GLI STUDENTI RIVIVONO LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

Il 67° anniversario delle Quattro giornate di Napoli è stato rivissuto in modo particolare da oltre 50 studenti, presso l”Istituto Campano per la Storia della Resistenza. Di Annamaria Franzoni

La città di Napoli, nei giorni immediatamente precedenti all’arrivo delle forze alleate del 1° Ottobre 1943, si rese protagonista per prima, tra le grandi città europee, dell’insurrezione contro l’occupazione nazista e corre mito che durante le Quattro Giornate di Napoli la liberazione della città sia avvenuta grazie al coraggio dei suoi “scugnizzi”: la loro presenza , che si aggira intorno al 10%, su circa 2000 partecipanti, è stata sicuramente esaltata e enfatizzata dalla foto-simbolo che gli Americani diffusero allo scopo di sottolineare che l’esercito nazista fosse stato battuto da un esercito di adolescenti.

Nel corso delle numerose manifestazioni in memoria delle “giornate napoletane” due quinte classi dell’ISS "Pitagora" del Rione Toiano di Pozzuoli, il 30 Settembre scorso, sono state invitate a “ Ri-vivere le Quattro Giornate di Napoli” presso la sede dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi”, Via Costantino 25,
per commemorare il 67° anniversario di un evento poco noto alle giovani generazioni.
In una bella mattina settembrina, 27 ragazzi del Liceo Socio Psico Pedagogico e 31 ragazzi del Liceo Scientifico, accompagnati dai due docenti di Storia, prof.ssa Francesca De Simone e Andrea Buonajuto, hanno con allegria saltato un giorno di scuola per partecipare ad una lezione diversa, su di un argomento storico che ignoravano, ma che li incuriosiva.

La seconda guerra mondiale, infatti, è sì programma dell’ultimo anno, ma è oggetto di studio tardivo rispetto al mese di Settembre, ed è inutile sperare che ci sia in loro qualche lontano ricordo dalle scuole medie. Da un rapido sondaggio nelle scuole, inoltre, è emerso che pochissimi sono quelli che conoscono queste pagine di storia a noi così vicine…
Dunque un po’ istruiti velocemente, un po’ incuriositi dal luogo, erano ben disposti ad apprendere.
Tutta questa gioventù è stata accolta dalla direttrice dell’Istituto, Prof.ssa Giulia Buffardi, dal Prof. Francesco Soverina, responsabile della sezione didattica e dal Sig. Gennaro De Paola, splendido ottuagenario che con incredibile maestria ha saputo tenere i ragazzi attenti per più di 2 ore.

La sua testimonianza è stata molto più che toccante: gli allievi hanno pensato che di mestiere avesse fatto il docente, perché è stato bravissimo; invece è un ex partigiano, socio dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), più che avvezzo a portare il suo contributo nelle scuole, affinché i giovani non perdano la memoria, la fiducia nei valori, la speranza in un futuro di solidarietà, la capacità di ragionare sempre con la propria testa al di là delle fascinose e subdole mode.

È stato toccante e in alcuni momenti emozionante ascoltare i suoi racconti mentre ricordava gli esiti del primo conflitto mondiale, gli stati d’animo degli italiani quando hanno ingenuamente dato fiducia al fascismo, e quando hanno capito finalmente l’inganno al quale erano sottoposti da anni, gli eventi orribili della guerra, le sofferenze del popolo napoletano, l’eroismo di tutta una popolazione di fronte all’orrore nazista:due ore sono volate e non c’è quasi mai stato bisogno di richiamare l’attenzione di nessuno.

L’ICSR ha successivamente mostrato ai ragazzi 2 mostre permanenti, fotografiche, documentarie e pittoriche che, a suggello di quanto fino a quel momento ascoltato, hanno ancor di più impresso il significato di quegli eventi.
La lezione di storia fuori dalla tradizionale aula scolastica è stata resa possibile dalla disponibilità del Presidente dell’Istituto, Prof. Guido D’Agostino e dal D.S. Prof. Cesare Fournier che hanno reso possibile questa istruttiva lezione di vita, oltre che di storia.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI. PARTE III

Disprezzati dagli illuministi, visti con sospetto dai romantici e poco considerati dagli scapigliati, i maccheroni non ebbero fortuna nemmeno con il futurista Marinetti. Ma se potessero parlare, i maccheroni, anzi, se solo sapessimo ascoltarli: Di

Potrebbe osservare qualcuno che avrei dovuto prendere le mosse dal latino maccheronico, e da Teofilo Folengo, in cui le grasse Muse, Gosa, Comina, Strizza, Ma- felina, Togna e Pedala accendono un’ispirazione fatta di gnocchi e di polenta, di frittatine, di trippe e di frattaglie. Il latino maccheronico sa di cotenne e di lardo, di fiati densi e di sentori di sugna, e, dunque, non ha nulla in comune con la nobile e rigorosa naturalezza dei maccheroni che Artusi chiama napoletani, lunghi e coerenti con il loro calibro da un capo all’altro, distinti dalle paste, che sono rigidamente corte.

Anche sotto una coltre di parmigiano, o immersi in un lago di salsa di pomodoro, o mollemente circuiti dall’insidia della genovese, i maccheroni e le paste conservano una nuda grandezza, una catoniana simplicitas: sono una sostanza che si mostra sempre per quello che è. Una sostanza spinoziana. Ma stiamo anticipando.
Dunque, per bocca di Leopardi gli illuministi condannarono i maccheroni: ma proprio nella dura condanna ci fu una chiara legittimazione del principio che i maccheroni sono un degno argomento di gnoseologia, di morale, di etica, e mi sono permesso di aggiungere, di estetica.

Condannati senza appello da don Giacomo, maccheroni e pasta non potevano sperare nella comprensione dei romantici. L’ eroe romantico, pallido, esangue peggio che se fosse succhiato ogni giorno da Dracula, lunare e chiagnaruso, non riesco a immaginarlo intento a mangiare maccheroni e pasta con quella inflessibile concentrazione che ziti, penne, maltagliati e vermicelli pretendono dai loro devoti e in cui Filippo Sgruttendio, misterioso e ammirevole poeta, naufragava fino al punto di chiedere a Dio la grazia di una metamorfosi estrema: se Narciso è stato tramutato in fiore, io voglio diventare Maccherone.

Dunque, i romantici non ce li vedo, a consumar zuppiere di pasta: e tuttavia, la storia degli Italiani mi costringe a non escludere che anche i romantici, dopo aver ostentato in pubblico, urbi et orbi, il loro antimaccheronismo, si ritirassero di corsa in stanze segrete, e gettatisi in ginocchio davanti a piatti colmi di ziti al ragù, implorassero il perdono per la loro viltà, e, perdonati, e armati di forchetta, si lanciassero nella mischia vorace, a mangiar montagne di maccheroni fino all’ultimo maccherone. Se i maccheroni potessero parlare: mi correggo: se sapessimo ascoltarli, apprenderemmo innumerevoli storie di ipocriti e di doppiogiochisti: quanti ne hanno visti, e ancora ne vedono, i maccheroni, quante volte hanno protestato contro il commento del pubblico: s’è vvenduto pe’ nu piatto ‘e maccarune. Fanno bene a protestare, i maccheroni: è offensivo, per loro, essere accostati agli opportunisti e alle banderuole.

