Il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio è un unicum che il mondo ci invidia, sembra però che gli unici a non accorgersi dell”inestimabile valore presente sul territorio, siano proprio i residenti, che tra abusivismo edilizio, discariche e altri scempi, di vario genere ed entitĂ , deturpano un bene altrimenti fruibile, anche e soprattutto dal punto di vista economico.
Per questo è nostra intenzione incominciare un cammino conoscitivo di una realtĂ territoriale tanto preziosa, proprio attraverso l”incontro con quelle autoritĂ che sono preposte alla sua gestione e alla sua tutela.
Abbiamo incontrato in questi giorni il Direttore dell”Ente Parco del Vesuvio, Matteo Rinaldi, col quale ci siamo intrattenuti in una piacevole e interessante discussione sulle tematiche del Parco.
La presenza del Vulcano, per quanto grande e immensa dal punto di vista storico e naturalistico, rischia di passare inosservata ai più, se non fosse per i sussulti provocati, di tanto in tanto, dai media, per ricordarci che viviamo ancora all”ombra di un vulcano attivo. Ci sembra che, dall”istituzione del Parco, la distanza tra la gente e il vulcano più famoso al mondo non si sia ridotta, abbiamo l”impressione che nonostante iniziative di vario genere, il Vesuvio e l”Ente che lo rappresenta, restino una sorta di cattedrale nel deserto.
“È molto difficile percepire nella vita quotidiana le tematiche che un ente parco affronta rispetto al sentire comune del cittadino, perchè per migliorare l”ascolto il parco deve arrivare anche al singolo utente, colui che realmente vive e fruisce delle attivitĂ dell”ente predisposto e ne pubblicizza l”operato. Non basta infatti lavorare in un ente, facendo cose pregevoli se poi queste attivitĂ non pervengono alla conoscenza dell”utenza, risultando così nulle rispetto al lavoro effettivamente svolto. Sembrando così, agli occhi dei più, un ente tra i tanti, inutile. Quest”aspetto lo abbiamo curato tantissimo e ci adoperiamo perchè tutto quello che facciamo deve essere portato alla conoscenza di tutti. Poi, se ci sono delle critiche da fare, dei suggerimenti da dare, questo non può che migliorare il nostro lavoro.
Purtroppo tutto questo non è semplice da realizzare, poichè il cittadino non vede nel parco il centro del mondo e il ruolo che ci è stato assegnato sembra essere contrario alle nostre reali intenzioni, siamo visti come quelli che in un verso o nell”altro richiediamo il rispetto della legalitĂ , delle norme, della tutela di quei valori che non sempre vengono ben compresi, come la tutela della natura, dove ci accusano di proteggere “il fiorellino e l”uccelletto”, mentre “il cittadino muore di fame” perchè non può fare quello di cui necessita. Quindi, da tutto questo si può facilmente intendere che i compiti di un ente parco sono più particolari rispetto a quelli di un altro ente locale. Dobbiamo far rispettare le norme in modo da far avvicinare il cittadino ai contenuti di quelle norme, lavoro assai difficile in veritĂ . Lavoro che andrebbe affrontato in sinergia con tutte le altre pubbliche amministrazioni, che nei fatti però mantenendo una certa diplomazia lasciano a noi l”incombenza dell”agire. Le porto un esempio emblematico per meglio capire la nostra situazione.
Abbiamo avuto accesso ai fondi pubblici europei dal 2000 al 2006, c”erano delle misure chiamate Aiuti alle Imprese, in cui bisognava dare dei fondi seguendo determinate tematiche, determinati progetti, particolari contenuti, a quelle imprese che giovani o consolidate volenterose di migliorare la loro capacitĂ di penetrazione nel mercato. La norma prevedeva che potevano essere beneficiari di questi contributi i residenti nei territori dei comuni del Parco. È successo, che le domande presentate dalle aziende site nel territorio del Parco sono state da noi vagliate al massimo della loro legalitĂ , selezionandole rigidamente e scartando quelle che non rientravano nei parametri richiesti dalla normativa. Per i comuni esterni all”areale del Parco invece, dove la selezione era affidata ad altri enti pubblici, la valutazione dei requisiti è risultata quasi sempre favorevole e molte ditte hanno potuto accedere all”erogazione, creando una disparitĂ tra chi stava dentro e chi stava fuori del Parco, il contrario di quanto la legge voleva ottenere, invertendo il meccanismo”.
