ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

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Il miracolo di S. Gennaro, il pane e la speranza. Di Don Aniello Tortora

Ha destato molto interesse e scalpore l’omelia tenuta il 19 gennaio dal cardinale Sepe, in occasione della liquefazione del sangue di S. Gennaro.
Moltissimi i commenti. Tantissime le opinioni, anche contrastanti.
In un primo momento, ad una lettura superficiale del testo, potrebbe sembrare che il cardinale non creda più nella speranza per Napoli e per la Campania. A me non sembra che abbia detto o inteso questo. Ecco perché mi pare interessante ripercorrere alcuni passaggi della sua omelia.
Ad un certo punto l’arcvivescovo di Napoli si chiede:

”E, oggi, perché invochiamo la protezione del nostro Concittadino?”. E lui stesso dà una risposta: “Perché stiamo vivendo un momento drammatico della nostra esistenza personale e comunitaria. È sotto gli occhi di tutti la deriva a cui sta andando incontro la società secolarizzata, che rifiuta ogni valore etico e morale, mentre si deve fronteggiare una crisi sociale ed economica che rende ancora più pesante e difficile una precarietà storica e strutturale propria del nostro Mezzogiorno”.

E poi continua: “Sono ferite vecchie e nuove che stanno indebolendo il nostro corpo sociale e religioso col rischio, come qualcuno pensa e dice, di non farcela più. È una minaccia che non è solo nell’aria, ma si avverte, concreta, allo stesso modo di una forza che viene meno. Si può chiamare declino, come si può pensare a una vera e propria agonia; ma quel che è certo è che non è possibile, non ci si può rassegnare a vedere la nostra gente piegarsi e cedere alla disperazione e alla miseria.
Niente è più straziante di un popolo che perde il senso e il gusto della vita e sul quale rischia di abbattersi la più terribile di tutte le carestie, la carestia della speranza, che è la più inguaribile e la più perfida”.

A questo punto richiama tutti, specialmente i cristiani, alla propria responsabilità, a reagire con forza e credere, nonostante tutto, alla speranza, dicendo: ”Ma non saremmo veri discepoli di Gesù Cristo e sinceri devoti del nostro Martire Gennaro se ci lasciassimo raggiungere dal pessimismo: è come se accettassimo passivamente il foglio di sfratto che ci viene da quei sistemi del male che non attendono altro che il male dilaghi!”

“Napoli ha sempre vissuto di pane e di speranza. Ora sembra che siamo arrivati ad un punto di svolta: niente è scontato, né il pane, né la speranza. Come è potuto accadere? Penso che è giunto il momento di un serio esame di coscienza collettiva nel quale tutti, per la parte di propria competenza, sono chiamati in causa. Anche noi Chiesa: quando, per esempio, non abbiamo saputo amare abbastanza; quando non ci siamo chinati fino in fondo sulle sofferenze dei nostri fratelli; quando non siamo riusciti a far vivere in ogni nostra città, quartiere o vicoli delle nostre strade, la passione per il Vangelo e abbiamo tenute chiuse le sue pagine, il suo messaggio al cuore della nostra gente”.

Anch’io sono d’accordo con il cardinale, quando, ancora, afferma con forza che “di fronte alla vastità dei drammi non possiamo pensare di svolgere il ruolo di semplici e impotenti “spettatori”; stare a guardare dalla finestra le nostre rovine è colpa grave!” e quando grida che “ è soprattutto il lavoro che manca, la ferita più grave e dolorosa di cui soffrono soprattutto i giovani ma che si espande, come veleno, sull’intero territorio. Quando ai giovani viene precluso l’avvenire, è come recidere le prime radici di una crescita che non riguarda solo loro, ma anche la società nel suo insieme. E sappiamo bene che per i nostri giovani esiste, più minacciosa che mai, l’insidia di chi il lavoro non si fa scrupoli di offrirlo: un lavoro di morte, a servizio del crimine e del malaffare”!

Alla fine dell’omelia invita, poi, tutti a “non lasciarci rubare la speranza”.
Come si è potuto notare, la chiesa di Napoli ha lanciato un forte grido per il risveglio civile e la mobilitazione delle coscienze.
La gente di Napoli e della Campania è molto legata al miracolo di S. Gennaro. Una devozione che spesso rasenta la magia o la superstizione. Io penso, però, che il vero miracolo di S. Gennaro sarebbe questo: assicurare a tutti “pane e speranza”, senza rimanere in attesa dell’ intervento miracolistico del santo.

È necessario in tal senso l’impegno e il coraggio di tutti e di ciascuno, ma particolarmente dei politici, forse troppo impegnati in questi ultimi mesi, più a pensare alle “case di Montecarlo”, che non ai veri problemi della gente.
(Foto di Riccardo Siano. Fonte Repubblica.it)

LE CONDIZIONI DI VITA PRECARIE DEI NAPOLETANI (GIOVANI E NON)

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In poco più di due lustri siamo passati dalla speranza di un rinascimento della città di Napoli a condizioni di vita economicamente insopportabili. Il dramma dei giovani. Di Amato Lamberti


Le parole del cardinale Sepe, dopo il rinnovo del miracolo della liquefazione del sangue di S.Gennaro (foto), "a Napoli, finora, poteva mancare il pane ma non mancava la speranza; oggi, manca il pane e manca anche la speranza", sono apparse a tutti come una pietra tombale, grande come un macigno, sulla amministrazione comunale che governa oggi Napoli. Parole durissime per una condanna senza appello di un ciclo amministrativo che si era aperto all’insegna del rinnovamento e della rinascita, dopo un lungo periodo di crisi politica culminata nella dichiarazione di dissesto dell’amministrazione comunale.

Era il 1993 e si parlava del rinascimento della città, fondato sulla valorizzazione del giacimento culturale nascosto nel suo centro storico; oggi, nel 2010, quella speranza, che pure aveva destato tante aspettative, sembra definitivamente sepolta sotto il peso di una condizione economica che si è fatta insopportabile. A Napoli, una famiglia su quattro vive, se così si può dire, con un reddito al di sotto della soglia di povertà. Un’altra famiglia su quattro, vive, per così dire, galleggiando al limite della soglia di povertà, poco sotto o poco sopra. Praticamente, metà della popolazione, stando ai dati ufficiali, vive in una condizione drammatica di penuria e di incertezza.

Mi si potrà dire che, in una città dove il lavoro in nero è la regola, le statistiche ufficiali non riescono a fotografare il reddito di cui i singoli e le famiglie dispongono. Molte entrate sono nascoste, visto che provengono dal lavoro sommerso che alimenta anche una evasione fiscale diffusa ed estesa anche da parte dei datori di lavoro, siano essi imprenditori, artigiani o commercianti. Anche i ceti professionali, a Napoli, alimentano il mercato del lavoro nero: basta vedere quali sono i rapporti di lavoro negli studi professionali degli avvocati, degli ingegneri, degli architetti, dei commercialisti. Ma questa osservazione, vera e fondata, conferma che la precarietà è la condizione di vita di molti napoletani, soprattutto giovani.