La dignità dei maccheroni può essere macchiata da sughi e salse, ma non dalla bava di chi si vende come vacca al mercato delle vacche. I farenielli che zompano da una bandiera all’altra, prontamente, lietamente, senza dolori di pancia e senza rimorsi, i perogliosi sbrevognati che portano la stessa maschera sulla faccia davanti e sulla faccia di dietro meritano di essere accostati non ai maccheroni, ma alle polpette e alle braciole di cotica, a cui, del resto, le loro due facce assomigliano: purpettari e arravogliabraciole. Il napoletano ha il nome adatto per ogni specie di uomini. Per fortuna.

Disprezzati dagli illuministi, visti con sospetto dai romantici, i maccheroni non trovarono sostegno nemmeno in Igino Ugo Tarchetti, lo scrittore scapigliato che sotto il tricolore dell’Italia unita combatté contro i briganti campani e lucani, e ebbe il coraggio di dire e di scrivere che i soldati italiani si comportavano, nelle terre del Sud, non da liberatori, ma da conquistatori. Pagò il suo coraggio con l’ostilità della casta militare e dei clan della politica, e continua a pagarlo con l’ oblio. Non è un grande scrittore, ma la fama sorrise e sorride a pennaioli che non valgono nemmeno un tacco dei suoi stivali: fu un coraggioso, e noi italiani non abbiamo né rispetto né pietà per i pazzi che si permettono di avere coraggio.

Un notevole racconto di Tarchetti, Un suicidio all’inglese, si apre con la scena del protagonista, il capitano Gubart, che nella sala da pranzo dell’ albergo Diomede a Pompei – l’ostessa era una delle amanti del brigante Pilone – sta divorando beccacce allo spiedo. Il capitano, che per certi versi è Tarchetti stesso, incomincia a intessere con il Vesuvio un silenzioso colloquio, fatto di solitarie arrampicate e di lunghe meditazioni e di copiose libagioni di vino alicante. Infine, vinto dalla disperazione per un amore non corrisposto, egli si uccide lanciandosi nel cratere del vulcano. Tarchetti ha colto perfettamente le intime corrispondenze che si intrecciano nello spirito delle cose: uno che tra le rovine di Pompei divora beccacce allo spiedo e tra le rocce del Vesuvio si ubriaca con vino spagnolo, è un suicida credibile; se avesse mangiato maccheroni e bevuto lacrima e falanghina, non si sarebbe ucciso, e men che mai per il no di una donna.

Poi ci fu l’attacco dei futuristi, il più duro, condotto dal loro capo in persona, Filippo Tommaso Marinetti, che tra il 1930 e il 1932 elaborò, con Luigi Colombo Fillia, teoria e ricette della cucina futurista. Ma prima di costruire il nuovo, Marinetti tentò di demolire la tradizione, e, dunque, i maccheroni, che ne erano il simbolo supremo. La guerra ai maccheroni il Marinetti venne a dichiararla proprio a Napoli, in una delle osterie più famose, i Due leoni. Mentre i camerieri correvano tra i tavoli a piazzare davanti ai clienti affamati piatti di pastasciutta e bottiglie di Gragnano e di Recupo, il capo dei futuristi lanciò l’ anatema contro i maccheroni, dichiarandoli nemici mortali della modernità dinamica, della velocità fascista, della rivoluzione permanente, e accusandoli di produrre lentezza di spirito, banalità, scetticismo, e corpi troppo floridi e pance prominenti e volumi di adipe.

Contro il piatto di maccheroni venivano schierati le audaci aereovivande della cucina futurista, e cioè portate di frutta (poca) e verdura (pochissima), che i commensali dovevano mangiare futuristicamente, e cioè accarezzando con la mano sinistra pezzi di carta vetrata e panni di raso e di velluto: i tocchi, le carezze e la forma stesso del tavolo, inclinato in modo da suggerire vagamente la forma di un velivolo, avrebbero prodotto l’impressione tattile del movimento. E venne schierato il carneplastico, che era una polpetta di carne a forma di tubo, ripiena di verdure cotte – una decina di tipi diversi-, e vennero schierate altre amenità.

Gli italiani reagirono alle proposte di Marinetti e Fillia come avevano reagito i napoletani la sera del comizio ai Due leoni: continuando a mangiare maccheroni: imperturbabili, questi, i maccheroni, e quelli, i napoletani che li mangiavano. Piace ricordare che il rivoluzionario Marinetti fu un rivoluzionario all’italiana: combattendo contro tutte le Accademie divenne Accademico d’ Italia. Piace sospettare che durante i banchetti dell’ Accademia abbia divorato non solo polpette e braciole di cotica, ma anche piatti di maccheroni, e piace immaginare che i maccheroni gli abbiano riso in faccia. I maccheroni sono pazienti, come notò Prezzolini, sanno aspettare e gustare la vendetta. Alla prossima. 
 

PARTE PRIMA
 

PARTE SECONDA

LA CHIESA DI NOLA E I RIFIUTI NEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

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La preziosa testimonianza di Don Aniello Tortora, che ha partecipato alla veglia presso Boscoreale, insieme alla popolazione che contrasta l”apertura di una seconda discarica. “La protesta è sacrosanta”.

Ho partecipato, insieme a tantissimi, alla Veglia di preghiera di solidarietà alle popolazioni di Boscoreale e di Terzigno, in lotta per non far aprire una seconda discarica (la megadiscarica di Cava Vitiello) al Parco Nazionale del Vesuvio.
Moltissima la gente, più di venti sindaci del vesuviano, applauditissimo l’intervento del nostro Vescovo. Così ha detto:

“Non possiamo tacere, non possiamo sentirci responsabili di scelte che penalizzano noi e i nostri figli. Diciamo un grande NO alla morte e un grande Sì alla vita, alla salute, al progresso economico, al turismo. La nostra indignazione è segno di dignità e di coraggio di sognare. Non vogliamo fare barricate, vogliamo solo che ci ascoltino. Questo territorio deve ritornare ad essere quello che Dio e i nostri padri ci hanno consegnato e che noi dobbiamo custodire per consegnarlo bello alle future generazioni. Noi non siamo un popolo di gente violenta, di gente faziosa o strumentalizzata da ideologie o dalla criminalità organizzata. Siamo gente onesta che rispetta le istituzioni e il bene comune”.

“Siamo solo stanchi di promesse e di tante parole, di tanti soldi spesi inutilmente. Vogliamo solo continuare a sperare. Dio illumini le menti e le coscienze di chi ha responsabilità nazionali e regionali”.

Parole forti, dure. Da vero pastore che ha a cuore la cura delle pecore affidategli e il territorio nel quale vivono.
Ma sulla questione voglio fare alcune considerazioni. Si sta sversando da tempo nella due discariche ai piedi del Vesuvio, destinato a Parco nazionale, una delle zone più belle del nostro territorio. Tale sversamento è stato deciso, anche contro la volontà della gente del luogo, per affrontare l’ennesima emergenza-rifiuti, frutto di mancanza di vera progettualità. Il problema, che anche attraverso interventi politici e notizie dei mass-media appariva essere definitivamente risolto, purtroppo non solo si ripresenta insoluto, ma addirittura aggravato, anche perché l’inceneritore di Acerra non funziona a pieno regime.