Gli enti specifici delle altre pubbliche amministrazioni non hanno lavorato come avrebbero dovuto?
“Non abbiamo fatto un”indagine precisa però si è verificata questa disparitĂ . Per cui tornando alla domanda principale va detto che abbiamo fatto molti progetti soprattutto rivolti alle scuole, è chiaro che è settore che porterĂ dei frutti, diciamo tra vent”anni, non prima. Ecco perchè sembra che ci sia una distanza tra l”Ente Parco e i cittadini. Purtroppo non c”è neanche un”unitĂ di visione tra il Parco, i comuni e i cittadini, sembra che in questo lavoro solitario gli altri non ci vengano incontro, probabilmente perchè risulta anche un po” spiacevole dire di no a un cittadino, un sindaco non può dire sempre no.
E anche in questo senso stiamo tentando di recuperare questa vicinanza con una serie di interventi che possono migliorare la recettivitĂ sul territorio, migliorarne la fruibilitĂ , allo scopo di creare opportunitĂ di sviluppo sostenibile e di lavoro. Cerchiamo di sviluppare quelle attivitĂ compatibili col territorio del Parco in modo da riavvicinare il settore produttivo, quello degli operatori economici, che ricavando un reddito, dovrebbero difendere la natura del reddito e diventare nostri sostenitori. Ci rendiamo conto che il processo è lento e che non abbiamo ancora raggiunto l”obiettivo a pieno e che è necessario continuare a lavorare”.
La sentieristica, con i suoi undici itinerari, attrezzati con opere di ingegneria naturalistica e con un percorso per disabili, ha segnato, a suo tempo, un passo fondamentale per un corretta fruibilitĂ della natura vesuviana. Oggi però, lo stato di buona parte dei sentieri è di dissesto e abbandono, in alcuni tratti risulta pericoloso, in altri la natura fa il suo corso e si riappropria delle strutture. Inoltre, lĂ dove la Montagna è facilmente raggiungibile, quel che lascia il meglio dell”inciviltĂ locale è sotto gli occhi di tutti.
“Tempo fa ci fu un grande impulso alla costituzione e alla messa in essere della sentieristica, vi era una particolare condizione favorevole, c”erano dei fondi del Ministero dell”Ambiente, devoluti in favore di una stabilizzazione di una cooperativa (che si occupasse della manutenzione dei sentieri ndr). Oggi questa situazione non c”è più, siamo rimasti senza lavoratori e senza risorse. Ci siamo comunque barcamenati e abbiamo inserito una parte di questi sentieri nelle programmazioni regionali.
Va comunque detto che abbiamo giĂ sistemato il sentiero del Gran Cono, l”abbiamo messo in sicurezza, con staccionate nuove, sistemato le pericolose frane a monte del sentiero e creato un”alternativa all”ascensione al Cono attraverso la strada Matrone. Abbiamo anche rinnovato tutta la tabellonistica dei sentieri: proprio in questi giorni si stanno completando i lavori. LĂ dove troviamo delle difficoltĂ e dove stiamo cercando di trovare una soluzione sono quei sentieri costruiti sui passaggi di uso pubblico e che non sono zona di proprietĂ dell”Ente. Su questi abbiamo una certa difficoltĂ tecnico-amministrativa per intervenire”.
Avete avuto esplicite riserve da parte dei proprietari dei fondi?
