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IL GIOCO AL MASSACRO PER LA CANDIDATURA A SINDACO DI NAPOLI

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Dei personaggi che si affollano a candidarsi alla guida della città, si conoscono solo le facce e l”appartenenza. Nessuno verifica quanto conoscano Napoli e quali idee hanno per farle risalire l”abisso in cui è sprofondata.
Di Amato Lamberti

Le candidature a sindaco di Napoli saranno sicuramente il tormentone di questa estate. La cosa è comprensibile ove si pensi che, da un lato, i giornali per colpa delle vacanze non hanno molti fatti su cui costruire informazione appetibile per i lettori, e, dall”altro, le vacanze di politici e amministratori lasciano disponibile solo il gossip delle dichiarazioni e delle ambizioni che cercano di sondare gli umori dell”opinione pubblica. I giornali ci aggiungono poi una attenzione esasperata per tutto ciò che è spettacolarizzabile, come il privato dei politici o i loro scontri di potere.

Basti pensare che lo scontro tra Berlusconi e Fini è stato capace di cancellare completamente ogni dibattito e ogni riflessione sull”approvazione di una finanziaria che condizionerà il Paese per i prossimi due anni. Comunque, visto che si andrà a votare nella prossima primavera per l”elezione del nuovo sindaco e per il rinnovo del consiglio comunale, si può anche dire che il dibattito sia partito in ritardo, soprattutto per quanto riguarda il “che fare?” per la città e i cittadini, da parte degli aspiranti alla poltrona di sindaco della città forse più travagliata d”Italia. Per ora si discute di nomi e di schieramenti per vincere un confronto che appare problematico anche alla luce delle recenti consultazioni elettorali che in Regione e nelle province hanno visto la vittoria del centrodestra.

Non a caso è nel centrosinistra che regna la maggiore agitazione. Il paradosso è che tutti, nel centrosinistra, sostengono la necessità si ricompattare un fronte il più ampio possibile, per superare l”attuale frammentazione e darsi qualche chance di vittoria, ma su ogni candidatura, anche solo ventilata, lo sport preferito è quello del tiro al piccione che si è esposto, evidentemente senza fare i conti con le tante aspettative che sono in campo e quelle che ancora non si rivelano. Un gioco al massacro già visto proprio nelle più recenti consultazioni elettorali e che ha prodotto solo cocenti sconfitte. A mio avviso, il metodo dovrebbe essere diverso: prima dei nomi dei possibili candidati a sindaco, bisognerebbe discutere dei problemi della città e delle azioni da mettere in campo per risolverli.

Il paradosso dei paradossi è che, nella mia abbastanza lunga carriera di amministratore, non ho mai incontrato un sindaco, ma anche un consigliere, che dimostrasse di conoscere realmente la realtà che amministrava, a cominciare dal numero delle famiglie in condizioni di bisogno, dalle ragioni di questa situazione, dalla loro collocazione sul territorio, dall”attenzione che i servizi sociali del Comune dedicavano ad ogni particolare situazione. Senza parlare del fatto che molti sindaci ignorano la stessa composizione sociale della popolazione dei loro cittadini, il numero di anziani non autosufficienti, quelli titolari di pensioni di invalidità e di accompagnamento, il numero di bambini che per carenza di strutture pubbliche sono costretti a usufruire di asili nido e scuole materne privati o ad essere affidati, per carenze economiche, a parenti e reti di vicinato, il numero di donne che lavorano e devono fare i salti mortali per accudire i figli ma anche gli altri familiari conviventi.

Mi si potrebbe rispondere che il sindaco ha un numero sufficiente di assessori che dovrebbero confrontarsi con i problemi della cittadinanza avvalendosi dell”esercito di dirigenti, funzionari e impiegati dell”enorme e pletorica macchina comunale. Ma questo significherebbe accettare il criterio vigente e prevalente nelle amministrazioni pubbliche del Mezzogiorno del navigare a vista, del tamponare le emergenze, senza uno straccio di prospettiva, di orizzonte, di progetto di cambiamento e di innovazione. Il modello di governo delle città, vigente in tutta Europa, non a caso prevede l”elaborazione di un “piano strategico” che a partire dall”analisi dettagliata e minuta delle condizioni in un determinato momento, definisca la strategia che si intende perseguire per rimuovere diseconomie e situazioni di crisi e orientare lo sviluppo della città in direzioni capaci di valorizzarne la storia, la cultura, i saperi, le ricchezze, le potenzialità.

Molte città italiane, come Torino, Firenze, Trento, Sassari, Cagliari, Spezia, Piacenza, Fabriano, Teramo, ed alcune comunità territoriali, come quella dei Nebrodi, di Valle del Belice, delle Terre Sicane, si sono dotate di questo strumento di orientamento e pianificazione dello sviluppo. Anche Napoli si è dotata di un piano strategico molto articolato fondato sull”idea di “Napoli “fuoco” del Mediterraneo, fonte di energie creative e di competenze e luogo centrale di flussi verso l”Oriente:motore di sviluppo per l”intera regione:capace di attivare e mettere a lavoro le straordinarie risorse materiali e immateriali di una terra” che ha solo bisogno di prendere coscienza delle sue potenzialità finora non pienamente valorizzate.

Un progetto ambizioso che è il risultato di un lavoro collettivo ampiamente partecipato e che meriterebbe di essere messo al centro di ogni discussione sul futuro della città soprattutto da chi si candida a guidare come sindaco un rinnovamento che appare a tutti necessario e non più rinviabile. Meraviglia che nel dibattito in corso non se ne faccia parola, neppure da parte di chi, come Oddati, da assessore è stato responsabile della sua realizzazione. L”impressione è che molti non ne conoscano neppure l”esistenza, mentre altri tendano a sottovalutarne l”importanza per la costruzione di un progetto condiviso di governo della città finalmente liberato dalla pressione costante delle continue emergenze.

Anche gli organi di informazione non aiutano lo sviluppo di un confronto serio, fondato sulle cose da fare per affrontare i tanti problemi della città. Problemi che bisognerebbe conoscere per poter dar vita a qualsiasi progetto di cambiamento. Ma dei candidati conosciamo solo i nomi e le facce, oltre alle appartenenze politiche: nessuno verifica quanto conoscano la città e quali idee hanno in testa per promuoverne la risalita da un fondo che sembra diventare ogni giorno più abissale.

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