Nelle due discariche vengono sversati rifiuti senza alcun controllo: altamente tossici, speciali, indifferenziati, il famoso “tal quale”. Giustamente la popolazione, cosciente di quanto sta accadendo, è angosciata per il forte inquinamento del suolo, dell’aria, delle falde acquifere, che
incide negativamente sulla salute di tutti e particolarmente delle fasce più deboli.
Bisogna, inoltre, tenere presente anche l’aspetto socio-economico: in una zona dove il tasso di disoccupazione è altamente elevato e dove i giovani sono costretti ad emigrare per mancanza di lavoro, non si può accettare un’ulteriore mortificazione o una morte sociale lenta, a causa dei veleni che stanno uccidendo la più importante risorsa del territorio: l’agricoltura e i prodotti tipici, conosciuti in tutto il mondo.

La protesta è sacrosanta e non è nel modo più assoluto influenzata o originata da presenza camorristica. Dire che dietro la protesta c’è la camorra è solo creare un alibi per nascondere le carenze o le inadempienze delle Istituzioni.
Da anni la Chiesa di Nola, denuncia questo stato di cose, inascoltata. È la raccolta differenziata e l’educazione alla sobrietà la strada maestra che tutti dobbiamo percorrere per arrivare ad una soluzione del problema in Campania. La Chiesa farà sempre la sua parte, per assicurare ai figli di questa bellissima terra, giustizia, pace, custodia del creato. La manifestazione di mercoledì sera a Boscoreale è stata bellissima, per partecipazione e per i contenuti.

Solo, a mio avviso, una nota stonata: alla conclusione della veglia il sindaco di Boscoreale, ringraziando tutti, ha comunicato che aveva appena ricevuto una telefonata dal sindaco di Terzigno, il quale gli aveva detto che, avendo parlato con Berlusconi a Roma, il premier si era impegnato a non far riaprire la seconda discarica. Addirittura sarebbe venuto lui in persona, a dare la notizia ufficiale a Terzigno, nel giro di cinque o sei giorni. A me questo annuncio è sembrato, come a tanti, uno spot da campagna elettorale, che in Italia continua sempre, anche dopo le elezioni. Agli amministratori locali, e quindi anche al sindaco di Terzigno, chiedo di interrogare seriamente la propria coscienza.

Avrà qualche responsabilità anche lui, per aver permesso di aprire una discarica nel cuore del Parco nazionale del Vesuvio, come ha affermato il Ministro La Russa nel collegamento da Terzigno durante la trasmissione Annozero? Forse, per fare un favore alla sua parte politica, o, chissà! Ma, comunque, svendendo un territorio, per incassare la “quota ristoro”(miliardi di euro!) per il disturbo, e, come hanno fatto altri primi cittadini prima di lui, utilizzarlo, poi, come serbatoio di consenso elettorale?
In questa vicenda, come per quelle passate, ci sono delle verità che dobbiamo avere il coraggio di denunciare. È soprattutto questo il compito della chiesa.
(Fonte foto: Repubblica.it)

INCAPACITÁ ED ANZIANITÁ: QUANDO LA VITTIMA É IN CASA DI RIPOSO

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Non sono rari i casi di raggiri e inganni a danno di persone incapaci o anziani, collocati in case di riposo o di cura, da parte di chi dovrebbe prestare loro cura e assistenza. Di Simona Carandente

Il grandissimo interesse dimostrato verso il tema della circonvenzione di incapace mi impone, necessariamente, di tornare sull’argomento, affrontandone nuovi e differenti punti di vista.
In particolare, se i reati commessi in danno di incapaci ed anziani suscitano particolare clamore quando avvengono in ambito familiare, ben peggio accade quando questi, ed altri soggetti "deboli", rimangono vittima di persone estranee senza scrupoli, specie in condizioni per essi di minorata difesa.
Tale è, ad esempio, il caso degli anziani collocati in case di riposo o di cura, luoghi dove questi vengono sistemati, talvolta anche per propria scelta, per sopperire alla mancanza di qualcuno che, giorno e notte, possa prendersi cura di loro in un ambiente pseudo- familiare.

Con il passare del tempo, difatti, è facile ed inevitabile che gli anziani leghino tra loro, stringendo anche forti legami con gli infermieri ed il personale che li ha in cura ogni giorno, i quali diventano persone di famiglia, dei quali fidarsi pienamente e ciecamente.
Tempo fa, due coniugi di mezz’età si sono rivolti al legale per venire a capo di una questione che, apparentemente, aveva dell’incomprensibile.
I due, difatti, qualche tempo prima erano stati nominati tutore ed amministratore di sostegno di M., sorella della signora ed afflitta da sempre da gravi patologie mentali, allo scopo di amministrarne il patrimonio e tutelarne gli interessi senza scopo di lucro.

Un giorno, nella posta della povera M. i coniugi trovano una strana lettera: è di una società finanziaria, fa esplicito riferimento all’acquisto di un’autovettura ed è destinata, verosimilmente, sia ad M. che ad un giovane dal cognome già noto.
Ai coniugi appare insolito che M. possa avere acquistato un’auto, visto che è da anni in cura presso una casa di riposo ed è, ovviamente, impossibilitata del tutto a guidare qualsivoglia mezzo.
In breve la questione viene portata all’attenzione del giudice tutelare, che decide di denunciare il fatto, visto che M. è rimasta vittima di un vero e proprio raggiro: confidando, difatti, sul suo stato di solitudine e sulla sua naturale vocazione ad aiutare gli altri, il gestore della clinica, tale A., l’ha indotta a firmare una garanzia per il finanziamento di una grossa somma di denaro, servitagli per acquistare un auto di grossa cilindrata.

Probabilmente, il caso di M. potrebbe essere inserito nei manuali di diritto penale come l’ esempio classico del reato di circonvenzione di incapace (art.643 c.p.); ai fini della sussistenza dello stesso non è, difatti, necessaria l’esistenza di una pronuncia legale di incapacità, essendo anzi l’eventuale interdizione liberamente valutabile dal giudice; la violenza adoperata per trarre in inganno la vittima può essere anche blanda, oltre che solo morale, dovendo far si che il soggetto passivo non abbia più margini o possibilità di scelta; inoltre, cosa più importante, quello di cui all’art. 643 c.p. è un reato di pericolo, che quindi si concretizza anche con la sola messa a rischio del patrimonio della vittima, senza che questi abbia a subire un effettivo "impoverimento" dall’azione altrui.

