Amitrano Savarese, in un opuscolo del 2002 sull’Evento Lucerne, curato dal Comune di Somma Vesuviana, dà un’interpretazione del simbolismo legato alla geometria delle strutture: “Le figure geometriche a nostro avviso sono esse stesse la metafora della Montagna e, quindi, sistema di collegamento, perché il ciclo dalla luce-al buio-dal buio-alla luce, nel rapporto Cielo-Terra-Alto-Basso, si espliciti nel sistema concatenato della rappresentazione integrale del ciclo Vita-Morte-Vita. E così all’infinito, com’è segnalato dai prolungamenti senza fine ottenuti dagli specchi. Se si dà corpo, infatti, ai significati simbolici che tali figure sottendono, avremo che il quadrato è una figura base dello spazio, simbolo della terra e dell’universo creato e che richiama le fondamenta; sapremo che il triangolo è lo spazio chiuso, definito e perfetto nella sua dimensione magico-sacrale riferita al numero 3; e sapremo, ancora, che esso, con la punta in su, rappresenta il fuoco e il sesso maschile, mentre con la punta in giù l’acqua e il sesso femminile; sapremo, ancora, che il rombo richiama lo scatenamento di forze telluriche primordiali e che esso poi rimanda, per sopravvivenza, allo strumento che evoca il tuono, quindi, per assimilazione, anche al ruggito del vulcano. Ora, incastonando virtualmente una sull’altra le figure geometriche del Casamale, ci si accorge che esse, accolte nei loro valori simbolici, possono in realtà rappresentare, logicamente, l’idea della “Montagna Calda” possente, ruggente, svettante dalla Terra a Cielo”. Sono, in effetti, i quattro elementi che ritornano sempre, anche nella simbologia geometrica. La rappresentazione grafica del triangolo li contiene tutti: il triangolo equilatero simboleggia la Terra, quello rettangolo, invece, l’Acqua; il triangolo isoscele è simbolo del Fuoco, quello scaleno, invece, dell’Acqua. Il cerchio è simbolo della perfezione, di ciò che non ha inizio e non ha fine; è anche simbolo del tempo ciclico (i Babilonesi usavano suddividere il cerchio per misurare il tempo). Il quadrato è il simbolo della Terra, rappresenta la delimitazione, il modello di un recinto sacro quale può essere il Tempio; Plutarco, in “Iside e Osiride”, affermava che il quadrato riuniva le potenze di Rhea (madre degli dei e Madre Terra), cioè si manifestava in Afrodite-Acqua, Hestia-Fuoco, Demetra-Terra, Hera-Aria. Infine, il rombo e la spirale. La prima figura è un simbolo vulvare; ha anche una storia di magia: i Greci traevano responsi da legnetti a forma di rombo; alcune tribù degli indiani d’America, invece, attraverso legnetti rombici ascoltavano la voce delle divinità; in Calabria un rombo in legno è ancora posto sui covoni, per auspicio, durante la mietitura; anche i dolci natalizi conservano la loro magia nella forma rombica (di matrice siciliana) del mostacciolo, della pasta di mandorla e degli imbottiti. La spirale, infine, è il simbolo dell’espansione, della crescita e dello sviluppo, dell’infinito e della vita che continua.

GIOVANNI ARIOLA, CURATORE DE “LINGUA IN LABORATORIO”, RISPONDE AI LETTORI

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I dialoghi riportati dal prof. Giovanni Ariola hanno, di volta in volta, suscitato la curiosità dei lettori. Ecco alcune domande alle quali il prof. Ha dato risposta.