Una condizione, quella della precarietà, che non può sostenere progetti di vita, che non alimenta la speranza di un cambiamento e di una stabilità che permetta, ad esempio, di mettere in piedi una famiglia e di alimentare prospettive di carriera e di stabilità economica. Il lavoro nero, o sommerso che dir si voglia, è la piaga della città, come dell’intero Mezzogiorno. E non solo perché falsa tutti i dati statistici, compresi quelli relativi al PIL prodotto nel Sud, ma perché condanna alla precarietà dell’esistenza, all’impossibilità di progettare la vita e il futuro, centinaia di migliaia di persone, che pure hanno capacità e professionalità da spendere ed investire. Una amministrazione comunale forse può fare poco per promuovere nuova occupazione ma potrebbe fare molto per far emergere il lavoro nero e sommerso contribuendo così a dare stabilità economica e certezza del futuro a chi oggi è condannato ad una condizione di precarietà esistenziale prima che economica.

Prima di ogni discorso, pure necessario e indifferibile, sulla riqualificazione urbanistica della città, sul recupero delle periferie, sul riassetto della mobilità, occorre far emergere il lavoro che già c’è ma che, essendo in nero, non produce stabilità e certezze nell’economia come nella vita delle persone. Questa operazione di portare all’emersione il lavoro sommerso consentirebbe anche di calibrare meglio, sulle reali necessità ed urgenze, gli interventi di assistenza e di sostegno per le fasce deboli della popolazione, quelle tagliate veramente fuori da ogni opportunità di lavoro e di reddito.

Governare una città complessa e contraddittoria come Napoli non è semplice ma è pur sempre possibile quando si sappiano individuare problemi e priorità e, soprattutto, quando si lavora per dare, non assistenza, ma speranza di futuro a tutti i cittadini.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

I BRIGANTI ANTONIO COZZOLINO PILONE E CIPRIANO LA GALA

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Una storia di ieri che pare una storia di oggi: il brigante Antonio Cozzolino Pilone, le vicende grottesche di tre agenti segreti infiltrati, un giudice che è cosa nostra. Di Carmine Cimmino

Dedicheremo alcuni articoli ai briganti Antonio Cozzolino Pilone e Cipriano La Gala, perché le loro storie si intrecciano con quelle della camorra vesuviana e della camorra nolana . Le “imprese“ di cui queste due camorre furono protagoniste nel secondo Ottocento sono fondamentali per comprendere tendenze, strategie e percorsi della camorra del ‘900, ma non hanno suscitato l’interesse degli studiosi, che si sono limitati e si limitano (gli studi di Marcella Marmo sono una splendida eccezione) a dare per scontato che i gruppi criminali organizzati del Vesuviano e del Nolano erano “sudditi“ della camorra di Napoli. Il che non è. Come vedremo.

Antonio Cozzolino Pilone nacque a Torre Annunziata il 20 gennaio 1824; ma i suoi genitori erano di Boscotrecase, e qui ritornò il giovane Pilone a lavorare da scalpellino. La sua spavalderia gli suscitò contro l’ostilità delle guardie urbane, e perciò il suo protettore, il capitano Antonio Caracciolo, gli trovò un lavoro a Palermo e poi lo fece entrare nell’ esercito borbonico. Pilone combatté da coraggioso a Calatafimi, dove, secondo la leggenda, avrebbe strappato una bandiera ai Garibaldini. Tornato a Boscotrecase, egli non nascose d’essere rimasto fedele a Francesco II e, spinto dal confuso sentimento di possedere il carisma di un capo e ancor più dalle sollecitazioni dei "galantuomini" del territorio, decise di combattere per il suo re. L’assassinio di Francesco Geri, ufficiale della G.N. di Boscoreale, fu l’atto iniziale della sua sfida allo Stato unitario, e l’invasione di Boscotrecase fu il momento più importante della campagna del ‘ 61.

L’invasione ebbe come prologo gustoso l’avventura di tre agenti segreti, Pietro Cerulli, guardia di P.S., il sottobrigadiere Angelo Boccabella, e l’appuntato Filippo Migliaccio, a cui il Comando Generale aveva ordinato, dopo la morte del Geri, di infiltrarsi nella banda di Pilone. Il più esperto dei tre era il Boccabella, che nei primi mesi dell’anno aveva fatto lo stesso lavoro con i briganti di Marano e di Giugliano. La mattina dell’8 luglio 1861, lunedì, l’informatore della polizia Celestino Acampora condusse i tre da Vincenzo Vangone, di Boscotrecase, sarto in Resina, e li presentò come agenti romani di Francesco II Borbone: l’accento romanesco del Cerulli rese più credibile la menzogna. Vangone accompagnò i quattro nel Bosco di Portici, a casa di un distinto signore che si vantò d’essere stato maestro dell’esule re e di presiedere un Comitato borbonico, di cui facevano parte il barone Caracciolo, il principe di Montemiletto e il principe di Ottajano.

Nel pomeriggio il drappello si recò a Boscotrecase, e qui il sarto presentò le tre spie ai più importanti sostenitori di Pilone: Ferdinando Cozzolino Martorelli, zio del brigante, l’oste Luigi Buono, il fabbricante di “telerie” Gennaro Alderisio, il quale raccontò che proprio quella mattina aveva consegnato ai briganti due pistole e molte cartucce. Gli spioni chiesero di incontrare Pilone; fu risposto che fino a qualche giorno prima egli passeggiava tranquillo per le vie dei paese, era ospite o di suo cognato Raffaele Falanga ,"uomo di agiata fortuna", o di Gennaro Lettieri, nella cui bettola si intratteneva in amichevoli colloqui con i "galantuomini" e con ufficiali e militi della Guardia Nazionale. Insieme a loro, una sera, Pilone aveva brindato con una "sciampagna", che gli era stata regalata da una sua appassionata ammiratrice, la moglie del locandiere dell’Hotel Diomede di Pompei.

Ma da qualche giorno Pilone non usciva dai suoi nascondigli. Anche altre persone avevano tentato di incontrarlo sollecitando i buoni uffici di Paolo Collaro, l’oste della Taverna del Mauro, e di sua moglie, anche lei vittima, così si diceva, del fascino del brigante: che però non aveva voluto incontrare nessuno, temendo forse una trappola, ed era rimasto sul monte con Giuseppe Jacolillo e Ludovico Perugino.