Nonostante un’accanita difesa di controparte, il processo penale ha superato il vaglio dell’udienza preliminare ed è attualmente a giudizio. Del resto, grazie all’intervento del giudice tutelare, del tutore e dell’amministratore di sostegno il fatto è rimasto sporadico ed isolato, facendo sì che la povera e sfortunata M. potesse vivere in pace gli ultimi anni della sua vita. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

APPROFONDIMENTI

I DELINQUENTI TRAVESTITI DA DISOCCUPATI ORGANIZZATI

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Parte del caos sui rifiuti nella città di Napoli è studiato ad arte. L’obiettivo è ottenere l”assunzione definitiva dei soci di una cooperativa di ex-detenuti. Leggete cosa accadde nel 1975: Di Amato Lamberti

Sono mesi che il territorio della provincia di Napoli, e, per la verità, anche quello di Caserta, vede crescere i cumuli di rifiuti che giacciono abbandonati ai lati delle strade, sotto i ponti delle autostrade, della circumvallazione, dell’asse mediano. Se poi si lasciano le strade statali e ci si avventura per quelle provinciali e comunali si scoprono cumuli di rifiuti non rimossi da anni che si vanno trasformando in collinette dove anche gli alberi, oltre che i rovi, hanno attecchito con grande rigoglio di foglie e di fiori. Una situazione che si trascina da anni perché non si capisce bene chi debba provvedere: i Comuni sostengono che tocchi alla Provincia; la Provincia sostiene che spetti ai Comuni la raccolta dei rifiuti anche lungo le strade al di fuori dei centri abitati.

Il risultato sono i cumuli di rifiuti che il vento e la pioggia trasformano e nascondono sotto una coltre di cespugli spinosi di more, di felci, di piccoli e grandi alberi. A osservare con attenzione, non dico a scavare, si scoprono residuati di prodotti che non sono più da anni sul mercato e che testimoniano, meglio del Carbonio 14, l’età del giacimento. Naturalmente di questi rifiuti accumulati nelle discariche stradali lunghe anche decine di chilometri non ne parla nessuno. Bastano pochi cumuli di rifiuti accatastati ad arte in alcune zone simboliche del Centro di Napoli per scatenare televisioni, radio, giornali sull’emergenza rifiuti a Napoli. È vero che bastano due giorni di sciopero dei netturbini per vedere la città sommersa dai rifiuti, ma alcune domande sorgono spontanee. Come fanno ad accumularsi tanti rifiuti solidi urbani a Piazza Trieste e Trento visto l’esiguo numero di famiglie residenti?

Vuoi vedere che dai Quartieri Spagnoli tutti corrono, non credo spontaneamente, a depositare i sacchetti di spazzatura nella piazza su cui si affaccia la Prefettura? L’altra sera mi sono fermato per meno di mezz’ora e ho visto almeno trenta ragazzi che arrivavano in motorino con uno o due sacchetti di mondezza, li buttavano nel mucchio e risalivano di corsa per i vicoli da cui erano discesi. Organizzazione spontanea per evitare di intasare vicoli troppo stretti con cumuli di immondizia? Forse che si, forse che no. Qualcuno dovrebbe verificare, perché anche per tutta via Toledo accade la stessa cosa. Le strade a Napoli si riempiono di colpo di cumuli di spazzatura, nemmeno fosse passato un ordine tassativo per televisione delle autorità sanitarie o del Sindaco: "nessuno trattenga neppure per poche ore i sacchetti di immondizia in casa. Sversarli immediatamente sui marciapiedi delle strade principali."

In tutte le città d’Italia, anche nel Mezzogiorno, per vedere sacchetti della spazzatura per le strade, occorre almeno una settimana di sciopero degli addetti alla raccolta dei rifiuti. La gente, invitata o meno dalle autorità, trattiene le buste dei rifiuti in casa, sui balconi, fino a quando il servizio riprende regolarmente. A Napoli, basta l’annuncio di uno sciopero a breve per scatenare una gara a chi butta più sacchetti per la strada, non sotto casa, ma in zone di grande visibilità, davanti alle scuole, ai monumenti, ai palazzi degli uffici pubblici, nelle piazze frequentate dai turisti, nelle strade dello shopping, quasi scattasse una regia preparata da lungo tempo per dare rilievo ed importanza allo sciopero anche di un piccolo numero di dipendenti.

Nell’ultimo caso, ancora in corso, di situazione di emergenza rifiuti i dipendenti che hanno incrociato le braccia sono i soci di una cooperativa di ex-detenuti, la Davideco, che grazie al loro sponsor politico, hanno ottenuto in subappalto, peraltro vietato dalla normativa, la rimozione dei sacchetti in due quartieri centrali di Napoli. Il motivo della protesta, con corollario di incendio di autocompattatori e camion, oltre a minacce ad autisti ed altri operatori ecologici, sta nel fatto che essendo interinali non sarebbero stati riconfermati al termine dei quattro mesi di contratto. Fatto largamente prevedibile dalla società Enerambiente nel momento dell’assunzione temporanea: a Napoli anche i Lavori socialmente utili da temporanei si sono trasformati in definitivi.

Oltre a mettere in galera, anzi a rimettere in galera, visto che si tratta di ex detenuti, magari indultati, i facinorosi che bloccano una città, oltre a rovinarne l’immagine e a commettere un’altra infinità di reati, bisognerebbe mettere in galera anche i dirigenti della società che non solo hanno contravvenuto alla legge che vieta i subappalti, ma che, insieme ai loro referenti politici, hanno preparato la bomba che sapevano che sarebbe sicuramente esplosa e avrebbe portato all’assunzione a tempo indeterminato dei loro protetti, intanto assunti con un contratto interinale di quattro mesi.

Fare una graduatoria su chi è più delinquente in questa faccenda non è facile, ma vedrete che dopo molte chiacchiere il risultato sarà quello programmato: l’assunzione a tempo indeterminato dei soci della Davideco. D’altra parte, non c’è da meravigliarsi, queste cose a Napoli succedono da più di trent’anni, a mia memoria. Chi ricorda più che, nel 1975, almeno 1500-2000 ex-detenuti furono assunti nella Sanità a Napoli con la qualifica di infermieri professionali, conseguita dopo un corso fasullo di trenta giorni? Non gli bastava l’assunzione come operai e portantini; inscenarono proteste violente che bloccarono gli ospedali cittadini ed ottennero l’inquadramento che assicurava loro uno stipendio più elevato, ma condannava gli ospedali napoletani a quella disorganizzazione nella quale ancora oggi si trascinano.

Potremmo continuare a lungo, ma è grave che una città intera, grande come Napoli, sia praticamente ostaggio di gruppi di delinquenti che hanno scoperto e brevettato il modo certo per essere assunti dal Comune, dalla Regione, dalle aziende pubbliche: mettere sotto pressione le istituzioni, bloccare il traffico, rendere impossibile la circolazione anche attraverso blocchi stradali, incendio di cassonetti, di autobus pubblici; intimidire la popolazione creando disordini, scontrarsi violentemente con le forze dell’ordine, procurando danni a vetrine ed esercizi commerciali, fino a rendere la situazione cittadina talmente insopportabile da richiedere provvedimenti che servano a ristabilire l’ordine pubblico.

Questi provvedimenti sono l’assunzione a tempo indeterminato di questi delinquenti, mascherati da disoccupati organizzati, in Enti e Aziende, generalmente già sovraccariche di analogo personale, dove nulla devono fare se non percepire uno stipendio con tanto di premi di produttività e ore di straordinario. Storia vecchia, l’aveva notata all’inizio del 900 un gentiluomo piemontese, il senatore Saredo, mandato dal governo a verificare la situazione a Napoli, che a questi movimenti ha dato l’unico nome che meritavano e meritano: camorra.

