Siamo di fronte ad un passaggio importante: da una comunità ideologizzata e politica ad una che è l’esatto suo contrario. In questo spazio si annidano i mali della società. Di Michele Montella
Descrivere senza schematismi, né corrette prudenze la decadenza morale del nostro paese, collocandola nel generale declino economico e culturale dell’Occidente, è un dovere morale. Solo vent’anni fa ci sentivamo una cittadella di sicurezza e di benessere, paladini della civiltà; oggi ci troviamo imbarbariti e abbrutiti, controcittadini di istituzioni democratiche allo sfascio e di un’identità nazionale morente.
È come se stessimo affrontando una sfida epocale e non avessimo gli strumenti adatti per analizzarla e vincerla. Il disorientamento e la sfiducia generale ci impediscono di trovare una guida e forse anche semplicemente di cercarla.
Ci affidiamo così al primo santone che passa, all’imbonitore di turno; cerchiamo in una spiritualità di accatto una sponda che ci assicuri la salvezza. Perfino un Papa incolore come il nostro o un capo di governo, vanesio e imbelle, ci sembrano grandi e carismatiche personalità.
La perdita del senso del futuro è il più grave limite sociale, forse il peccato più drammatico che gli uomini e le donne del nostro tempo vivono.
I segni di tale perdita ci vengono da ogni parte, basta essere attenti alla realtà quotidiana, che ci viene incontro.
Qualche giorno fa, per esempio, ho assistito, da spettatore allibito, al telegiornale di Rai uno, quello tradizionale delle 20.00. In circa trenta minuti di notizie non ho avuto modo di ascoltare un fatto politico vero, solo pettegolezzi e marciume; un profluvio di fatti di cronaca nera ad uso di spettatori volutamente drogati di sangue e di sesso, senza un minimo di commento orientativo, gettato agli utenti come si gettano le mele marce ai porci. Erano mesi e mesi che non guardavo il TG1, ma mi sono sembrati secoli. Incredulo, mi sono rivolto ad internet, per saggiare i titoli di alcuni quotidiani nazionali e locali, e di fatti politici, di drammi razziali, di impoverimento nord-sud, di crisi economica e di questioni antropologiche ne ho trovato a iosa.
Come mai? – mi sono detto – Come si può protestare di fronte a questa palese dittatura della superficialità? Perché nessuno interviene? Chi ha l’interesse a lasciare in una tale incosciente agonia cinque milioni di Italiani, perché di tanto parlano i dati auditel? Chi ha l’interesse ad ammannirci come si cucinano piatti regionali o come, pruriginosamente, si massaggiano le signorine bene sulle spiagge riminesi e lasciarci analfabeti su tante questioni vitali per il benessere del nostro paese? Sono i politici? E’ la destra? E’ forse l’inanità angosciante della sinistra? Sono i “padroni del vapore”? Le lobby culturali? Il dominio mediatico delle buone intenzioni e delle devozioni religiose?
Credo proprio di no, sebbene, come tante volte ho scritto, i nostri governanti abbiano gravi e pesanti responsabilità nell’aver creato lo stato di obnubilazione cui assistiamo.
Più profondamente credo stiamo assistendo ad un passaggio importante da una comunità ideologizzata e politica ad una deideologizzata e antipolitica, che dobbiamo coraggiosamente combattere.
Credo che uno dei gruppi sociali più importanti per attendere a questo compito siano gli intellettuali.
Ce ne occuperemo la prossima volta.