Claudio D. da Formia scrive:
“Leggendo il giornale qualche giorno fa, mi è capitato di vedere la foto di una persona che mi era familiare. Il volto invecchiato ma era lui, un mio compagno di scuola. Subito lo scroscio di ricordi, il particolare intenso profondo piacere dei ricordi di un”età definitivamente andata, poi, a lettura ultimata dell”articolo che accompagnava la foto, nel quale si riferiva di un presunto coinvolgimento della persona ritratta nella rete di protezioni politiche, favoritismi clientelari, nepotismi, tangenti e affari illeciti che è emersa dalle intercettazioni telefoniche proprio in questi giorni, l”irrompere della tristezza, anzi del dolore/delusione come per il tradimento e il deturpamento di un mondo immacolato, fondato su un codice di innocenza adolescenziale, conservato nel fondo dell”animo dagli anni della scuola :.Unico atto di autodifesa, il dubbio sulla colpevolezza del mio compagno. E subito la speranza dell”infondatezza dell”accusa. Forse si sono sbagliati:.non può esser vero:non lo credo capace:si sarà ritrovato invischiato a sua insaputa:avrà agito in buona fede:Poi, in rapida successione, l”indignazione:Perchè pubblicare quella foto prima che si siano svolte le indagini, prima che si siano accertate la colpa e la responsabilità della persona? Può anche succedere che le indagini prendano un altro corso e su quella persona non si indaghi più:intanto i giornali non daranno più informazioni nè in bene nè in male sul malcapitato, però di lui resterà nella mente delle persone quella foto, quella notizia infamante:Non so se avrò la forza di mettermi in contatto con il mio ex compagno di scuola e di consigliargli di reagire, di fare qualcosa per chiarire, per confutare e ripulire la sua reputazione dal fango che le è stato gettato addosso.”

Risposta
Non è la prima volta e purtroppo credo non sarà neppure l”ultima che avvengono di tali fatti, che spesso hanno risvolti drammatici. Difficile dirimere la questione di fondo che vede contrapposti i due ormai famosi principi del diritto alla trasparenza (e alla informazione) e del rispetto della vita privata (privacy). Tutti d”accordo che il famoso detto evangelico Oportet ut scandala eveniant (è necessario che gli scandali avvengano) (Mt.,18,7; Lc., 17,1) vada integrato con la precisazione oportet ut etiam deferantur (è necessario che vengano anche denunciati, portati a conoscenza), ma ogni persona ha diritti fondamentali, tra i quali appunto quello del rispetto della propria vita privata, che devono essere tutelati. Ancora una volta il difficile compito di coniugare i corni antinomici della questione è affidata alla competenza professionale, alla intelligenza e alla sensibilità di chi è chiamato a decidere in proposito.
Sì, invitare l”ex compagno di scuola a fare una dichiarazione personale di chiarificazione e di eventuale discolpa in merito all”accusa a lui rivolta, può essere una buona idea che attenui almeno in parte il danno.
A lei poi la facoltà e la decisione di credergli o non credergli.

Se poi il suo compagno dovesse risultare colpevole, anche qui lei può scegliere di minimizzare e assolvere il suo amico con il ricorso al solito filosofico (= qualunquistico e rassegnato) commento: “Così fanno tutti, è prassi generale, organica con il sistema politico, con la gestione del potere, quindi fisiologico, inevitabile:” Ma, se crede ancora nella possibilità e nella necessità di avere una coscienza retta e netta, se pensa che si può, anzi si deve distinguere la solidarietà e il sostegno umano concesso a tutti indistintamente e gratuitamente dalla protezione e dal favoritismo riservati a persone opportunamente segnalate o raccomandate, a compari e comparielli oltre che alle persone di famiglia, spesso barattati con corresponsioni adeguate in cambio, se decide insomma di condannare con fermezza ogni sorta di corruzione e di comportamento deviato e riesce a sottrarsi all”evangelica ghigliottina del: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra“, anche senza necessariamente infierire, potrei consigliare l”invio al suo pur sempre diletto compagno di una e-mail contenente una frase di questo tenore, presa pari pari da un sonetto di Nicola Capassi “Sciù! Pe” la faccia vosta ch”è chiù de cuorno tosta!

Domenico S., da Casalnuovo scrive:
“L”altro giorno ero in treno, su un Frecciarossa Napoli-Milano (un TAV, un treno ad alta velocità), quando ho ascoltato la conversazione telefonica di un signore (!?) con un invisibile interlocutore, ad alta voce, in osservanza della raccomandazione del capotreno di tenere bassi i toni del cellulare e di parlare sottovoce per non disturbare i compagni di viaggio (infatti dal suo telefonino era esploso poco prima il Toreador della Carmen talmente in sordina che aveva fatto sobbalzare fino al più lontano abitatore occasionale dello scompartimento, specie quelli sonnecchianti o addirittura immersi in un sonno profondo): “Te lo raccomando – diceva il signore – lo so che sono tutti raccomandati:fammi il piacere, raccomandalo anche al tuo collega:inventa tu una storia pietosa, per rendere più efficace la cosa:.non ti dimenticare, è un mio nipote vero questa volta:.raccomandaglielo come se fosse un tuo figlio:ti ringrazio:e a buon rendere:.”.