“È difficile intervenire per noi se non dimostriamo che il bene è nostro, siamo un ente pubblico e dobbiamo render conto di come spendiamo il denaro, non possiamo spendere i danari su un bene che non è il nostro. Con qualcuno dei proprietari abbiamo incominciato ad affrontare questa problematica e la stiamo inserendo nella nuova programmazione, unica fonte finanziaria a disposizione, quella dei fondi europei 2007-2013. Stiamo trovando, a mo” di campione un paio di sentieri, in via di definizione per il possesso pubblico, per poi risistemarli. Successivamente, qualora se ne offrisse la possibilitĂ , trovarvi una forma di gestione. In riserva (Alto Tirone ndr) è facile la gestione, sui sentieri liberi ci sono purtroppo ancora molte difficoltĂ . Ovviamente auspicherei anche l”intervento dei comuni interessati, per sobbarcarsi l”onere dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria che però non creeranno reddito diretto essendo strade di pubblico accesso.
Il Parco non può più farlo da solo, bisogna trovare delle forme concordate per agire. Un”altra tecnica che stiamo adoperando è quella dell”eliminazione sui sentieri di tutti quegli oggetti che possono indurre il visitatore a lasciare rifiuti. Non ci può essere un sistema di raccolta dei rifiuti su quei percorsi, senza una possibilitĂ diretta di gestione e controllo, dove nessun imprenditore si adopererĂ nel raccogliere lucrativamente i rifiuti ivi depositati. I rifiuti del resto non si abbandonano, se li porti, te li riporti indietro”.
Infine vorrei chiederle ragguagli sullo stato attuale della discarica di Terzigno e del sito di stoccaggio provvisorio dell”Ammendola-Formisano. Può dirci a che punto siamo con le due gravi questioni?
“Sulla discarica di Terzigno abbiamo potuto fare ben poco, pur essendoci impegnati molto, pur avendo espresso tutti i pareri possibili contrari, la normativa era blindata. Hanno derogato tutta la normativa, non lasciandoci più competenze a riguardo. La discarica rimarrĂ attiva fino al suo riempimento. Io personalmente, ma anche l”intero Consiglio Direttivo non abbiamo condiviso tutto questo. Nel momento in cui entreranno in funzione le discariche programmate potranno forse procedere alle bonifiche di aree come l”Ammendola-Formisano. E noi saremo attenti a caldeggiare questa opportunitĂ : eliminare, dall”area Parco, tutte le discariche impiantate nella lunga stagione dell”emergenza rifiuti”.
(Fonte foto: Rete Internet)
INTERVISTA CON MATTEO RINALDI, DIRETTORE DELL’ENTE PARCO DEL VESUVIO
PILLOLE DI “900. L’ITALIA DEGLI ANNI “50
Di Ciro Raia
La democrazia cristiana continua a mantenere la guida politica: gode del perdurante sostegno della Chiesa. I partiti della sinistra (Pci-Psi), invece, si appoggiano al fascino che emana l”Unione Sovietica, che in pochi decenni, da paese agricolo, ha conquistato il ruolo di potenza industriale. Giuseppe Stalin, poi, è venerato da milioni di italiani; la sua faccia con i baffi è presente in ogni manifestazione del Pci e del Psi, è un simbolo di speranza, specie, per i lavoratori. A marzo del 1953, alla morte di Stalin, milioni di operai sono in lacrime, mentre l”UnitĂ , il quotidiano del Pci, scrive: “Stalin è morto. Gloria eterna all”uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell”umanitĂ ”.
De Gasperi presiede altri due governi (il sesto ed il settimo), che accompagnano il paese sino all”estate del 1953. Il sesto governo De Gasperi formato da DC, PSLI, PRI- si caratterizza per la costituzione della Cassa per il Mezzogiorno, un ente pubblico che ha come finalitĂ lo sviluppo economico e civile delle regioni meridionali, mediante finanziamenti statali (in dieci anni le vengono assegnati 1.000 miliardi di lire!) per la costruzione di strade, acquedotti, centrali elettriche, fognature, sistemazione di bacini montani e corsi d”acqua. Lo stesso governo vara, quindi, una riforma agraria, con una serie di norme tese a facilitare la vita delle masse rurali del centro-sud nel rapporto con i grandi proprietari terrieri.
