Il libro “Terroni”, di Pino Aprile, accende il dibattito tra Sud e Nord d”Italia. Tra chi pensa che il Sud sia stato saccheggiato e chi addossa parte delle responsabilità dell”arretratezza agli stessi meridionali.
Di Carmine Cimmino
Era fatale che succedesse. È già partita la stagione delle “feste” per l”unità d”Italia, nascono comitati, si buttano giù bozze di programma, e l”editoria monta “spalliere” e “diane” di fuochi d”artificio. Se un libro non fa fracasso, non ne vendi nemmeno una copia. L”unità d”Italia è un argomento già rumoroso di per sè: se il capo dei “lombardi”, che tra l”altro è anche ministro in carica della Repubblica, minaccia di chiamare alle armi, a difesa del carroccio del federalismo, venti milioni di guerrieri, embè, non gli puoi rispondere col violino e col cembalo.
Alla sua bombarda rispondiamo, in tutta calma, con una bombarda e mezza. Voi nordisti non ci avete liberati, ma assoggettati; la vostra ferocia non è stata inferiore nè a quella delle “giacche azzurre” contro Sioux e Piedi Neri, nè a quella dei nazisti a Marzabotto; voi ci avete condannati, per sempre, alla povertà e alla umiliazione, ci avete ridotti per l”eternità alla condizione di meridionali, di “terroni”. Amen.
Non mi piace “Terroni”, il libro di Pino Aprile. Prima di tutto perchè la storia di quello che avvenne, a Napoli, a Torino, a Palermo, a Reggio, tra il 1830 e il 1865, è tutta un”altra storia: e l”hanno già raccontata Alfonso Scirocco, Giuseppe Galasso, Domenico Demarco: che hanno amato e amano Napoli e il Sud, e che, per amore di Napoli, del Sud e della verità, hanno letto gli atti, migliaia di atti, tanti atti, tante carte, da poter ricostruire le vicende di quel periodo giorno per giorno. Non mi piace il libro perchè, al di là delle intenzioni dell”autore, fa oggettivamente il gioco di Bossi e dei suoi: mette la partita in rissa: e le risse, si sa, alzano polvere, e polveroni. Non mi piace perchè offre il solito alibi alla responsabile prima del disastro: la classe dirigente del Sud.
Tra il 1860 e il 1863 Spaventa, Scialoja, Pisanelli, Massari, Nisco, Settembrini, Villari non seppero orientare – e Scirocco e Giuliano Procacci hanno limpidamente dimostrato che avrebbero potuto, se avessero saputo farlo, e voluto farlo – non seppero orientare, nè a Torino, nè a Napoli, la politica dell”unificazione e si dimostrarono tragicamente miopi intorno a tre problemi strutturali: l”organizzazione della burocrazia; la questione del demanio; la politica fiscale.
E vale la pena di ricordare, poi, che dal 1948 al 1994 – gli anni cruciali della ricostruzione postbellica, della prima e della seconda fase del “miracolo” dell”economia italiana, della Cassa del Mezzogiorno, dell”Italsider di Bagnoli e di Taranto, della Fiat di Pomigliano, della pianificazione industriale dopo il terremoto dell””80: un cinquantennio pieno come un uovo di investimenti e di debito pubblico – cocchieri romani, napoletani, avellinesi, lucani, calabresi e siciliani tennero tra le mani, saldamente e ininterrottamente, le redini più importanti della diligenza.
E mi riferisco non solo ai politici, ma anche ai più alti dirigenti dei ministeri. Del resto, quale sia la pasta di cui è fatta buona parte della società civile napoletana e campana e meridionale, lo vediamo, e lo “sentiamo”, ogni giorno. Non escludo che ci sia stato un disegno per mantenerci per sempre “meridionali”: ma gli autori del disegno, gli artisti, bisogna cercarli tra noi.
Infine, non mi piace il libro di Pino Aprile perchè parte dal presupposto che parlar male dei Borbone voglia dire essere sfegatatamente filopiemontese: è un procedimento dialettico, diciamo così, sportivo, che non si adatta a una questione tanto complessa. Quando apparve inevitabile la guerra tra Cesare e Pompeo Cicerone capì che non poteva restare neutrale. Ma con chi schierarsi ? Esitò a lungo. “So da chi devo tenermi lontano – confessò-, ma non so con chi andare”.
I Piemontesi vennero travolti dagli eventi del “60 e del “61: a Milano, a Firenze e a Bologna trovarono un valido aiuto nella classe dirigente locale; a Napoli, a Reggio, a Cosenza, a Palermo, non ci capirono niente. La caduta dei Borbone innescò faide e vendette all”interno della borghesia meridionale, le cui famiglie si accusavano l”un l”altra d”essere state “fedelissime” alla dinastia sconfitta, e cercavano di coinvolgere nella trama delle vendette, dell”odio e del risentimento i soldati piemontesi. Episodi assai gravi di questo regolamento di conti tra famiglie di “galantuomini” avvennero anche nei comuni vesuviani, e ne segnarono, per decenni, la storia sociale.
Il generale Giuseppe Govone, astigiano, uomo d”arme di altissima dignità, scrisse nelle sue memorie che era stato difficile tenersi fuori da questo miserabile teatro di faide e rappresaglie, in cui però molti ufficiali piemontesi disonorarono la divisa e la bandiera: ma la loro incompetenza, la loro crudeltà, il saccheggio, la rapina, i massacri di cui furono responsabili non possono essere la causa della gigantesca catastrofe morale, culturale, economica, che incominciò a scuotere la società meridionale molto prima dell”arrivo di Garibaldi e infine l”ha ridotta alla forma di oggi: un ammasso di corruzione, inettitudine, arroganza smisurata di alcuni e povertà umiliante di troppi e amara disperazione.
Conviene partire dall”inizio, e far parlare i numeri, perchè dicano esattamente, sulla base dei bilanci dei governi di Ferdinando II e di Francesco II, e delle relazioni non di piemontesi, nè di stranieri, ma di funzionari al servizio dei Borbone, quale era nel regno di Napoli, prima che arrivasse Garibaldi, lo stato dell”economia, delle finanze, delle strade, e quale il rapporto tra i ricchi e i poveri, e quale il livello della miseria, e quale la misura dell”ignoranza. Don Giacinto De Sivo, borbonico puro e simpatico, scrisse, a caldo, che solo la congiura di una “setta mondiale” aveva potuto abbattere la dinastia del “reame il meglio felice del mondo”.
È probabile che il suo concetto di felicità fosse compatibile col fatto che nel 1835 in Terra d”Otranto c”era un mendicante ogni 13 abitanti, e 1 su 29 in Basilicata, e 1 su 19 nella Calabria ulteriore. A Napoli ce n”erano 6 o 7000, 1 ogni 50 o 60 abitanti “secondo una prudenziale stima”: e queste stime sono del Cagnazzi, che era stato murattiano, ma dopo Murat prese lo stipendio dai Borbone come docente di economia e di statistica all”Università di Napoli.
La discussione non è accademica: aiuterà a capire qual è lo spazio e qual è il tempo in cui la nostra vita è oggi immersa. Centocinquanta anni, nella prospettiva della storia, sono un soffio: le voci dei nostri nonni e dei loro genitori ci giungono ancora chiare e vive. La loro memoria non merita di essere stravolta. Sarebbe interessante organizzare un convegno sul tema, e sentire le ragioni di tutti. Sarebbe utile invitare Pino Aprile.
(Fonte foto: agneseginocchio.it)