CAMORRA E POLITICA

LE MALFORMAZIONI CHE HANNO FATTO NASCERE MALE LO STATO ITALIANO

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Il brigante Antonio Cozzolino Pilone nel 1861 invase Boscotrecase; nel 1862 Terzigno. Le due vicende sono un documento concreto del fatto che lo Stato italiano nacque male. Di Carmine Cimmino

A chi gli chiedeva perché lo Stato, con i suoi potenti mezzi, non riesce a vincere la partita con le organizzazioni criminali il giudice Ayala, l’amico di Falcone e Borsellino, rispose che la partita tra lo Stato da una parte, e la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta dall’altra è “una partita truccata“, poiché giocatori ufficialmente schierati nella squadra dello Stato in pratica giocano a favore degli avversari, non marcano, non difendono, anzi spesso fanno volontariamente autogol.

La banda di Antonio Cozzolino Pilone invase Boscotrecase il 9 luglio 1861 e Terzigno il 25 marzo 1862. Le due vicende sono un documento concreto e inconfutabile del fatto che lo Stato italiano nacque male, con difetti organici che sono la causa prima dei drammatici problemi di oggi. Le malformazioni vennero prodotte non dal caso, ma dalla maligna volontà degli uomini e dall’intreccio di interessi illegittimi, che corruppero, alle radici, le nuove istituzioni. Dopo l’invasione di Boscotrecase, le forze dell’ordine fecero, alla cieca, una retata di sospetti sostenitori di Pilone, che vennero interrogati da Carlo Cipolla, allora commissario di polizia, diventato poi giudice istruttore.

Nei verbali è fotografato un pezzo di vita quotidiana di un paese vesuviano, ed è descritto il dramma degli umili, i quali in tanta confusione hanno una sola certezza: chi era incudine, è rimasto incudine, chi impugnava il martello, continua a impugnarlo. Munno era, e munno è. Alcune deposizioni, ingenue, amare, percorse dall’ironia istintiva dei povericristi, hanno la vitalità e la bellezza di una pagina verghiana.

Antonio Matrone fu arrestato dalla polizia perché in paese lo chiamavano Macera: e Macera era il soprannome anche di Antonio Carotenuto, guardia del corpo di Pilone. Testimoniò a favore del Matrone Antonio Panariello, di anni 42, "maestro calzolaio". Egli raccontò che l’arrestato “era stato sotto di lui per apprendere il mestiere”, poi era andato soldato a Messina, ma nel ’60 si era unito alle truppe di Garibaldi: poi, tornato in paese, aveva ripreso a lavorare alle dipendenze del Panariello. Il giorno dell’invasione stavano tutti e due a risuolare scarpe fuori della bottega, ma, non "appena si udirono grida e un terrorismo generale", il Panariello, sua moglie, il Matrone e l’avvocato Antonio De Falco di Boscoreale, loro cliente, si chiusero in casa, dopo aver messo in salvo "il pancariello" del maestro e le “prussiane” dell’avvocato.

E rimasero chiusi in casa per due ore, senza mettere il capo fuori. Il De Falco "ricordò felicemente" che i fatti erano andati proprio così. Vincenzo Tedesco di anni 40, negoziante, negò d’aver sventolato un fazzoletto bianco, mentre Pilone percorreva in trionfo le vie del paese, e chiese al giudice di non prestare più ascolto alle calunnie dei suoi nemici: i manutengoli di Pilone andavano cercati proprio tra le Guardie Nazionali. Ma anche tra importanti "galantuomini", come Raffaele Falanga, "uomo di agiata fortuna" e cognato del capobanda, e i cavv. Ferdinando e Nicola Caracciolo: lo dichiarò Domenico Vangone, lattaio, padre del Vincenzo che abbiamo già conosciuto. Aggiunse, il Vangone, che tutti sapevano a Boscotrecase che le Guardie Nazionali erano alleate dei briganti e questi e quelle si incontravano nella bettola di Gennaro Lettieri Ciliento.

Lo sapeva anche Vincenzo Falanga, tessitore di 30 anni, a cui Carlo Cipolla domandò:" Perché siete stato arrestato?" e il Falanga rispose che questo non lo sapeva; però voleva che qualcuno glielo spiegasse: lo avevano arrestato mentre usciva di casa "sulla via nuova, poiché non potendo fatigare per essersi guastato il telaio", aveva deciso di andarsene in campagna. Invece il tessitore Francesco Montuori uscì di casa ai primi spari, per cercare "i piccoli suoi figli", ma incontrò prima un brigante, che, puntandogli il fucile sul petto, gli gridò di non fare un passo, e poi, andati via gli invasori, si imbatté nei soldati, che lo ammanettarono. Giovanni Pisacane, facchino, riuscì ad autoarrestarsi. Nell’ora fatale dell’attacco, egli “stava passeggiando” il cavallo di padron Crescenzo Sansone; all’improvviso vide e sentì un tumulto di grida e di folla, e, abbandonato il cavallo al suo destino, si rifugiò in casa della madre.

"Come è avvenuto il vostro arresto?" gli domandò il Cipolla, e il facchino rispose: "il giorno appresso all’avvenimento, ebbi commissione dalla G.N. di raggiungere la forza che accompagnava gli arrestati e dire al capo di essa che la G. N. mi spediva ad esso. Il capo della forza mi disse: va bene e mi licenziò, ma dopo che mi ero allontanato un trarre di fucile, fui di nuovo richiamato e arrestato".

Fu arrestato anche Giuseppe Capua, di 52 anni, proprietario, che era stato, sotto i Borbone, capo urbano, e aveva arrestato Pilone "per possesso di arma vietata." Da lui Cipolla si aspettava, forse, notizie di prima mano sulla banda e sui manutengoli. Ma il Capua, dopo aver diffuso sospetti intorno al Falanga cognato di Pilone, “molto agiato e avarissimo”, non disse altro, se dobbiamo credere agli atti ufficiali. Gaetano Marotta, di 28 anni, tessitore di Ottajano residente in Boscoreale, passeggiava sul confine di Boscotrecase, quando sentì colpi d’arma da fuoco e un vocio "di grida lontane e indistinte". Temendo che si fosse accesa una rissa tra quelli di Boscotrecase e gli abitanti dell’Oratorio e che vi fosse coinvolto il fratello Giuseppe, anche lui tessitore e G.N., accorse a vedere; il fratello, però, stava in casa, e cercava di convincere la moglie a lasciarlo uscire in strada.

Ma non la convinse, e non uscì. Gaetano, tranquillizzato, tornava a casa quando incontrò i soldati , che lo arrestarono. Col sarto Giovanni Vangone il Cipolla non fu costretto a insistere. Il buon uomo gli confessò, a stento frenando lacrime di stizza, che dietro Pilone c’erano i fratelli Caracciolo, Giuseppe de’ Medici, molti galantuomini di Ottajano, tutta la G.N. di Boscotrecase, i Matrone, Antonio Carotenuto Macera.