Il settimo governo De Gasperi, infine, formato solo da DC e PRI, aderisce alla CECA (ComunitĂ Europea per il Carbone e l”Acciaio) e stila i primi accordi doganali con i paesi europei. Accade, intanto, che i proprietari terrieri del sud, in parte notabili democristiani, non condividendo la linea di favore assunta dal governo nei confronti dei contadini, guardano con simpatia ai partiti della destra e cominciano ad investire in speculazioni edilizie nelle cittĂ in via di sviluppo.
È evidente che nel mondo della politica regna un grande conflitto. I democristiani, i liberali, i socialdemocratici ed i repubblicani si accordano per un apparentamento elettorale. I rappresentanti dei partiti citati si impegnano per favorire il varo di una legge maggioritaria, che conceda di prendere, alle formazioni politiche unite che conquistano il 50% dei voti, il 65% dei seggi. Il cammino parlamentare della proposta si arricchisce dei contributi di opposizione del giurista napoletano Francesco De Martino, del leader comunista Togliatti, dell”ideologo socialista Lelio Basso. Ma la forza dei numeri –come sempre- può più di quella delle idee ed è, perciò, approvata la cosiddetta legge truffa. Ma alla prova delle elezioni del 7 giugno 1953 non produce i risultati sperati. Infatti, i partiti di centro riescono a raggiungere, insieme, “solo” il 49% dei voti.
La DC torna, dunque alla Camera con 261 seggi, il PSDI con 19, il PRI con 5; complessivamente i partiti di centro conquistano 299 seggi a fronte dei 380 previsti in casa di vittoria. Il risultato delle elezioni è una sconfitta, che chiude l”era De Gasperi. “Il Corriere della sera” commenta: “Fatta per allargare la base democratica, la legge elettorale ha giocato in senso opposto. È stata sì una trappola, ma per i suoi fautori”. Dopo la bocciatura alle Camere dell”ottavo governo De Gasperi –solo DC-, è nominato primo ministro Giuseppe Pella. Il nuovo leader democristiano presiede un monocolore DC con l”astensione di PSDI e MSI e l”appoggio esterno di PRI, PLI e monarchici. Anche Pella ha vita breve.
Ed allora a presiedere il governo è chiamato uno dei fondatori della DC, Mario Scelba, giĂ ministro degli Interni nei gabinetti De Gasperi, ricordato per l”uso disinvolto della polizia contro i raduni sindacali, politici e le manifestazioni di piazza. Uno dei primi atti di Scelba è la messa in mora del PCI, con l”annuncio di misure contro “le forze politiche totalitarie di cui è provata la dipendenza da paesi stranieri”. Intanto, a Mussomeli, in provincia di Catania, durante una manifestazione di protesta (1954) contro l”aumento della bolletta dell”acqua, la polizia spara ed uccide quattro dimostranti. Qualche anno prima, nel gennaio del 1950, un analogo incidente si era verificato a Modena: sei operai erano morti in uno scontro con la polizia, che aveva attaccato un corteo di manifestanti!
(Fonte foto: Rete Internet)
LA MEMORIA ANNACQUATA DA ISTITUZIONI SUPERFICIALI
Caro Direttore,
il 1° ottobre di sessantasei anni fa –era un venerdì- fu combattuta l”ultima delle “Quattro Giornate” di Napoli. “Il 1° ottobre, sul mattino, un bersagliere percorse in bicicletta le vie della cittĂ per annunciare l”arrivo degli Alleati. Solitario, triste, lento, s”aggirava spesso accolto dall”incredulitĂ della gente, per le vie ancora echeggianti di fragori. Col suo cappello piumato, a chi lo vide, apparve l”immagine ineffabile d”una nuova e diversa realtĂ ”, (Giovanni Artieri, Le Quattro Giornate, Le Lettere, 2007).