Tuttavia la garanzia di Vangone, e di Alderisio e l’accento romanesco del Cerulli rassicurarono Pilone. La sera Cerulli e Migliaccio salirono alla valle dell’Inferno (foto), e qui incontrarono il brigante. Al chiaro di luna, intorno al fuoco, si fumò, si bevve, si parlò di molte e grandi cose. Il brigante giurò che erano pronti alla rivolta 6000 uomini, però mancavano danaro, armi e "un motto d’ordine" con gli altri capi. Cerulli lo rassicurò rivelandogli d’aver portato da Roma e di aver nascosto nei pressi di Napoli molto oro e molti fucili. Si salutarono con calorosi abbracci. Ma, tornati a Boscotrecase, Cerulli e Migliaccio furono arrestati dal capitano della G.N. Cozzolino. Cosa sia avvenuto nelle ore precedenti e cosa avvenne poi, è un enigma che il giudice Costantino Fiorese non riuscì a decifrare, nemmeno quando poté interrogare il Migliaccio. Il quale raccontò che, visti i suoi colleghi in prigione, il Boccabella aveva svelato la sua e la loro identità invitando il Cozzolino a liberare gli arrestati e ad arrestare il Vangone e gli altri manutengoli.

Ma il Vangone non venne arrestato e i due agenti segreti rimasero in cella. La mattina del 9 il sindaco di Boscotrecase e il Cozzolino scortarono a Napoli il Boccabella, a cercare in Prefettura la conferma delle sue dichiarazioni. Al ritorno fecero uscire di cella il solo Cerulli; mezz’ora dopo Pilone conquistò trionfalmente il paese. Nel breve scontro le Guardie nazionali ebbero la peggio: Antonio Marano fu ucciso, Girolamo Marano fu ferito a morte, feriti gravemente furono Carmine Sorrentino e Ferdinando Rendina. I prigionieri vennero liberati e Migliaccio e Acampora si videro costretti a unirsi alla banda e a continuare a fingere d’essere borbonici e piloniani.

Migliaccio raccontò che per fingere in maniera più credibile aveva preso un fucile dalla rastrelliera del corpo di guardia e lo aveva puntato su un “galantuomo”, il quale dal balcone osservava la gente che sventolando i fazzoletti bianchi, simbolo borbonico, gridava festosa Viva Francesco! Viva Pio IX! Viva Pilone!. Ma Pilone lo aveva fermato: Non sparare. Quello è cosa nostra. Proprio così gli aveva detto Pilone, mentre si divertiva a scaricare le sue pistole sugli stemmi e sulle bandiere dell’Italia e dei Savoia: il giudice del circondario Camillo D’Avino, un giudice che tre mesi prima aveva giurato fedeltà e lealtà al Regno d’Italia, al Re d’Italia e allo Statuto, era cosa nostra.
(Fonte foto: ulyxes.it)

LA STORIA MAGRA

I MIEI PRIMI GIORNI DI SCUOLA

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Quanti primi giorni di scuola mi si sono affollati nella mente durante il circle time con il quale, come ormai da oltre un lustro, avvio l”anno scolastico! Tutti carichi di irripetibili emozioni. Di Annamaria Franzoni

Il Circle time costituisce una metodologia utile sia nelle attività con gli adulti che con i giovani, della quale mi servo spesso nei diversi momenti del mio lavoro.
Si tratta di una tecnica finalizzata a sostenere momenti particolari del percorso di formazione di un gruppo che intende avviare un processo di condivisione partecipata dell’apprendimento, dando rilievo agli aspetti emozionali che esso comporta.

Ogni volta sono numerosissime le sollecitazioni che tale attività provoca sia in me, che conduco il circle time, sia nei giovani adolescenti, che spesso per la prima volta si sentono coinvolti in un’esperienza che attiva dinamiche relazionali complesse.
 
I giovani allievi della I g, al loro primo ingresso nel Liceo Mercalli hanno dimostrato, sebbene con un po’ di imbarazzo, una buona capacità di ascolto autentico del portato emotivo e storico di ciascuno. Infatti, nonostante l’emozione di quanti di volta in volta hanno preso la parola, ciascuno si è sforzato di uscire da sé per ascoltare l’altro, accogliere con fiducia e curiosità ciò che il compagno offriva.

Ritengo che vivere questa esperienza abbia costituito per i giovani allievi un significativo avvio del processo di insegnamento/apprendimento e abbia costituito la premessa essenziale per una relazione autentica, condizione irrinunciabile da cui partire per poter poi attivare processi di apprendimento.

Le persone che quotidianamente incontriamo, nel nostro lavoro e nella vita, sono permeati di emozioni, di esperienze storico-biografiche e di relazioni che ci formano e ci tras/formano e la riflessione personale e collettiva su questi elementi può aiutarci a conoscere e ri/conoscere noi stessi, ma anche gli altri con i quali ci troviamo quotidianamente a condividere tempi e spazi.

Sono emersi, così, una serie di spunti interessanti dalle storie sinteticamente raccontate dagli allievi: brevi cenni sulla propria biografia, hobby, passioni, il ricordo più bello della propria vita scolastica, il momento più difficile vissuto tra i banchi di scuola, la persona più cara del percorso scolastico, quella più odiata…. fino a quando, terminato il giro si è giunti a me e naturalmente anch’io mi sono messa in gioco, raccontando qualche pezzetto della mia ormai lunga vita scolastica e personale.

Così le prime due ore di lezione sono volate in fretta e il suono della campanella ci ha colti di sorpresa mentre forse eravamo già un “gruppo” pronto ad affrontare “insieme” il percorso di formazione e crescita del primo anno della scuola superiore.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI

Per una filosofia dei maccheroni. Prima parte: la rivolta dei vermicelli. Di Carmine CimminoSi ribellavano a qualcosa. Fu subito chiaro che era in atto una protesta. I maccheroni, i doppi e i fini, ziti, candele, linguine, spaghetti e vermicelli, tutti nati dal grano più prezioso, tutti fabbricati dalle ditte più antiche e più gloriose, tutti cotti al dente, in un modo e in una misura che anche i denti più sensibili e severi avrebbero giudicato perfettamente consoni alla musica dei tempi di cottura: tutti, insomma, proprio tutti, giacevano sul fondo della zuppiera. Sfatti. Prima si sfilacciavano come gomma da masticare e poi si incollavano l’uno all’altro fino a squagliarsi in disgustosi grumi bianchicci.

Qualcuno notò che lo snervamento e l’ammosciamento iniziavano al primo contatto con la salsa, come se i maccheroni tentassero di dire che non volevano essere né sommersi né macchiati e nemmeno colorati dalla rossa poltiglia. Ci furono scene di panico: anche gli ottimisti di professione considerarono imminente la catastrofe della cucina napoletana, se i maccheroni avessero deciso di rompere, dopo due secoli di fedeltà, un matrimonio che sembrava felice. Qualcuno arrivò a pensare che dietro ci fosse il nero disegno dei nordisti di conquistare l’ultimo baluardo del Sud sommergendo il rosso dei San Marzano nel verde del pesto, e cacciando via dalle pentole il ragù di Eduardo per riempirle con il tritume della bolognese. Ma, per fortuna, il timore si dissolse subito.

I maccheroni si ribellavano non ai pomodori in quanto pomodori, ma ai pomodori cinesi, che, chiusi in bottiglie e barattoli, interi e passati, liquefatti o a pezzettoni, avevano preso possesso degli scaffali in un gran numero di supermercati campani.