“Una sera sono andato a comprare formaggio nella bettola di Gennaro Lettieri, e li ho trovati tutti lì, i manutengoli boschesi, che invitavano Pilone a sedersi al loro tavolo facendogli mille carezze. E ora arrestate proprio me, che ho combattuto con Garibaldi. Sono vittima delle mie rendite: i guadagni di sarto, la pensione della nonna centenaria vedova di un impiegato, lo stipendio della zia nubile, maestra pubblica: quanta invidia e quante calunnie mi procurano: e con le calunnie l’odio di coloro che comandano qui, gente ladra, intrigante, tiranni del popolo, i quali mantengono il malcontento e temono che i poveri e i tranquilli cittadini possono parlare delle loro opere“.
(Fonte foto: Fabbri Editori)

LA STORIA MAGRA

IL CIRCLE TIME: UN INFINITO NEL QUALE POTER COLLOCARE OGNI COSA

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Ecco come una metodologia può favorire la comunicazione e “rompere” il vetro che separa gli uni dagli altri. Di Annamaria Franzoni

La “restituzione” dell’attività svolta nel mio primo giorno di scuola con i Giovani liceali in entrata nel Liceo Mercalli di Napoli mi è giunta con le loro produzioni scritte nelle quali hanno raccontato l’esperienza del loro primo Circle Time.
Il ruolo della “restituzione” può essere definito un dispositivo pedagogico fondamentale per comprendere l’andamento, anzi in questo caso l’avvio, di un lavoro partecipato. In genere è colui che gestisce il gruppo ad operare, quando è possibile con l’aiuto di un osservatore, una sorta di registrazione dei dati salienti dell’incontro sia dal punto di vista contenutistico, che emozionale, di quanto viene espresso da un singolo nell’ambito dell’attività condivisa.

Nell’esperienza che vi riferisco, invece, ho capovolto la situazione dando voce a tutti e ascoltando come ciascuno dei ragazzi avesse vissuto l’avvio del nostro “percorso insieme”.
Comunicare le proprie emozioni è uno dei bisogni primari dell’uomo: dagli scritti dei ragazzi, letti dai singoli autori al gruppo, è emerso come la comunicazione, nata nell’ambito del nostro “cerchio”, abbia rappresentato il primo punto di contatto tra individui, accomunati inizialmente solo dalla sorte di essere stati inclusi in uno stesso elenco e che si sono messi in gioco, interagendo con gli altri e raccontando “pezzetti” della propria vita.

L’esigenza evolutiva di conoscere tutto quello che è diverso e separato dal sé, tipica dell’adolescente, ha favorito la comunicazione e l’ascolto, la relazione e la condivisione con l’altro, aprendo il mondo di ciascuno ai tanti altri possibili, comprendendo e lasciandosi comprendere.
Fino a quel momento, ci ha detto Laura, ciascuno era protetto da un vetro e restava indifferente, dopo ha visto il gruppo-classe, i suoi compagni. Per Antonio è stato un momento di pausa in cui ha ricevuto risposte concrete a tutte le sue domande. Luigi ha trovato lo spazio per raccontare un’ingiustizia subita nella scuola. Alessandra, che aveva vissuto nell’ambito del Progetto “Scuole Aperte” un’esperienza simile, ha vissuto nello spostamento fisico dei banchi la creazione di uno spazio emozionale condiviso.

Asia e Claudia, dopo un avvio contraddistinto da forti emozioni, hanno collocato in quello spazio vuoto un po’ delle loro storie. Uno dei concetti chiave emersi dagli interventi di Luciano, Alberto, Gabriele e Bruno è stato che il circle Time consente di sentirsi uguali, di non essere solo alunni, ma persone che parlano tra loro in un momento delicato della loro esperienza scolastica. Tante ancora sono state le riflessioni splendide che i ragazzi hanno riferito, ma concludo riferendo le parole di Giuliano che ha paragonato il cerchio ad un “infinito”nel quale poter vedere e collocare ogni cosa.

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BISOGNA COMBATTERE LA COMUNITÁ ANTIPOLITICA

Siamo di fronte ad un passaggio importante: da una comunità ideologizzata e politica ad una che è l’esatto suo contrario. In questo spazio si annidano i mali della società. Di Michele Montella

Descrivere senza schematismi, né corrette prudenze la decadenza morale del nostro paese, collocandola nel generale declino economico e culturale dell’Occidente, è un dovere morale. Solo vent’anni fa ci sentivamo una cittadella di sicurezza e di benessere, paladini della civiltà; oggi ci troviamo imbarbariti e abbrutiti, controcittadini di istituzioni democratiche allo sfascio e di un’identità nazionale morente.
È come se stessimo affrontando una sfida epocale e non avessimo gli strumenti adatti per analizzarla e vincerla. Il disorientamento e la sfiducia generale ci impediscono di trovare una guida e forse anche semplicemente di cercarla.

Ci affidiamo così al primo santone che passa, all’imbonitore di turno; cerchiamo in una spiritualità di accatto una sponda che ci assicuri la salvezza. Perfino un Papa incolore come il nostro o un capo di governo, vanesio e imbelle, ci sembrano grandi e carismatiche personalità.
La perdita del senso del futuro è il più grave limite sociale, forse il peccato più drammatico che gli uomini e le donne del nostro tempo vivono.
I segni di tale perdita ci vengono da ogni parte, basta essere attenti alla realtà quotidiana, che ci viene incontro.

Qualche giorno fa, per esempio, ho assistito, da spettatore allibito, al telegiornale di Rai uno, quello tradizionale delle 20.00. In circa trenta minuti di notizie non ho avuto modo di ascoltare un fatto politico vero, solo pettegolezzi e marciume; un profluvio di fatti di cronaca nera ad uso di spettatori volutamente drogati di sangue e di sesso, senza un minimo di commento orientativo, gettato agli utenti come si gettano le mele marce ai porci. Erano mesi e mesi che non guardavo il TG1, ma mi sono sembrati secoli. Incredulo, mi sono rivolto ad internet, per saggiare i titoli di alcuni quotidiani nazionali e locali, e di fatti politici, di drammi razziali, di impoverimento nord-sud, di crisi economica e di questioni antropologiche ne ho trovato a iosa.

Come mai? – mi sono detto – Come si può protestare di fronte a questa palese dittatura della superficialità? Perché nessuno interviene? Chi ha l’interesse a lasciare in una tale incosciente agonia cinque milioni di Italiani, perché di tanto parlano i dati auditel? Chi ha l’interesse ad ammannirci come si cucinano piatti regionali o come, pruriginosamente, si massaggiano le signorine bene sulle spiagge riminesi e lasciarci analfabeti su tante questioni vitali per il benessere del nostro paese? Sono i politici? E’ la destra? E’ forse l’inanità angosciante della sinistra? Sono i “padroni del vapore”? Le lobby culturali? Il dominio mediatico delle buone intenzioni e delle devozioni religiose?

Credo proprio di no, sebbene, come tante volte ho scritto, i nostri governanti abbiano gravi e pesanti responsabilità nell’aver creato lo stato di obnubilazione cui assistiamo.
Più profondamente credo stiamo assistendo ad un passaggio importante da una comunità ideologizzata e politica ad una deideologizzata e antipolitica, che dobbiamo coraggiosamente combattere.
Credo che uno dei gruppi sociali più importanti per attendere a questo compito siano gli intellettuali.
Ce ne occuperemo la prossima volta.

NEOLOGISMI E “MONSTRA” LINGUISTICI

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“Salvare il salvabile”. Nei dialoghi del prof. Giovanni Ariola “istruzioni per l”uso” utili a capire tutto ciò che è nuovo ma anche per resistervi. La volgarità di certe parole.