Le eroiche giornate napoletane non furono, però, un episodio isolato nella lotta di resistenza ai nazisti. In molti siti della provincia napoletana e di quella casertana (ma anche in Irpinia e nel Sannio) si segnalarono atti di insurrezione da parte dei civili, che richiesero un sacrificio di vite umane. Le belve dalle croci uncinate si opposero con ferocia inaudita ad Afragola e a Nola, a Giugliano e ad Acerra ed in altri centri segnati dall”ardore della rivolta e dalla belluinitĂ dei crucchi. In molti paesi, inoltre, i tedeschi in fuga si vendicarono degli italiani “traditori”, razziando animali, violentando donne, deportando giovani uomini, bruciando case, sparando su inermi civili. Ogni paese conserva una lapide in ricordo dei martiri innocenti a Caiazzo come a Somma Vesuviana, a Bellona come ad Orta di Atella.
Cosa rimane, oggi, di ciò che avvenne nel settembre-ottobre del 1943?
Come normalmente faccio, Direttore, in modo un po” provocatorio, ho chiesto in giro che cosa ancora evocano le “Quattro Giornate”. Gli studenti –ma anche molti quasi quarantenni- le ignorano; i più grandi d”etĂ ricordano un film di Nanni Loy e qualcuno, addirittura, tenta una correzione dicendo che le “Quattro Giornate” sono quelle di Milano. “Ma no, forse, mi sbaglio. Quelle di Milano sono cinque:E quelle di Brescia, qualcuna in più. Non ne sono certo. Dieci?”.
Direttore, questi vuoti di memoria sono, però, riempiti da tutte le conoscenze necessarie a chiarire le vicende personali, pubbliche e private, di Elisabetta Canalis e George Clooney (foto). Sarebbe auspicabile che, almeno nelle scuole di Napoli e della Campania, in occasione di un anniversario, storicamente e simbolicamente, importante (28 settembre-1 ottobre) non diventassero stranieri i nomi di Gennaro Capuozzo (12 anni) o Filippo Illuminato (13 anni), insieme a quelli degli innumerevoli altri caduti in combattimento.
Non c”è bisogno di ruspe per cancellare il passato. Il passato lo si può cancellare con lo smantellamento della memoria, con il mancato funzionamento delle istituzioni preposte all”educazione, con la negazione (o anche con la revisione) di tutto quanto è servito a costruire l”identitĂ , culturale e politica, di un popolo. Cerco di spiegarmi meglio, Direttore, e parto dal negazionismo-revisionismo. Ancora in riferimento alle “Quattro Giornate” mi trovavo a parlarne, qualche giorno fa, nell”ufficio di segreteria di una direzione didattica.
Un giovane collaboratore, dal nome inequivocabilmente napoletano, Gennaro, mi spezzò il ragionamento, dicendo che, come sosteneva il padre, la battaglia di sessantasei anni fa tra il popolo ed i tedeschi non c”era mai stata, era tutta un invenzione di “pochi comunisti, che, poi, allargarono, come al solito, il numero dei presunti combattenti, per garantire una pensione di guerra a quante più persone possibile”. Questi i fatti, questa la storia, questa l”interpretazione di chi artatamente tenta di eliminare ciò che è stato, insieme al come si è andata formando una comunitĂ , alle sue regole, agli obblighi e ai diritti. E l”operazione più indolore per riuscirci è quella, appunto, di scolorire la memoria, minarla poco a poco, relegarla in un museo.
Il passo successivo risiede nel non riconoscere i sacrifici dei padri, le loro vicende, le loro sconfitte e le loro conquiste. Ripartire ogni volta garantisce il controllo del potere da parte di chi dĂ una nuova partenza ma non garantisce, in egual modo, di non ripetere gli errori, di non cadere nelle trame dei tradimenti, di non costruire mondi in cui gli unici vincenti sono i furbi e gli ignoranti. I primi (i furbi) perchè investono solo per se stessi, i secondi (gli ignoranti) perchè, come nel vecchio sketch di Totò, si ripetono, ogni volta, “che me ne importa, che so” Pasquale, io?”.