Pomodori cinesi. Non è stata una protesta razzista. La storia dei maccheroni è un impasto di umiltà e di generosità e di spiriti democratici. Vanno d’accordo con tutti, perfino con i pomodori padani. Ma non sopportano le controfigure, i surrogati, le copie. I pomodori cinesi sono pomodori cinesi, con i pomodori italiani hanno in comune vaghi tratti della forma, vaghi spunti di sapore, assai vaghi toni di colore. E il nome. Ma non il sole, non l’acqua, non i sali, non la terra, non il mistero della sfumatura d’acido che apre la porta al sapore dell’asprezza nobile e decisa. E se Arabi e Cinesi hanno inventato gli spaghetti, sono spaghetti arabi e cinesi. I maccheroni napoletani sono tutta un’altra pasta.

I maccheroni napoletani incarnano nella semola (chiedo scusa per il cozzo delle immagini, della carne e della semola) i valori della lingua napoletana e perfino l’essenza profana dei riti sacri. Lo sostiene un noto antropologo, che ha trovato il filo , un filo rosso, suppongo, che lega il rosso della salsa di pomodoro con il rosso del sangue di San Gennaro. E io vorrei srotolare questo filo fino ai vini rossi del Vesuvio, che non vedo perché devono restar fuori dal giro. I maccheroni, quelli lunghi (i veri e soli maccheroni), sono le travi su cui si regge l’ identità nostra, lo sono più della pasta corta e più della pizza, che si sono lasciate incantare dalle sirene del mondo globale e perciò si prestano a ogni gioco di cucina e a ogni condimento. Aspirano ad essere internazionali, e si troveranno apolidi, senza patria e senza radici.

Dunque, i maccheroni sono la categoria prima della nostra civiltà, la forma a priori che ci consente di costituire l’ordine del nostro mondo, l’inizio e il fine di ogni nostro percorso. Una filosofia dei maccheroni non solo è possibile, ma è doverosa: una filosofia sistematica che affronti tutte le questioni: la psicologia della conoscenza, l’etica, la morale e la politica (la rivoluzionaria dottrina politica dei maccheroni), e l’estetica. Mi si conceda questa innocente presunzione: nessuno ha mai scritto della filosofia estetica dei maccheroni. Io sarò il primo.

Una sociologia degli spaghetti venne tentata, su suggerimento di Pasquale Barracano, da sei Maestri della cultura e della penna: Giovanni Artieri, Alberto Consiglio, Giuseppe Longo, Paolo Monelli, Mario Stefanile, e Virgilio Lilli, che fu anche un grande pittore. Artieri, Consiglio e Stefanile erano napoletani; Longo era siciliano, e Lilli cosentino di nascita, ma romano di umori e di cultura.

Il modenese Paolo Monelli era padano ed europeo: proprio così scrisse Artieri, inquieto profeta. I loro scritti confluirono nel libro Spaghetti d’oro, che venne pubblicato, fuori commercio, dal Centro ricerche sulle paste alimentari. Era il 1968. Sedici anni dopo Giovanni Artieri raccontò quell’ avventura in Napoli contraffatta, in un memorabile capitolo intitolato Introduzione a una filosofia degli spaghetti, in pagine così scintillanti di intelligenza e di gusto, così dense di spunti d’ironia e di concetti seri e profondi, che quella Introduzione avrebbe meritato un seguito. Ma i sei Maestri sono stati generosi nel regalare suggerimenti e connessioni concettuali e sentimentali a chi voglia riprendere il discorso.

Alberto Consiglio osservò che i vermicelli sono una variazione, una sintesi, una elaborazione e sofisticazione del pane: candido, semplice, filiforme, comodo a trangugiarsi anche senza denti. Il vermicello è un pane che cerca condimento. È una visione romantica. Il vermicello, candido e semplice come Werther o come Jacopo Ortis, cerca quel condimento che lo esalterà e, esaltandolo, lo porterà a dissolversi: trangugiato, assaporato, inghiottito, trasformato in nutrimento vitale del corpo, in voluttà dei sensi, in piacere della rimembranza. In questo i maccheroni si distinguono da ogni altro cibo: il mangiarli non è un imperativo della fame o della gola, ma è l’atto di un soggetto che riflette su sé stesso, è un esame di coscienza.

I maccheroni vanno mangiati a testa alta: e, prima che in bocca, la forchetta deve portarli all’altezza degli occhi di chi sta per mangiarli, perché l’uno e gli altri, congiunti dalla forchetta, si confrontino . Alla prossima.

CIBI E RITI VESUVIANI

COSA FARE DOPO ATRANI (E PRIMA DI ALTRI DISASTRI)

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Non ha senso invitare i cittadini delle aree esposte a rischi ad andare via, abbandonando case, affetti, tradizioni. Semmai, va risanato il territorio, senza guardare in faccia a nessuno. Di Amato Lamberti

È stata sufficiente una pioggia abbondante a provocare un vero e proprio disastro ad Atrani (foto). Le immagini televisive, con la fiumana che trascinava auto e moto oltre a cumuli di rottami di ogni specie, sono state eloquenti: un torrente in piena ha invaso la strada e la piazzetta di Atrani travolgendo tutto quello che incontrava e seppellendo la piazzetta sotto una montagna di fango, provocando anche la scomparsa di una ragazza che lavorava come barista in uno dei locali della piazzetta. Disastro annunciato hanno titolato i giornali. Disastro annunciato hanno detto i geologi. Disastro annunciato hanno ripetuto gli abitanti della cittadina.

Anche gli amministratori del paese hanno parlato di disastro annunciato come se non fosse un loro problema quello di intervenire sulle situazioni giudicate pericolose. L’assessore regionale se l’è cavata affermando che l’80% del territorio della costiera amalfitana, uno dei luoghi più belli del mondo che attira da secoli folle di turisti, è a rischio frane e smottamenti che possono essere anche catastrofici e consigliando, quindi, agli abitanti di andarsene e cercare luoghi più sicuri da abitare. In altre parole gli abitanti di Amalfi, Maiori, Minori, Positano, Furore, Cetara, Ravello, Scala farebbero meglio a fare le valige perché non è neppure pensabile la messa in sicurezza del territorio perché le opere di ingegneria necessarie stravolgerebbero il territorio facendogli perdere il fascino ambientale e naturalistico che ha reso famosa la costiera.

Un ragionamento un po’ strano perché è chiaro che se il territorio è pericoloso per gli abitanti, lo è anche per i turisti che dovrebbero, quindi, essere anche loro invitati a cercare luoghi più sicuri. Un discorso non nuovo perché ripropone quello fatto per l’area vesuviana. Le città vesuviane non sono sicure perché il Vesuvio potrebbe anche esplodere prima o poi, perciò è meglio andarsene in luoghi più sicuri abbandonando case, terreni, affetti, tradizioni. Un invito che non è stato preso in seria considerazione dagli abitanti delle città vesuviane così come avverrà per quello indirizzato agli abitanti dei paesi della costiera amalfitana. Con questo modo di ragionare quasi tutti gli abitanti della Campania dovrebbero spostarsi perché frane, smottamenti, eventi disastrosi si sono in questi ultimi anni registrati un po’ dovunque, a Sarno, a Bracigliano, a Gragnano, ad Afragola, a Scafati, a Castellammare, a Ischia, a Ravello, nel Sannio, in Irpinia, nel Salernitano; senza contare le voragini che si aprono a Napoli e in molte altre città.

