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La cronaca politica stuzzica e provoca la rubrica “La storia magra”. A 150 anni dall”ingresso di Garibaldi a Napoli, il centro sociale Laboratorio Insurgencia ha cancellato dalle vie i nomi dei Savoia e di Garibaldi. Di Carmine Cimmino

E dunque, a 150 anni esatti dall’ingresso di Garibaldi in Napoli, il laboratorio Insurgencia ha cancellato dalle vie, in nome dell’orgoglio napoletano, i nomi dei Savoia e di Garibaldi e li ha sostituti con i nomi dei briganti, e degli eroi del Sud, con i nomi limpidissimi di Peppino Impastato e di Pio La Torre. E per sottolineare la continuità dell’antimeridionalismo dei governi del Nord, gli autori della protesta hanno messo in mano alla statua di Garibaldi un vessillo della Lega (foto). L’immagine dell’eroe dei due mondi che regge la sventolante bandiera di Bossi, Borghezio e Calderoli è un documento epico della genialità con cui i napoletani, quando sono ispirati, sanno condurre la polemica: quali che siano le armi: le parole, i gesti, le immagini, le frecce dell’ironia, le spade del sarcasmo.

Significherà pure qualcosa il fatto che per almeno due secoli gli spadaccini di Napoli sono stati considerati, in Italia e in Europa, i maestri assoluti , nella teoria e nella prassi, della nobile arte della scherma, i campioni temibili del duello all’arma bianca.

I Savoia non mi sono stati mai simpatici. Poiché non so ballare, diciamo che non ho il fisico, invidio tutti (no, non proprio tutti) i ballerini piroettanti e perciò ho invidiato l’agilità di danseur del più giovane virgulto della fu casa reale: senza scandalizzarmi: chi nasce italiano nasce già vaccinato contro la meraviglia: figuriamoci chi nasce italiano e napoletano. I Savoia non mi sono simpatici perché sono nato pochi anni dopo la fine della guerra, e le prime storie che ho sentito raccontare erano storie recenti di tedeschi che, ritirandosi da Salerno verso Napoli, attraversavano i paesi vesuviani, appiccavano il fuoco alle case, massacravano, saccheggiavano.

Ricordo, è un ricordo vivo come tutti i ricordi di esperienze che orientano per sempre il modo di vedere il mondo, ricordo la dolcissima e saggia “maestra“ delle elementari metterci in fila, ogni giorno, e spalmare un po’ di formaggio fuso sulla fetta di pane che le nostre avide mani tendevano verso di lei.

Il formaggio lo attingeva da un giallo bidoncino su cui era scritto: dono dei bambini americani ai bambini italiani. E sentivo mio padre, uomo di poche parole, che aveva combattuto nei Balcani, e a cui il freddo delle montagne del Montenegro e l’impossibilità di procurarsi medicine avevano distrutto un polmone, lo sentivo parlare con rabbia di Vittorio Emanale III che durante la prima guerra mondiale non aveva impedito a Cadorna di mandare centinaia di migliaia di giovani italiani, in gran parte giovani del Sud, a farsi macellare dalle mitragliatrici austriache; che aveva abbandonato l’Italia a Mussolini; che aveva abbandonato Roma ai nazisti.

Suo nonno, Vittorio Emanuele II non si sarebbe comportato così. Il primo re d’Italia fu un uomo coraggioso: ma i suoi occhi e la sua mente, la sua parlata e i suoi gusti non andavano oltre Genova, tanto che si sentì estraneo a Firenze e a Roma, le sue capitali. E dunque, se dalle strade di Napoli scompare il nome dei Savoia, è cosa che non mi turba. Ma Garibaldi no. Garibaldi l’hanno rovinato la sua ingenuità politica e la malignità marpionesca di alcuni suoi fidi. Garibaldi disprezzava il danaro: già solo per questo merita di essere rispettato. Garibaldi ci consegnò ai Savoia, ma ci liberò da una dinastia, i cui ultimi re, dopo aver sperperato consapevolmente l’eredità luminosa di Carlo III, avviarono le genti del Sud verso quel pantano in cui ora ci troviamo. Solo Francesco II merita rispetto: perché sugli spalti di Gaeta assediata si comportò da re.