– Secondo voi, che possiamo fare? – chiede con la sua foga abituale il prof. Piermario ai colleghi che hanno elevato l’ennesima invettiva contro la dissennata e irrazionale corsa al cambiamento ad ogni costo – Ci mettiamo a fermare il tempo? O possiamo pensare di poterne rallentare il corso? Sì, è vero, stiamo assistendo a cambiamenti continui e vorticosi in tutti i settori della vita sociale, politica e culturale tanto che rischiamo di esserne travolti, ma non possiamo illuderci di impedirli o soltanto di uscire dalla corrente…
– Possiamo in qualche modo – osserva deciso il prof. Eligio – offrire una qualche resistenza per salvare il salvabile…

– Io dico – ribatte il prof. Piermario – che dobbiamo riflettere sulle nuove situazioni, valutarle ed essere pronti a prendere decisioni adeguate ma alla svelta, non rimandando sempre a domani e tante volte alle calende greche. Dobbiamo convincerci che è necessario velocizzare i nostri processi di pensiero e di azione…
– “La gatta frettolosa partorì figli ciechi” – lancia il prof. Fantasia con un risolino tra l’ironico e il sapienziale.

– Finiamola una buona volta – esplode con volto acceso il prof. Piermario – con questo sentenziare stereotipato, narcisistico e automasturbatorio…soprattutto scuotiamoci di dosso l’atavico posapianismo….smettiamola con questo ‘sunà cu ’o sibbemoll’ (= suonare in si bemolle, ossia suonare con una intonazione abbassata di un semitono: si intende, utilizzando anche l’assonanza semantica del lemma molle, indicare un muoversi e un agire lento, troppo da comodone) come si dice al mio paese….Aprirsi al nuovo è una necessità…
– Di’ piuttosto – risponde alquanto acrimonioso il prof. Fantasia – alla neomania…all’accettazione indiscriminata di tutto ciò che è nuovo o appare tale, anche se si tratta di una ennesima invasione barbarica

– Hai detto la parola giusta – ribatte improvvisamente calmo il prof. Incendiario – …una invasione barbarica…ben vengano i nuovi barbari, intesi nell’accezione data a quest’espressione da Alessandro Baricco: “Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent’anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l’enciclopedia on line che ha ufficializzato il primato della velocità sull’esattezza).” (“La Repubblica”, 21/09/’10). Barbari, insomma = innovatori contro gli imbarbariti, “le folle che riempiono i centri commerciali o il pubblico dei reality show ….Da una parte una certa civiltà marcisce, dall’altra una nuova civiltà insorge…” (ibid.)

– Insomma – interviene il prof. Carlo – abbiamo tutti capito che dobbiamo velocizzare le nostre operazioni mentali e raddoppiare anzi decuplicare l’attenzione, la vigilanza…Esaminare il nuovo che avanza e che non si può né si deve fermare, analizzarlo, valutarlo e cernerlo. Distinguere il grano dalla pula. Per riferirci all’ambito linguistico, prendo spunto dal bel neologismo che tu, Piermario, hai usato testé: posapianismo, ricavato dal termine posapiano, registrato normalmente nei dizionari (= “persona eccessivamente flemmatica, lenta nei movimenti e nell’agire”, De Mauro, 2001) con l’aggiunta del suffisso – ismo (Quanta roba e robaccia, storica, letteraria, religiosa e altro, ha indicato questa minuscola appendice linguistica nel corso dei secoli e anche nel presente!). Ecco, ho notato che sempre più frequentemente si indulge alla produzione di neologismi, alcuni pertinenti e corretti, altri dei veri monstra linguistici.

Mi è capitato ad esempio di leggere ultimamente parole come malpancismo (= malessere, fisico e psichico, di chi non approva una situazione, per lo più politica, e reagisce con parole e atti alquanto esagitati come per un mal di pancia), malpancisti, ditomedieggiare (= mostrare il dito medio con le altre dita piegate, gesto volgare e offensivo, comparso per la prima volta nel film “Il Sorpasso” con Vittorio Gassman, rivitalizzato poi da Umberto Bossi. Lo stesso gesto è al centro di vivaci polemiche in questi giorni in seguito alla provocatoria opera dell’artista Maurizio Cattelan che lo raffigura in una scultura collocata da poco in Piazza degli Affari a Milano), celodurismo (= fermezza e durezza di comportamento, parola formatasi dalla frase altrettanto volgare “ce l’ho duro”, adoperata sempre dal Boss(i) della Padania)…

Questi ed altri vocaboli ‘graziosi e leggiadri’, per dirla con il poeta, sono citati nell’interessante saggio di Gian Luigi Beccarla, “Il mare in un imbuto/ Dove va la lingua italiana (Einaudi, 2010) “Anche da noi, – scrive lo studioso – con l’avvento della «seconda Repubblica», ha preso piede il cosiddetto “gentese”, il discorso che si dice di voler chiaro, diretto, esplicito, non ‘difficile’, che deve parlare alla ‘gente’…. Ed è dilagato un linguaggio più popolaresco…ma anche più rozzo e sbracato.” (pag. 81)

– Non si può negare – ammette il prof. Piermario – la volgarità e l’arbitrarietà e il cattivo gusto di certe parole e di certa espressività verbale e gestuale, inquadrabile in un comportamento privato e pubblico di crescente violenza e aggressività, ma penso anche che in tante situazioni sia l’unico modo per scardinare grumi roccificati di vecchiume e di strutture obsolete…

– Ma vi rendete conto – sbotta il prof. Eligio – di quante parole vengono messe da parte e spinte fuori dalla corrente dell’uso quotidiano, sia nel parlato che nello scritto, per far posto a queste parole orribili….Nella scuola poi avviene una vera falcidie di parole, anche di quelle non appartenenti al sermo doctus, nel senso che o non sono proprio conosciute o, quando si incontrano in un testo, invece di prendersi la briga di consultare un dizionario per conoscerne il significato, vengono sistematicamente rimosse e dimenticate. Sentite cosa scrive Luca Serianni:

“In una ricerca recente, mi è capitato di constatare che una quota non trascurabile di alunni del primo anno di un liceo scientifico…ignorava un verbo che avrei considerato acquisito, anche a 14 anni, come biasimare. Ecco alcune definizioni (gli exempla ficta creati dai ragazzi per illustrare la definizione, come avverrebbe in un dizionario, rendono ancora più esilarante – o allarmante – l’incomprensione): «consolare ricordare – es. Lo biasima sempre»; «rispettare – es. Io ti biasimo per quello che hai fatto»; «l’azione dell’essere incerto, insicuro di ciò che si andrà a fare successivamente – es. Dai, Marco, senza biasimare, prova a camminare sulle tue gambe!»; «invidiare, dare ragione a qualcuno – es. Ti biasimo, amico mio!»; «dubitare di qualcosa che non ci è certa – es. Ti conosco da un anno, perciò non biasimo della tua serietà».” (Luca Serianni, “L’ora di italiano/scuola e materie umanistiche”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2010, pgg. 76-77).