A mio avviso, il ragionamento dovrebbe essere diverso. Prendiamo atto che il territorio è stato reso insicuro dal massacro continuo di costruzioni, case, edifici pubblici e strade, che non hanno rispettato neppure le regole più elementari che impongono di costruire in zone sismica con criteri antisismici e di non costruire in zone ad elevato rischio idrogeologico. Questo massacro negli ultimi venti anni invece di arrestarsi, essendo cresciuta una consapevolezza ambientalista, è letteralmente esploso per ragioni le più diverse e non solo perché la camorra ha investito nel calcestruzzo e nelle costruzioni. Innanzitutto è esploso per colpa di amministratori che invece di frenare le speculazioni hanno chiuso gli occhi, quando non le hanno favorite per fare consenso elettorale e, molto spesso, per fare anche soldi.

Il caso di Giugliano, che ho raccontato in un precedente intervento, è emblematico: anche chi aveva il dovere di intervenire contro l’abusivismo edilizio ha preferito fare soldi approfittando del fatto che gli amministratori erano colpevolmente distratti. Oggi non si può più fare finta di niente: bisogna rimboccarsi le maniche e riparare ai danni prodotti dalla speculazione, dall’abusivismo, dall’inerzia colpevole degli amministratori.

Un lavoro di ricucitura e risanamento del territorio che non deve guardare in faccia a nessuno nella ricerca delle responsabilità, ma deve essere capace di salvaguardare i bisogni dei cittadini, dalla casa, alle strade, ai servizi essenziali. Ma anche ai diritti, dall’aria, all’acqua, alla terra non inquinate, fino alla sicurezza di poter vivere in un luogo senza essere terrorizzati se la pioggia cade un po’ più abbondante del solito.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI AMATO LAMBERTI

IL DIRITTO ALLA RABBIA

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La cronaca politica stuzzica e provoca la rubrica “La storia magra”. A 150 anni dall”ingresso di Garibaldi a Napoli, il centro sociale Laboratorio Insurgencia ha cancellato dalle vie i nomi dei Savoia e di Garibaldi. Di Carmine Cimmino

E dunque, a 150 anni esatti dall’ingresso di Garibaldi in Napoli, il laboratorio Insurgencia ha cancellato dalle vie, in nome dell’orgoglio napoletano, i nomi dei Savoia e di Garibaldi e li ha sostituti con i nomi dei briganti, e degli eroi del Sud, con i nomi limpidissimi di Peppino Impastato e di Pio La Torre. E per sottolineare la continuità dell’antimeridionalismo dei governi del Nord, gli autori della protesta hanno messo in mano alla statua di Garibaldi un vessillo della Lega (foto). L’immagine dell’eroe dei due mondi che regge la sventolante bandiera di Bossi, Borghezio e Calderoli è un documento epico della genialità con cui i napoletani, quando sono ispirati, sanno condurre la polemica: quali che siano le armi: le parole, i gesti, le immagini, le frecce dell’ironia, le spade del sarcasmo.

Significherà pure qualcosa il fatto che per almeno due secoli gli spadaccini di Napoli sono stati considerati, in Italia e in Europa, i maestri assoluti , nella teoria e nella prassi, della nobile arte della scherma, i campioni temibili del duello all’arma bianca.

I Savoia non mi sono stati mai simpatici. Poiché non so ballare, diciamo che non ho il fisico, invidio tutti (no, non proprio tutti) i ballerini piroettanti e perciò ho invidiato l’agilità di danseur del più giovane virgulto della fu casa reale: senza scandalizzarmi: chi nasce italiano nasce già vaccinato contro la meraviglia: figuriamoci chi nasce italiano e napoletano. I Savoia non mi sono simpatici perché sono nato pochi anni dopo la fine della guerra, e le prime storie che ho sentito raccontare erano storie recenti di tedeschi che, ritirandosi da Salerno verso Napoli, attraversavano i paesi vesuviani, appiccavano il fuoco alle case, massacravano, saccheggiavano.

Ricordo, è un ricordo vivo come tutti i ricordi di esperienze che orientano per sempre il modo di vedere il mondo, ricordo la dolcissima e saggia “maestra“ delle elementari metterci in fila, ogni giorno, e spalmare un po’ di formaggio fuso sulla fetta di pane che le nostre avide mani tendevano verso di lei.

Il formaggio lo attingeva da un giallo bidoncino su cui era scritto: dono dei bambini americani ai bambini italiani. E sentivo mio padre, uomo di poche parole, che aveva combattuto nei Balcani, e a cui il freddo delle montagne del Montenegro e l’impossibilità di procurarsi medicine avevano distrutto un polmone, lo sentivo parlare con rabbia di Vittorio Emanale III che durante la prima guerra mondiale non aveva impedito a Cadorna di mandare centinaia di migliaia di giovani italiani, in gran parte giovani del Sud, a farsi macellare dalle mitragliatrici austriache; che aveva abbandonato l’Italia a Mussolini; che aveva abbandonato Roma ai nazisti.

Suo nonno, Vittorio Emanuele II non si sarebbe comportato così. Il primo re d’Italia fu un uomo coraggioso: ma i suoi occhi e la sua mente, la sua parlata e i suoi gusti non andavano oltre Genova, tanto che si sentì estraneo a Firenze e a Roma, le sue capitali. E dunque, se dalle strade di Napoli scompare il nome dei Savoia, è cosa che non mi turba. Ma Garibaldi no. Garibaldi l’hanno rovinato la sua ingenuità politica e la malignità marpionesca di alcuni suoi fidi. Garibaldi disprezzava il danaro: già solo per questo merita di essere rispettato. Garibaldi ci consegnò ai Savoia, ma ci liberò da una dinastia, i cui ultimi re, dopo aver sperperato consapevolmente l’eredità luminosa di Carlo III, avviarono le genti del Sud verso quel pantano in cui ora ci troviamo. Solo Francesco II merita rispetto: perché sugli spalti di Gaeta assediata si comportò da re.

