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Una storia di ieri che pare una storia di oggi: il brigante Antonio Cozzolino Pilone, le vicende grottesche di tre agenti segreti infiltrati, un giudice che è cosa nostra. Di Carmine Cimmino

Dedicheremo alcuni articoli ai briganti Antonio Cozzolino Pilone e Cipriano La Gala, perché le loro storie si intrecciano con quelle della camorra vesuviana e della camorra nolana . Le “imprese“ di cui queste due camorre furono protagoniste nel secondo Ottocento sono fondamentali per comprendere tendenze, strategie e percorsi della camorra del ‘900, ma non hanno suscitato l’interesse degli studiosi, che si sono limitati e si limitano (gli studi di Marcella Marmo sono una splendida eccezione) a dare per scontato che i gruppi criminali organizzati del Vesuviano e del Nolano erano “sudditi“ della camorra di Napoli. Il che non è. Come vedremo.

Antonio Cozzolino Pilone nacque a Torre Annunziata il 20 gennaio 1824; ma i suoi genitori erano di Boscotrecase, e qui ritornò il giovane Pilone a lavorare da scalpellino. La sua spavalderia gli suscitò contro l’ostilità delle guardie urbane, e perciò il suo protettore, il capitano Antonio Caracciolo, gli trovò un lavoro a Palermo e poi lo fece entrare nell’ esercito borbonico. Pilone combatté da coraggioso a Calatafimi, dove, secondo la leggenda, avrebbe strappato una bandiera ai Garibaldini. Tornato a Boscotrecase, egli non nascose d’essere rimasto fedele a Francesco II e, spinto dal confuso sentimento di possedere il carisma di un capo e ancor più dalle sollecitazioni dei "galantuomini" del territorio, decise di combattere per il suo re. L’assassinio di Francesco Geri, ufficiale della G.N. di Boscoreale, fu l’atto iniziale della sua sfida allo Stato unitario, e l’invasione di Boscotrecase fu il momento più importante della campagna del ‘ 61.

L’invasione ebbe come prologo gustoso l’avventura di tre agenti segreti, Pietro Cerulli, guardia di P.S., il sottobrigadiere Angelo Boccabella, e l’appuntato Filippo Migliaccio, a cui il Comando Generale aveva ordinato, dopo la morte del Geri, di infiltrarsi nella banda di Pilone. Il più esperto dei tre era il Boccabella, che nei primi mesi dell’anno aveva fatto lo stesso lavoro con i briganti di Marano e di Giugliano. La mattina dell’8 luglio 1861, lunedì, l’informatore della polizia Celestino Acampora condusse i tre da Vincenzo Vangone, di Boscotrecase, sarto in Resina, e li presentò come agenti romani di Francesco II Borbone: l’accento romanesco del Cerulli rese più credibile la menzogna. Vangone accompagnò i quattro nel Bosco di Portici, a casa di un distinto signore che si vantò d’essere stato maestro dell’esule re e di presiedere un Comitato borbonico, di cui facevano parte il barone Caracciolo, il principe di Montemiletto e il principe di Ottajano.

Nel pomeriggio il drappello si recò a Boscotrecase, e qui il sarto presentò le tre spie ai più importanti sostenitori di Pilone: Ferdinando Cozzolino Martorelli, zio del brigante, l’oste Luigi Buono, il fabbricante di “telerie” Gennaro Alderisio, il quale raccontò che proprio quella mattina aveva consegnato ai briganti due pistole e molte cartucce. Gli spioni chiesero di incontrare Pilone; fu risposto che fino a qualche giorno prima egli passeggiava tranquillo per le vie dei paese, era ospite o di suo cognato Raffaele Falanga ,"uomo di agiata fortuna", o di Gennaro Lettieri, nella cui bettola si intratteneva in amichevoli colloqui con i "galantuomini" e con ufficiali e militi della Guardia Nazionale. Insieme a loro, una sera, Pilone aveva brindato con una "sciampagna", che gli era stata regalata da una sua appassionata ammiratrice, la moglie del locandiere dell’Hotel Diomede di Pompei.

Ma da qualche giorno Pilone non usciva dai suoi nascondigli. Anche altre persone avevano tentato di incontrarlo sollecitando i buoni uffici di Paolo Collaro, l’oste della Taverna del Mauro, e di sua moglie, anche lei vittima, così si diceva, del fascino del brigante: che però non aveva voluto incontrare nessuno, temendo forse una trappola, ed era rimasto sul monte con Giuseppe Jacolillo e Ludovico Perugino.

Tuttavia la garanzia di Vangone, e di Alderisio e l’accento romanesco del Cerulli rassicurarono Pilone. La sera Cerulli e Migliaccio salirono alla valle dell’Inferno (foto), e qui incontrarono il brigante. Al chiaro di luna, intorno al fuoco, si fumò, si bevve, si parlò di molte e grandi cose. Il brigante giurò che erano pronti alla rivolta 6000 uomini, però mancavano danaro, armi e "un motto d’ordine" con gli altri capi. Cerulli lo rassicurò rivelandogli d’aver portato da Roma e di aver nascosto nei pressi di Napoli molto oro e molti fucili. Si salutarono con calorosi abbracci. Ma, tornati a Boscotrecase, Cerulli e Migliaccio furono arrestati dal capitano della G.N. Cozzolino. Cosa sia avvenuto nelle ore precedenti e cosa avvenne poi, è un enigma che il giudice Costantino Fiorese non riuscì a decifrare, nemmeno quando poté interrogare il Migliaccio. Il quale raccontò che, visti i suoi colleghi in prigione, il Boccabella aveva svelato la sua e la loro identità invitando il Cozzolino a liberare gli arrestati e ad arrestare il Vangone e gli altri manutengoli.

Ma il Vangone non venne arrestato e i due agenti segreti rimasero in cella. La mattina del 9 il sindaco di Boscotrecase e il Cozzolino scortarono a Napoli il Boccabella, a cercare in Prefettura la conferma delle sue dichiarazioni. Al ritorno fecero uscire di cella il solo Cerulli; mezz’ora dopo Pilone conquistò trionfalmente il paese. Nel breve scontro le Guardie nazionali ebbero la peggio: Antonio Marano fu ucciso, Girolamo Marano fu ferito a morte, feriti gravemente furono Carmine Sorrentino e Ferdinando Rendina. I prigionieri vennero liberati e Migliaccio e Acampora si videro costretti a unirsi alla banda e a continuare a fingere d’essere borbonici e piloniani.

Migliaccio raccontò che per fingere in maniera più credibile aveva preso un fucile dalla rastrelliera del corpo di guardia e lo aveva puntato su un “galantuomo”, il quale dal balcone osservava la gente che sventolando i fazzoletti bianchi, simbolo borbonico, gridava festosa Viva Francesco! Viva Pio IX! Viva Pilone!. Ma Pilone lo aveva fermato: Non sparare. Quello è cosa nostra. Proprio così gli aveva detto Pilone, mentre si divertiva a scaricare le sue pistole sugli stemmi e sulle bandiere dell’Italia e dei Savoia: il giudice del circondario Camillo D’Avino, un giudice che tre mesi prima aveva giurato fedeltà e lealtà al Regno d’Italia, al Re d’Italia e allo Statuto, era cosa nostra.
(Fonte foto: ulyxes.it)

LA STORIA MAGRA