– Proprio non ci siamo! – commenta sdegnato ma anche piuttosto sconsolato il prof. Piermario – Quale grande danno può arrecare a quei ragazzi o quale fatto grave e scandaloso costituisce l’ignoranza del significato del termine biasimare o di altri simili, soprattutto se in compenso quegli stessi ragazzi hanno appreso altri vocaboli relativi a settori ed attività di diversa pertinenza ma di uso corrente? (continua)

LA RUBRICA

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI. PARTE II

Il padre della filosofia dei maccheroni: Giacomo Leopardi. Di Carmine CimminoEsco da un bar nei pressi di piazza Municipio, a Napoli: inasprito da un orrido cornetto, che sapeva di cartone lardiato, e amareggiato da una ciofeca atroce spacciata per caffè, mi avvio verso l’Istituto di Storia Patria, quando mi viene incontro, festosamente, un tale, che non so chi sia, ma che mi apostrofa professooore, e dunque deve essere stato un mio alunno. Fingo stupore, fingo di averlo immediatamente riconosciuto, ci stringiamo la mano, ci scuotiamo a vicenda, poi lui, cambiando tono, mi fa: però da voi non me l’aspettavo: mi hanno detto che scrivete di maccheroni e di pasta e fagioli: voi. E il greco, e il latino? E la storia? E la pittura?

Per verificare se è stato realmente mio alunno, contraggo la mandibola in un certo modo, che i miei alunni riconoscevano a prima vista: e lui mi dà la prova d’essere stato mio alunno, perché immediatamente si ammoscia: dalla contrazione ha capito che mi sono raffreddato e sto per mandarlo, freddamente, a fare quella cosa lì in quel paese lì. Però vi leggerò, mi promette, e mi saluta. E se ne va.
Or dunque, ignoto allievo, la storia vera di una civiltà è stata scritta nelle cucine e nelle camere da letto più che nelle piazze o nelle aule del Parlamento o sui campi di battaglia. E questo è il punto primo. Il punto secondo è che la filosofia dei maccheroni è una cosa seria, poiché suo padre è stato Giacomo Leopardi.

Leopardi a Napoli si trovò bene per necessità, perché non sapeva dove andare; perché poteva colloquiare, a modo suo, – un modo sublime -, con la solitaria e minacciosa grandezza del Vesuvio; perché, secondo qualcuno, gli piacevano i timballi: ma io non ne sono sicuro; perché gli piacevano i sorbetti di Vito Pinto. E questo è certo. Ma non gli piacevano gli intellettuali napoletani. Nemmeno a lui. Nemmeno un poco. Non ne sopportava l’affezione, spesso solo apparente, per lo spiritualismo, e soprattutto non sopportava la radice, che era il romanticismo cattolico, di questo spiritualismo teatrale. A Leopardi piacque Napoli, ma non piacquero i Napoletani: gli apparivano inclini all’indifferenza e al cinismo, incoerenti, capaci di un’ironia beffarda e demolitrice che non aveva rispetto di alcunché, e si esercitava anche contro i valori autentici dell’intelletto. In una satira in terza rima, I nuovi credenti, che venne pubblicata dopo la sua morte, Leopardi descrive una battaglia in corso: da una parte lui e la sua filosofia, dall’altra i Napoletani e la loro filosofia.
E vediamo quali sono, secondo Leopardi, i fondamenti della filosofia napoletana:

e in breve accesa / d’un concorde voler tutta in mio danno / s’arma Napoli a gara alla difesa / de’ maccheroni suoi ; ch’ai maccheroni / anteposto il morir, troppo le pesa. / E comprender non sa, quando son buoni,/ come per virtù lor non sien felici / borghi, terre, province e nazioni. / Che dirò delle triglie e delle alici ? qual puoi bramar felicità più vera / che far d’ostriche scempio infra gli amici? Sallo Santa Lucia, quando la sera / poste le mense, al lume delle stelle, / vede accorrer le genti a schiera a schiera, / e di frutta di mare empier la pelle. / (vv. 11-25).

Dunque, il principio primo su cui i Napoletani hanno costruito la loro concezione dell’essere è il piatto di maccheroni: in difesa di questo principio tutta Napoli si arma contro Leopardi e contro la sua filosofia: contro Condorcet e Diderot e contro tutti gli illuministi della prima generazione e della seconda Napoli mette in campo non le chiacchiere dei suoi intellettuali, non l’idealismo annacquato dei nuovi credenti: cattolici, romantici e spiritualisti, ma schiera i maccheroni suoi, contornati da alici, triglie, ostriche, cannolicchi e altri frutti (frutta, dice Leopardi) di mare. I Napoletani non sono in grado di avvertire né dolore né noia, sentimenti sublimi, riservati alle anime nobili: i loro appetiti vengono saziati dagli spettacoli teatrali, dalle passeggiate a Portici, in Villa e a via Toledo, dai sorbetti di Vito Pinto. I Napoletani sono e saranno un popolo felice: di quella felicità, chiarisce sarcastico Leopardi, che viene da ignoranza e sciocchezza.

C’è nel violento attacco una cattiveria che non pare compatibile con il carattere e con lo stile del poeta, a cui la grandezza dell’intelletto e del cuore concesse, in certi momenti, il privilegio di penetrare, attraverso il dolore, fino all’essenza delle cose. Notò Benedetto Croce che nella satira, sotto la sprezzante invettiva, c’è la traccia di quella serenità che Napoli donò al poeta, sollecitandolo ad aprire la sua sensibilità a una percezione nuova della realtà, a confrontarsi con un mondo di sensazioni, odori, sapori, colori, che richiedevano nuovi registri di comprensione, e con paesaggi e ambienti in cui la natura e la storia si manifestavano in ogni possibile forma: le rovine di Pompei, il caos delle strade cittadine, un mare pittoresco, una campagna mitologica, la scabra, terribile solennità del Vesuvio.

Questo mondo, che Leopardi credeva estraneo e che tuttavia era capace di suggerirgli emozioni nuove e intense, lo spinse a riconsiderare il valore delle parole e il senso dei nomi, perché nuovo era il senso delle cose. Così nacque la poesia altissima della Ginestra. E un giorno il poeta buttò giù, su due foglietti, un elenco di 49 ricette, pubblicato qualche anno fa nel libro Leopardi a tavola. Nelle due carte, conservate presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, non c’è, ovviamente, la prova di una vocazione improvvisa e irrefrenabile per l’arte della cucina: vi si manifesta, piuttosto, quella voluttà del catalogare, a cui cedono spesso scrittori e pittori, e che rivela un bisogno di riordinare il mondo e di riconsiderare il rapporto con gli oggetti.

Nello Zibaldone Leopardi elenca le parole poetiche e quelle che poetiche non sono; nei foglietti della Nazionale elenca ricette. Forse si accorse che la filosofia dei Napoletani stava mettendo in crisi la sua filosofia, forse sentì che stava cedendo alle Sirene; l’intelletto gli ordinò di resistere, e lui si difese e si sottrasse all’incantesimo conducendo un attacco di inaudita violenza verbale contro quel popolo complicato, e contro la sua visione del mondo, che egli riassunse in un simbolo: i maccheroni. Da Leopardi in poi, i maccheroni sono, a buon diritto, un argomento serio del ragionar filosofico.
(Fonte foto: Rivista "Arte")

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI. PRIMA PARTE