Mi fa piacere che Insurgencia abbia dato a Piazza Plebiscito il nome di Magna Grecia e alla Galleria Umberto il nome di Galleria del Mediterraneo. La Magna Grecia e il Mediterraneo sono le radici autentiche della civiltà del Sud, e Empedocle, Gorgia, gli allievi di Pitagora, Parmenide, Zenone, e i costruttori dei templi, e poi Telesio, Campanella, Giordano Bruno e G.B.Vico potrebbero ricordare, a noi meridionali prima di tutto, che il Sud ha dato all’Italia la sua cultura filosofica. Potrebbero: se li ascoltassimo. Ma quante lezioni, nei licei del Sud, si dedicano a Empedocle, a Parmenide, a Zenone, a Vico? Quanti alunni napoletani conoscono seriamente Ercolano, Pompei, e i tesori archeologici dei musei di Napoli e di Capua? La nostra identità culturale l’abbiamo smantellata noi, prima che ci pensassero gli altri.

Per rimettere in piedi la nostra dignità, non basta cancellare e scrivere nomi. La sostanza della rosa non sta nel nome della rosa. Dobbiamo venir fuori dall’ammorbante palude dell’ignoranza e della viltà, in cui siamo sprofondati. Ignoranza e viltà: non sapere cosa essere, non voler essere qualcosa. Per risorgere, dobbiamo prendere atto della realtà: le ragioni dell’economia, le trasformazioni vertiginose della civiltà industriale e gli effetti di disastrosi programmi di sviluppo hanno portato il Sud sull’orlo del precipizio: non abbiamo più fabbriche, non abbiamo agricoltura, non abbiamo strutture, non abbiamo più Università, e perfino il turismo stenta ad adeguarsi ai nuovi modelli e alle nuove tendenze.

Umberto Galimberti ha scritto di recente che la rabbia non è solo un vizio nefasto e capitale: esiste anche la
rabbia giusta, di cui parlò Aristotele e che i grandi medici antichi e perfino uno dei più grandi Padri della Chiesa, Giovanni Crisostomo, indicarono come medicina preziosa contro gli eccessi della bile nera, e dunque contro la melanconia depressiva e le infezioni del sangue. La rabbia giusta è mossa, al momento giusto, da una causa giusta: perché sia veramente giusta e perché sia una medicina veramente efficace, la dobbiamo esercitare prima di tutto contro noi stessi.

Questa crisi la stanno pagando i povericristi: i precari del Sud, gli operai del Sud, i giovani del Sud, gli alunni delle scuole del Sud, i pensionati del Sud. Questa crisi è un grande affare solo per le cricche. La gente è costretta a pagare le medicine: si vuole dimostrare che la gente è la sola responsabile della catastrofe della Sanità campana? La vogliamo fare un’analisi della Sanità, della scuola, del sistema degli appalti, delle caste degli incarichi? vogliamo farla, questa analisi, con la rabbia giusta?

Se poi è stato deciso che il Sud muoia, ci si conceda almeno il diritto di morire in pace. Nel silenzio. Lo diciamo con la voce della rabbia giusta: risparmiateci le prediche. Se nemmeno questo è possibile, almeno non mandate davanti ai microfoni, a farci la predica, i capi e i sottocapi delle cricche dei clan e delle caste: ancora odorosi di balsami, ancora bronzei del sole dei Caraibi, non ancora sazi, nonostante le copiose e continue abbuffate. Dopo una vita dedicata a far la guerra contro il qualunquismo, temo di essere diventato un qualunquista. Ma poi vedo che la sostanza della realtà coincide con le apparenze. Sono le cose di Napoli ad essere impastate di qualunquismo. È questo il vero dramma.

LA RUBRICA LA STORIA MAGRA

ADOLESCENTI AL NASTRO DI PARTENZA

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Nel mentre si aprono le scuole e tanti adolescenti riprendono il camino, ci sono temi scottanti che ci impongono di riflettere. Bisogna saper leggere e riconoscere le richieste d”aiuto che i giovani ci inviano. Di Annamaria Franzoni

Il senso di solitudine, la sensazione di essere soli in mezzo alla folla, il desiderio di essere famosi, nell’attuale società dell’apparire, la difficoltà di sentir scorrere dentro di sé la linfa vitale, il non riuscire ad essere e la conseguente, prepotente, voglia di scomparire sono gli scottanti temi di riflessione ai quali ci spingono le parole che Sarah ha scritto sul proprio profilo di Facebook prima della sua misteriosa scomparsa.

La giovane quindicenne del piccolo centro di Avetrana, in provincia di Taranto, di cui purtroppo non si hanno notizie dallo scorso 26 agosto, ha infatti dichiarato di voler sparire nel nulla e di aver, a tal fine, programmato ogni cosa.

Nel corso di questa settimana tanti coetanei di Sarah stanno facendo il loro ingresso in aula per un altro “primo giorno di scuola” nelle grandi città, in provincia e nei paesini del nostro Paese, altri l’hanno già affrontato nei giorni scorsi, ma tutti, proprio tutti, con grande emozione: molti magari hanno fatto o faranno precedere questo ingresso con un pensiero di gioia, dolore, timore, ansia, rammarico, entusiasmo in chat, rendendo la rete depositaria di torrenti in piena che il facile “invio” non frena.

Anche Sarah avrà scritto d’impulso le parole su cui gli investigatori stanno riflettendo con grande attenzione, premendo magari molto in fretta sul tasto dell’invio e dando sfogo alla propria emozionalità e proprio in quelle frasi, ora, si ricerca la chiave per ritrovarla con il massimo impegno investigativo e operativo.
Il grido d’allarme lanciato da Sarah ci richiama, allora, ad un impegno immediato: ritengo, infatti, che nelle sue parole siano individuabili chiare “istruzioni per l’uso” su come leggere tra le righe dei comportamenti, delle parole dette e non dette, delle gestualità, palesi richieste d’aiuto che denotano il disagio e malessere di tanti giovani soli nella folla.

L’appello va quindi a tutti noi, al mondo degli adulti, genitori, docenti, educatori, allenatori e a quanti entrano in contatto con il complesso mondo adolescenziale, troppo spesso superficialmente descritto come “stagion lieta”, di creare “spazi di parola”, all’interno dei quali il giovane abbia la possibilità di esprimersi nella certezza di essere preso in considerazione, sia protagonista, possa tradurre la sua emozionalità in pensieri concreti, palesandoli agli altri e al contempo a se stesso, imparando così ad essere ascoltatore attivo di sé in una produttiva condizione di condivisione e cooperazione concreta in una realtà solo apparentemente puerocentrica.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

FARSATRAGEDIA D”ESTATE

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Torna la rubrica “Lingua in laboratorio”, del prof. Giovanni Ariola. Sotto la lente dei nostri protagonisti, il mediocre teatrino della politica.

Il modo migliore per scuotersi di dosso i sapori, i colori e anche i dolori dell’estate è buttarsi a capofitto nel lavoro, vincendo il senso di stanchezza e di frustrazione che invade sempre chi riflette e valuta il proprio operato e scopre che, a fronte di un impegno notevole, corrispondono risultati modesti.