No, non si preoccupi, non intendo parlare del malcostume della “raccomandazione”. Penso d”altronde che ci sia molto poco da dire o da aggiungere a quello che esprime già il fatto in sè. Mi ha colpito il gioco degli accenti sulle forme del verbo “raccomandare”. Se ricordo correttamente le nozioni grammaticali imparate tanti anni fa, raccomàndo e raccomandàti sono parole piane (con l”accento sulla penultima sillaba), raccomàndalo è una parola sdrucciola (con l”accento sulla terzultima sillaba), ma non mi riesce di ricordare come si chiama la parola che come raccomàndaglielo reca l”accento sulla quartultima sillaba.

Risposta – Viene definita bisdrucciola. Se può interessarle, esistono anche parole dette ante-bisdrucciole o trisdrucciole (con l”accento sulla quintultima sillaba), come ad esempio telèfonaglielo, òrdinaglielo. In effetti le parole da sole non hanno l”accento oltre la terzultima; a farle diventare bisdrucciole e trisdrucciole è l”aggiunta di una o più enclitiche ossia di quelle particelle atone (=che non hanno accento proprio) che di solito si appoggiano (= sono pronunciate insieme) e si attaccano alla parola precedente. Così particelle simili dette proclitiche si appoggiano ma non si attaccano alla parola seguente, come ad esempio te lo raccomando.

NB – La rubrica Lingua in laboratorio tornerà a settembre prossimo. Buone vacanze!

Cosa resterà del Casamale dopo la Festa?

