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Il brigante Antonio Cozzolino Pilone nel 1861 invase Boscotrecase; nel 1862 Terzigno. Le due vicende sono un documento concreto del fatto che lo Stato italiano nacque male. Di Carmine Cimmino

A chi gli chiedeva perché lo Stato, con i suoi potenti mezzi, non riesce a vincere la partita con le organizzazioni criminali il giudice Ayala, l’amico di Falcone e Borsellino, rispose che la partita tra lo Stato da una parte, e la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta dall’altra è “una partita truccata“, poiché giocatori ufficialmente schierati nella squadra dello Stato in pratica giocano a favore degli avversari, non marcano, non difendono, anzi spesso fanno volontariamente autogol.

La banda di Antonio Cozzolino Pilone invase Boscotrecase il 9 luglio 1861 e Terzigno il 25 marzo 1862. Le due vicende sono un documento concreto e inconfutabile del fatto che lo Stato italiano nacque male, con difetti organici che sono la causa prima dei drammatici problemi di oggi. Le malformazioni vennero prodotte non dal caso, ma dalla maligna volontà degli uomini e dall’intreccio di interessi illegittimi, che corruppero, alle radici, le nuove istituzioni. Dopo l’invasione di Boscotrecase, le forze dell’ordine fecero, alla cieca, una retata di sospetti sostenitori di Pilone, che vennero interrogati da Carlo Cipolla, allora commissario di polizia, diventato poi giudice istruttore.

Nei verbali è fotografato un pezzo di vita quotidiana di un paese vesuviano, ed è descritto il dramma degli umili, i quali in tanta confusione hanno una sola certezza: chi era incudine, è rimasto incudine, chi impugnava il martello, continua a impugnarlo. Munno era, e munno è. Alcune deposizioni, ingenue, amare, percorse dall’ironia istintiva dei povericristi, hanno la vitalità e la bellezza di una pagina verghiana.

Antonio Matrone fu arrestato dalla polizia perché in paese lo chiamavano Macera: e Macera era il soprannome anche di Antonio Carotenuto, guardia del corpo di Pilone. Testimoniò a favore del Matrone Antonio Panariello, di anni 42, "maestro calzolaio". Egli raccontò che l’arrestato “era stato sotto di lui per apprendere il mestiere”, poi era andato soldato a Messina, ma nel ’60 si era unito alle truppe di Garibaldi: poi, tornato in paese, aveva ripreso a lavorare alle dipendenze del Panariello. Il giorno dell’invasione stavano tutti e due a risuolare scarpe fuori della bottega, ma, non "appena si udirono grida e un terrorismo generale", il Panariello, sua moglie, il Matrone e l’avvocato Antonio De Falco di Boscoreale, loro cliente, si chiusero in casa, dopo aver messo in salvo "il pancariello" del maestro e le “prussiane” dell’avvocato.

E rimasero chiusi in casa per due ore, senza mettere il capo fuori. Il De Falco "ricordò felicemente" che i fatti erano andati proprio così. Vincenzo Tedesco di anni 40, negoziante, negò d’aver sventolato un fazzoletto bianco, mentre Pilone percorreva in trionfo le vie del paese, e chiese al giudice di non prestare più ascolto alle calunnie dei suoi nemici: i manutengoli di Pilone andavano cercati proprio tra le Guardie Nazionali. Ma anche tra importanti "galantuomini", come Raffaele Falanga, "uomo di agiata fortuna" e cognato del capobanda, e i cavv. Ferdinando e Nicola Caracciolo: lo dichiarò Domenico Vangone, lattaio, padre del Vincenzo che abbiamo già conosciuto. Aggiunse, il Vangone, che tutti sapevano a Boscotrecase che le Guardie Nazionali erano alleate dei briganti e questi e quelle si incontravano nella bettola di Gennaro Lettieri Ciliento.

Lo sapeva anche Vincenzo Falanga, tessitore di 30 anni, a cui Carlo Cipolla domandò:" Perché siete stato arrestato?" e il Falanga rispose che questo non lo sapeva; però voleva che qualcuno glielo spiegasse: lo avevano arrestato mentre usciva di casa "sulla via nuova, poiché non potendo fatigare per essersi guastato il telaio", aveva deciso di andarsene in campagna. Invece il tessitore Francesco Montuori uscì di casa ai primi spari, per cercare "i piccoli suoi figli", ma incontrò prima un brigante, che, puntandogli il fucile sul petto, gli gridò di non fare un passo, e poi, andati via gli invasori, si imbatté nei soldati, che lo ammanettarono. Giovanni Pisacane, facchino, riuscì ad autoarrestarsi. Nell’ora fatale dell’attacco, egli “stava passeggiando” il cavallo di padron Crescenzo Sansone; all’improvviso vide e sentì un tumulto di grida e di folla, e, abbandonato il cavallo al suo destino, si rifugiò in casa della madre.

"Come è avvenuto il vostro arresto?" gli domandò il Cipolla, e il facchino rispose: "il giorno appresso all’avvenimento, ebbi commissione dalla G.N. di raggiungere la forza che accompagnava gli arrestati e dire al capo di essa che la G. N. mi spediva ad esso. Il capo della forza mi disse: va bene e mi licenziò, ma dopo che mi ero allontanato un trarre di fucile, fui di nuovo richiamato e arrestato".

Fu arrestato anche Giuseppe Capua, di 52 anni, proprietario, che era stato, sotto i Borbone, capo urbano, e aveva arrestato Pilone "per possesso di arma vietata." Da lui Cipolla si aspettava, forse, notizie di prima mano sulla banda e sui manutengoli. Ma il Capua, dopo aver diffuso sospetti intorno al Falanga cognato di Pilone, “molto agiato e avarissimo”, non disse altro, se dobbiamo credere agli atti ufficiali. Gaetano Marotta, di 28 anni, tessitore di Ottajano residente in Boscoreale, passeggiava sul confine di Boscotrecase, quando sentì colpi d’arma da fuoco e un vocio "di grida lontane e indistinte". Temendo che si fosse accesa una rissa tra quelli di Boscotrecase e gli abitanti dell’Oratorio e che vi fosse coinvolto il fratello Giuseppe, anche lui tessitore e G.N., accorse a vedere; il fratello, però, stava in casa, e cercava di convincere la moglie a lasciarlo uscire in strada.

Ma non la convinse, e non uscì. Gaetano, tranquillizzato, tornava a casa quando incontrò i soldati , che lo arrestarono. Col sarto Giovanni Vangone il Cipolla non fu costretto a insistere. Il buon uomo gli confessò, a stento frenando lacrime di stizza, che dietro Pilone c’erano i fratelli Caracciolo, Giuseppe de’ Medici, molti galantuomini di Ottajano, tutta la G.N. di Boscotrecase, i Matrone, Antonio Carotenuto Macera.

“Una sera sono andato a comprare formaggio nella bettola di Gennaro Lettieri, e li ho trovati tutti lì, i manutengoli boschesi, che invitavano Pilone a sedersi al loro tavolo facendogli mille carezze. E ora arrestate proprio me, che ho combattuto con Garibaldi. Sono vittima delle mie rendite: i guadagni di sarto, la pensione della nonna centenaria vedova di un impiegato, lo stipendio della zia nubile, maestra pubblica: quanta invidia e quante calunnie mi procurano: e con le calunnie l’odio di coloro che comandano qui, gente ladra, intrigante, tiranni del popolo, i quali mantengono il malcontento e temono che i poveri e i tranquilli cittadini possono parlare delle loro opere“.
(Fonte foto: Fabbri Editori)

LA STORIA MAGRA