Il prof. Carlo e il prof. Eligio sono al lavoro nell’Istituto già da una settimana, da quando il buon Luigi, il custode dell’Istituto, è rientrato dalle sue ferie sacrosante, ha riaperto i battenti e arieggiato le varie sale dell’edificio, permettendo alla squadra di pulizia di svolgere il suo compito. Luigi, “il querulo custode” come lo ha soprannominato il fantasioso prof. Geremia per il suo continuo lamentarsi di tutto e di tutti, aggiungendo alla icastica definizione, per vezzo di rima, “poco vede e poco ode”, va lagnandosi al presente con chiunque gli presti paziente orecchio, del fatto da lui verificato personalmente e sperimentato sulla sua pelle, che anche le acque di Chianciano non hanno più gli effetti benefici di un tempo, “dimostrazione che siamo vicini alla fine del mondo”.

I due docenti hanno stilato un elenco di libri di nuova pubblicazione di cui proporre l’acquisto al Consiglio di Amministrazione, sicuri che anche quest’anno sarà ‘tagliato’ per l’ormai endemica penuria dei fondi.
Hanno inoltre elaborato una bozza del programma di attività per il prossimo autunno, ridotto al minimo e in verità molto striminzito per gli stessi motivi di cui sopra.
Ora, seduti al tavolo della sala lettura della biblioteca ancora deserta, sfogliano i vari quotidiani.

– A volte – confida il prof. Eligio al collega e amico Carlo – ti prende lo sconforto e ti vien voglia di non aprirli più questi giornali. Sai bene che ogni giorno sono solito, come d’altronde tu, leggere il mio giornale e dare una scorsa ad altri quotidiani, prima di iniziare il lavoro quotidiano. Ti confesso che ho provato e provo tuttora un fastidio che sta diventando insopportabile per certi tormentoni, che continuano a deliziarci da questa estate, già di per sé burrascosa e catatonica, per i vari alterchi verbali, per il logorroico battibeccarsi tra persone e gruppi e fazioni e correnti di partiti avversi e perfino dello stesso partito: finiani contro berlusconiani, veltroniani contro dalemiani, dipietrini contro tutti, fiommiani (mi si passi questo brutto neologismo = affiliati e sostenitori della FIOM) contro Marchionne, i sostenitori di Vito Mancuso contro i suoi denigratori, ammiratori della cultura alta contro quelli della cultura bassa e perfino i soliti moralisti scandalizzati contro la cantautrice Gianna Nannini “per la sua gravidanza tardiva e anomala”.

– Il fatto che si abbiano idee e opinioni differenti – lo interrompe il prof. Carlo – e che le si sostengano in dibattiti pubblici e privati è, a mio avviso, decisamente positivo. Non è vero quello che credevano e dicevano i nostri vecchi che “Cu’ tanta galle a cantà nun fa ( o schiare) maje juorno” (‘con tanti galli a cantare eppure non sorge l’alba’). Il pluralismo delle idee e delle posizioni politiche, religiose , morali etc. è il sale della democrazia e il fondamento della libertà. È anche il motore del rinnovamento. È solo dal confronto dialettico delle diversità che può scaturire la possibilità, anche e soprattutto con una più ampia conoscenza della realtà, di un progetto di cambiamento in meglio della nostra società e della nostra vita…


– Quando il confronto – osserva il prof. Eligio – non diventa scontro feroce in difesa non del bene comune, ma degli interessi di parte o persino personali….come sta avvenendo oggi e lo dimostra il killeraggio mediatico in uso ormai frequente su alcuni quotidiani….
– Sì, – concorda il prof. Carlo – e si è dovuto inventare un neologismo in ‘itanglese’ (in “Grande Dizionario Italiano” di Aldo Gabrielli) (Al termine inglese killer è stato aggiunto il suffisso agentivo italiano –aggio sul modello di linciaggio, sciacallaggio e simili) per sottolineare un cambiamento di costume…

– A dire il vero, – soggiunge il prof. Eligio – di campagne mediatiche contro uomini politici ne abbiamo avute anche in passato. Ricorderai sicuramente la serie di accuse rivolte dall’Espresso, a partire dal 1975, all’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone che portarono al suo impeachment (‘stato d’accusa’, ‘imputazione’) e alle successive dimissioni, accuse la cui fondatezza non fu mai provata.

– La differenza, rispetto a ieri, – precisa il collega – è che oggi, come hai sottolineato tu, la campagna accusatoria e diffamatoria viene costruita in modo puramente strumentale da giornalisti che operano non per amore della verità o per servire una causa ideale o ideologica bensì per difendere e proteggere gli interessi privati di una persona che è anche il loro datore di lavoro o, nel migliore dei casi, di un gruppo oligarchico (leggi: cricca, camarilla, casta) di cui lo stesso datore di lavoro è il capo (leggi: padrone). Si tratta di un vero e proprio piano per eliminare qualsiasi avversario che osi dissentire dalla volontà e dagli ordini del capo e decida di sfuggire ad un sistema di potere e di gestione della cosa pubblica decisamente privatistico e autoritario.

– Altra cosa che ho notato è la spudoratezza, l’arroganza e la sfrontatezza con le quali si conducono questi attacchi feroci, questo operare alla luce del giorno sotto gli occhi di tutti, facendo passare certe operazioni lapidatorie per politicamente e moralmente corrette….

– Mi fanno ricordare una delle “Tragedie in due battute” del simpaticissimo Achille Campanile, un autore ingiustamente considerato minore e quindi poco letto se non quasi del tutto dimenticato, di cui mi sto occupando e sul quale sto scrivendo un breve saggio. Lo scrittore romano ci presenta una compagnia di attori che sta rappresentando un “dramma passionale a forti tinte”. Alla fine dell’ultimo atto, il primo attore interrompe improvvisamente la recitazione:

“Primo attore – Fermi! Fermi!
Prima attrice – Che avviene, in nome del cielo?
Primo attore – Siamo arrivati alla fine del terzo atto, e abbiamo dimenticato di alzare il sipario!”

Al contrario certi personaggi politici di nostra conoscenza stanno recitando una vera farsatragedia disonorevole senza preoccuparsi minimamente di….chiudere il sipario. Sono infatti troppo sicuri che alla fine dello spettacolo, gli spettatori, nonostante tutto, li applaudiranno.

LA RUBRICA "LINGUA IN LABORATORIO"

IL NAPOLETANO, UNA LINGUA CHE “MANGIA” LE COSE

Sui piaceri del banchetto vi sono pagine significative che pescano nei secoli precedenti. E, sorpresa, non trattano solo di maccheroni e cotenna, ma anche di epiteti ingiuriosi al maschile e al femminile. Di Carmine CimminoCreata da un popolo perennemente affamato, la lingua napoletana “vede“ il mondo attraverso il cibo, dal cui lessico attinge immagini, metafore, modi di dire imbevuti di sentimenti buoni e di tenerezza spesso zuccherosa, si’ ‘nu babà, e anche, e forse soprattutto, epiteti ingiuriosi. Giambattista Basile ha codificato questa lingua vorace, che pare aggredire il mondo per trasformarlo in un interminabile banchetto democratico, in cui le pietanze più raffinate vanno in tavola in compagnia delle erbe che sfamano i poveri. In Nuovo Convivio, pubblicato venti anni fa, Massimo Montanari ha raccolto, da scrittori europei di quattro secoli, pagine significative sui piaceri del banchetto.