A lucerne spente bisognerà riflettere e farsi molte domande sul Casamale per non restare ancorati solo e fermamente a un passato da ricordare; per ricevere linfa vitale dall’esperienza di chi ha vissuto prima di noi.  La notte del 7 agosto calerà silenzio e buio sulla festa e sul Casamale. Dopo che per tre sere di seguito il vecchio borgo avrà fatto l’amore con le stelle del cielo, tutto rientrerà nella routine. Resteranno ansie, problemi e necessità di un centro in perenne lotta per la sua stessa sopravvivenza. Tornerà il silenzio nella terra violentata dalle diverse dominazioni storiche ed attanagliata dalla paura perenne dell’accigliato Vesuvio. Anche la festa del lucerne 2010 (come le precedenti) rischierà di essere l’ultima. Ormai quasi tutti i casamalisti vivono extra moenia; col lanternino si contano i superstiti contadini, quelli che vivono solo col frutto della propria terra; sempre più si accasano, in abitazioni abbandonate e fatiscenti, venditori di colore, lavoratori bielorussi, inservienti polacche. C’è qualcosa che sfugge: forse, addirittura, l’identità e l’appartenenza al vecchio borgo antico.  Un cenno a parte merita, però, il Casamale, il centro antico della città, il cuore di tutte le attività inserite nel filone della tradizione. Spesso, infatti, turisti e visitatori di passaggio pongono una cantilenante domanda: “Ma cos’è il Casamale? Ma che significa Casamale?”. Il nome Casamale, secondo un atto di locazione del 9 settembre 1011, per la terra di Castagneto in Somma (Monumenta, Tomo II, parte I, pag. 438), deriverebbe dall’antica e nobile famiglia dei Causamale: “Il giorno 9 del mese di settembre, X indizione, in Napoli. Sotto l’impero del signor nostro Alessio (Basilio), grande imperatore, anno II e di Costantino, grande imperatore, suo fratello, anno XLIX. Palumbo, di cognome Causamale, figlio del fu Giovanni, e Rogata, coniugi, abitanti in Somma, hanno dato in locazione a Stefano Russo per anni quattro e per tarì 24 una loro terra detta Castagneto posta nel luogo di Somma, con alberi ed introiti, [etc]”. Ma il nome Casamale potrebbe derivare anche da Causa Manes (il luogo degli antenati divinizzati della tradizione romana) o da Casa Mana (sinonimo di potenza) o da Casa Malax (un etrusco luogo delle offerte).   Nel 1350, quando l’esercito ungherese, prima di raggiungere Napoli, saccheggiò la terra di Somma,  scoppiò negli atterriti sommesi la necessità di preservare il popoloso borgo medioevale con strutture difensive meno fatiscenti. Così un fossatello ed uno sgangherato steccato furono sostituiti da alte mura perimetrali, poi, rinforzate da re Ferrante I d’Aragona, che ebbe la consapevolezza di quanto potesse essere importante, dal punto di vista strategico-militare, la Terra di Somma. Nacque, così, il quartiere murato a difesa della cittadella. In esso si poteva accedere solo attraverso quattro porte ben sorvegliate. La difesa, poi, era assicurata attraverso le feritoie e le bocche ancora visibili in alcune delle torri semicircolari, che intervallavano la maestosa cinta muraria.    Così, oggi, il Casamale, nonostante un generale abbandono ed un sempre più palpabile decadimento, per la sua storia (unicamente per la sua storia!), riesce ancora ad imporsi all’attenzione di tutti. Nella chiesa della Collegiata, al Casamale, infatti, si conserva la statua di San Gennaro, protettore di Somma; dalla stessa chiesa parte la suggestiva processione dell’Addolorata, il venerdì santo. Nei vicoli del Casamale si accendono le lucerne; e ancora nei vicoli del borgo antico si mantiene l’usanza di dar fuoco al cippo di Sant’Antuono, ‘o fucarazzo, o di tenere sospesa –tra un balcone e l’altro- una goffa figura di donna (la quaresima), che innalzata il mercoledì delle ceneri, segna il periodo dell’astinenza e del digiuno ed il cui simbolismo liturgico termina con fuochi pirotecnici, dopo 40 giorni, in segno di liberazione e trasgressione.  A lucerne spente resterà ben poco al Casamale! Strutture fatiscenti, assenza di servizi, stradine intasate e qualcuna proprio inagibile. Eppure la festa resiste! Merito di qualche cocciuto mast’’e festa, della caparbia volontà dell’Arci, del sempre contagioso entusiasmo della gente del Casamale, della generosa e volitiva Associazione “Festa delle Lucerne”. Non è poco. Ma è pur sempre molto faticoso. Una festa di tali proporzioni e durata, anche se di popolo, non si inventa. Infatti, bisogna pensare ai permessi, bisogna badare all’informazione, bisogna assicurare servizi e ristorazione agli innumerevoli visitatori (ventimila, cinquantamila, centomila?). E, poi, bisogna mettere d’accordo un po’ tutti sui tempi di realizzazione. La festa delle lucerne di quest’anno si è celebrata alla sua scadenza quadriennale (come hanno detto gli studiosi di antropologia), come gli anni della rotazione agraria e del ciclo lunare.    E se, invece, che quadriennale la festa delle lucerne nelle sue origini fosse stata annuale? E se, invece, le chiavi di interpretazione fossero differenti? E se sul Casamale si accendessero le luci dell’attenzione non solo per le lucerne e per le altre tradizioni di cui è depositario?    Ecco, a lucerne spente, bisogna riflettere e farsi queste e, forse, molte altre domande. Per rispettare, capire, interpretare, approfondire la tradizione; per non restare ancorati solo e fermamente a un passato da ricordare; per ricevere linfa vitale dall’esperienza di chi ha vissuto prima di noi.      Passateci, comunque, una di queste sere di agosto per Somma Vesuviana. E con lucerne vivrete la malia di una notte di mezza estate che, con le zucche vuote, le gallerie di luci, con le felci e le ginestre del Somma-Vesuvio, alimenterà la curiosità di poter guardare da vicino, per esempio, gli scupeli (le granatine per pulire i vasi, dallo spagnolo escobillon), le varrecchie (i barilotti, dal francese barique o da un tardo latino barriclus), i caccavielli, i pentolini per squagliare la pece per gli innesti!