Mi fa piacere che Insurgencia abbia dato a Piazza Plebiscito il nome di Magna Grecia e alla Galleria Umberto il nome di Galleria del Mediterraneo. La Magna Grecia e il Mediterraneo sono le radici autentiche della civiltà del Sud, e Empedocle, Gorgia, gli allievi di Pitagora, Parmenide, Zenone, e i costruttori dei templi, e poi Telesio, Campanella, Giordano Bruno e G.B.Vico potrebbero ricordare, a noi meridionali prima di tutto, che il Sud ha dato all’Italia la sua cultura filosofica. Potrebbero: se li ascoltassimo. Ma quante lezioni, nei licei del Sud, si dedicano a Empedocle, a Parmenide, a Zenone, a Vico? Quanti alunni napoletani conoscono seriamente Ercolano, Pompei, e i tesori archeologici dei musei di Napoli e di Capua? La nostra identità culturale l’abbiamo smantellata noi, prima che ci pensassero gli altri.

Per rimettere in piedi la nostra dignità, non basta cancellare e scrivere nomi. La sostanza della rosa non sta nel nome della rosa. Dobbiamo venir fuori dall’ammorbante palude dell’ignoranza e della viltà, in cui siamo sprofondati. Ignoranza e viltà: non sapere cosa essere, non voler essere qualcosa. Per risorgere, dobbiamo prendere atto della realtà: le ragioni dell’economia, le trasformazioni vertiginose della civiltà industriale e gli effetti di disastrosi programmi di sviluppo hanno portato il Sud sull’orlo del precipizio: non abbiamo più fabbriche, non abbiamo agricoltura, non abbiamo strutture, non abbiamo più Università, e perfino il turismo stenta ad adeguarsi ai nuovi modelli e alle nuove tendenze.

Umberto Galimberti ha scritto di recente che la rabbia non è solo un vizio nefasto e capitale: esiste anche la
rabbia giusta, di cui parlò Aristotele e che i grandi medici antichi e perfino uno dei più grandi Padri della Chiesa, Giovanni Crisostomo, indicarono come medicina preziosa contro gli eccessi della bile nera, e dunque contro la melanconia depressiva e le infezioni del sangue. La rabbia giusta è mossa, al momento giusto, da una causa giusta: perché sia veramente giusta e perché sia una medicina veramente efficace, la dobbiamo esercitare prima di tutto contro noi stessi.

Questa crisi la stanno pagando i povericristi: i precari del Sud, gli operai del Sud, i giovani del Sud, gli alunni delle scuole del Sud, i pensionati del Sud. Questa crisi è un grande affare solo per le cricche. La gente è costretta a pagare le medicine: si vuole dimostrare che la gente è la sola responsabile della catastrofe della Sanità campana? La vogliamo fare un’analisi della Sanità, della scuola, del sistema degli appalti, delle caste degli incarichi? vogliamo farla, questa analisi, con la rabbia giusta?

Se poi è stato deciso che il Sud muoia, ci si conceda almeno il diritto di morire in pace. Nel silenzio. Lo diciamo con la voce della rabbia giusta: risparmiateci le prediche. Se nemmeno questo è possibile, almeno non mandate davanti ai microfoni, a farci la predica, i capi e i sottocapi delle cricche dei clan e delle caste: ancora odorosi di balsami, ancora bronzei del sole dei Caraibi, non ancora sazi, nonostante le copiose e continue abbuffate. Dopo una vita dedicata a far la guerra contro il qualunquismo, temo di essere diventato un qualunquista. Ma poi vedo che la sostanza della realtà coincide con le apparenze. Sono le cose di Napoli ad essere impastate di qualunquismo. È questo il vero dramma.

LA RUBRICA LA STORIA MAGRA