Tra gli altri, trovano posto nell’antologia il tedesco Mattia Giegher, che nel 1639 scrisse un Trattato delle piegature sull’arte di preparare tovaglie e salviette; il medico Costanzo Felici e l’aquilano Salvatore Massonio, che furono paladini, l’uno intorno al 1570, l’altro mezzo secolo dopo, delle virtù dell’insalata; Lorenzo Magalotti, che, nella seconda metà del Seicento, ricamò in versi l’elogio del candiero, cioè del sorbetto, “bevanda modernamente inventata”. Trova posto anche l’anonimo autore di un poemetto sui maccheroni stampato a Verona nel 1785, in cui Pulcinella, maschera non più napoletana, ma italica, inventa la famosa pasta maccheronica lavorandola a mano, mentre oggi, dice l’anonimo, la spreme il torchio, e in più di dodici forme diverse, e Puglia e Liguria si contendono il vanto di essere la patria di tanta squisitezza.

Come si vede, questi “padani“ sono secoli che brigano per portarci via tutto: e, se non ci svegliamo, ci porteranno via anche il nome. Forse è vero che spaghetti e maccheroni sono stati inventati in Sicilia, o in Puglia, o in Liguria: ma i napoletani ne hanno fatto il simbolo della loro identità, e aspettiamo da una vita che qualcuno ci spieghi perché e come si è formata questa totale corrispondenza tra la pasta e il carattere partenopeo. I cronisti della cucina napoletana sono un esercito, ma mi pare che nessuno abbia aggiunto qualcosa di originale alle storie raccontate dal marchese Cavalcanti, da Di Giacomo, da Croce, da Stefanile. Dopo gli storici, dopo tanti cronisti, e dopo tanti raccoglitori di ricette, serve un filosofo , uno che ci sveli i valori culturali (la psicologia del gusto, la meccanica sociale ) su cui poggia la storia della cucina napoletana.

Basile è presente nell’antologia di Montanari con la fiaba Le sette cotennuzze (Le sette cotenne di lardo): la cotenna di lardo è un cibo da “pezzenti“, che nel tempo, e nel mutare del gusto, diventa correttivo saporoso di alcune minestre. Ma più significativa della fiaba delle cotenne è la Lettera IV, il cui autore, secondo Mario Petrini, che ha curato l’edizione Laterza, non può essere che Basile. La lettera è, prima di tutto, un succulento repertorio di epiteti ingiuriosi al maschile e al femminile, alcuni dei quali rimandano esplicitamente alla cultura del mangiare. Gli uomini di poco valore sono pappalasagne, zucavroda, scampolo d’allesse, maccarone senza sale, maccarone sautame- ‘n canna (saltami in gola), scolavallane.

I primi due epiteti colpiscono la stupido attraverso la volgarità del gesto assoluto: egli pensa solo a ingoiare lasagne e a succhiare il brodo, meccanicamente, senza chiedersi da dove venga il cibo che sta divorando. È uno stupido sfaticato e parassita, uno che non affronta la realtà. In succhiabrodo c’è anche l’ingiuria oscena. L’allessa è la castagna bollita senza buccia: un cibo di poco conto, e dunque scampolo d’allesse è uno che non vale niente: l’epiteto potrebbe avere una connotazione oscena, perché allessa è anche l’organo sessuale femminile. In questo contesto, scampolo d’allessa è veramente un’ ingiuria oltraggiosa, di cui la traduzione in minchione rende solo, e vagamente, l’idea di fondo. Maccarone senza sale è uno che ci inganna con l’apparenza: a vederlo, sembra che valga qualcosa, ma alla prova dei fatti risulta un buono a nulla.

Maccarone – saltami in gola è uno che è facile prendere in giro: s’ammocca tutto, se gli dici che gli asini volano, ti crede. Scolavallane vale per gli uomini e per le donne. I vàllane sono le castagne sbucciate e bollite: vanno mangiate nel loro brodo, che non solo è squisito, ma è anche un tonico contro la fiacchezza. Dunque chi scola i vàllane è uno stupido, perché getta via il meglio.
Nella lettera anche le donne pigliano ‘o ccuttòne: vengono bastonate con una sequenza di 36 epiteti offensivi: e tra questi, votta schiattata, scummavruoccole, zandraglia.

Votta schiattata (botte crepata e sfasciata) è la donna deformata dal grasso, che si è ammassato sui fianchi e sul sedere, sull’intensità dello sguardo e sulla lucidità della mente. Scummavruoccole, “schiuma broccoli“, è la serva sciocca a cui viene affidato il lavoro più semplice, appunto quello di liberare dalla schiuma di cottura i broccoli. La “schiuma“ ispira epiteti ingiuriosi usati ancora oggi. Qualche anno, fa, su una spiaggia calabrese sentii una distinta signora napoletana affibbiare a una sua cognata, assente, l’epiteto di scumma ‘ e chiazzetta.

Usò l’espressione con l’aria di chi non si rende conto di quello che dice: lo dice perché l’ha sentito dire. La Chiazzetta era lo slargo che chiudeva via Sedile di Porto dalla parte interna, là dove ora si trova l’edificio della Posta Centrale: in quello slargo sostavano, da mattina a sera, molte prostitute “stradaiole“: così la polizia borbonica classificava le prostitute vecchie o poco attraenti, che scendevano in strada di primo mattino, alla ricerca di qualche cliente, tra i “cafoni“, soprattutto carrettieri e vatigali, facchini e “padulani“, che venivano dalla campagna. Era un mondo di miseria e di disperazione, che alcuni scrittori “minori“ dell’Ottocento hanno rappresentato con crudo realismo. Scumma ‘e chiazzetta è la donna che incarna, al livello più osceno, la degradazione fisica e morale, la schiuma, il fior fiore della prostituzione.

E veniamo a zandraglia (sandraglia). Francesco D’ Ascoli riteneva che il termine venisse dallo spagnolo andrajos, che indica i cenci: dunque, donna cenciosa. Ma è più probabile che l’epiteto, di violenta volgarità, derivi dal francese les èntrailles, le interiora degli animali macellati, che venivano vendute per qualche spicciolo a chi solo qualche spicciolo poteva spendere per riempirsi, in qualche modo, la pancia. L’analogia è chiara. L’ingiuria fu coniata dai soldati francesi di Carlo VIII, che, conquistata Napoli col gesso più che con la spada, videro, sbalorditi, che tale era la fame dei plebei che essi divoravano perfino le interiora degli animali.

A Napoli, ogni guerra ha la sua fame e il suo alimento estremo: nel 1495 les éntrailles, nel 1943 la polvere dei piselli. Nella Lettera IV è descritto anche un interessante menù da taverna: ma non c’è più spazio. Alla prossima.

CIBI E RITI VESUVIANI