Sessantasei anni fa tutti davano un significato plurale alla parola libertĂ . Poi, forse (ma anche senza forse), il significato è diventato singolare. Si intende libertĂ solo ciò che ciascuno vuole fare, per se stesso e a danno di altri. In politica, sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nei condomini, nel sindacato, tra le categorie professionali e fra quelli artigianali, tra i ragazzi che giocano a pallone e tra quelli che vanno a scuola, tra i loro genitori e tra i loro professori.
Chi si aspettava, coi piedi saldi nel terzo millennio, che le istituzioni (tutte: politiche, educative e sanitarie) fossero affette dal cancro della superficialitĂ , dell”avventurismo, della mediocritĂ , del commercio? Non era stato questo lo spirito delle “Quattro Giornate”. Come non era stato questo lo spirito della Resistenza, del Risorgimento e, comunque, di tutti gli uomini, che nella parabola del tempo, hanno combattuto, hanno sofferto, hanno immolato la propria vita per la LibertĂ .
Caro Direttore, nei fotogrammi finali del bel film di Tornatore, Baaria, il protagonista, parlando col figlio sul naufragio di alcune utopie politiche (sogni infranti, desideri irrealizzati), amaramente conclude: “Volevamo abbracciare il mondo ma avevamo braccia troppe corte”.
Direttore, ancora non mi arrendo e so che neanche tu lo fai. Non voglio rinunciare ad abbracciare il mondo (non da solo, insieme agli altri!). Mica è sempre un”utopia o un sogno da infrangere o un desiderio irrealizzabile?
(Fonte foto: Rete Internet)
I “NOSTRI” RAGAZZI SACRIFICATI A KABUL
Di don Aniello Tortora
Viviamo nella societĂ dei consumi. Tutto si consuma e tutto ci consuma. I cambiamenti sociali e culturali sono così repentini che è difficile tenere dietro ai fatti che accadono. Mentre stai per riflettere su un accadimento giĂ se ne presenta un altro e così via, ogni giorno. Siamo un po” tutti imbambolati e, spesso, manipolati. I mass-media ci guazzano “dentro” questo sistema. C”è un” usura quotidiana delle notizie ed è molto difficile conoscere la veritĂ delle cose. Giorgio Gaber direbbe che sono tutte bugie. È successo così, anche per i sei nostri ragazzi morti a Kabul.
Consumata la notizia, le solite parate ufficiali, i discorsi ipocriti, retorici, formali. Chiuso il discorso. In attesa dei prossimi lutti (purtroppo!).
Chi ne parla più? Rimane solo il dolore e il pianto infinito dei familiari, degli amici, delle giovani vedove e dei piccoli figli. È nel ricordo di tutti l”immagine straziante del piccolo Martin Fortunato che corre verso la bara del papĂ nel giorno dei funerali. CrescerĂ senza il papĂ e la mamma sarĂ una giovane vedova per tutta la vita. Sogni infranti, speranze deluse, vite spezzate.
Tutto questo merita da parte nostra una riflessione profonda. Davanti a tragedie come questa non è possibile “consumare” la notizia.
Bene farebbero coloro che li hanno mandati lì ad inquietarsi e a fare tutti un serio esame di coscienza e ad accogliere il “grido” di quell”uomo anziano che è salito sull”altare dopo la messa e ha chiesto “pace subito”. Al liceo ci hanno insegnato che “historia est magistra vitae”, ma ho l”impressione che non abbiamo voglia di imparare proprio niente, visto che cadiamo sempre negli stessi errori. Questi ragazzi sono stati mandati in guerra. Una guerra sporca, selvaggia, mostruosa, piena di menzogne.
“Si vis pacem, para bellum”, dicevano i latini. Guai a noi se pensiamo ed agiamo così. Oggi, piuttosto dovremmo gridare: “Si vis pacem, para pacem”. La pace si prepara con “azioni di pace” e non la si “attende” con azioni violente e di guerra. Certo, la libertĂ e la giustizia hanno un costo. Ma, mi chiedo: è questa la strada giusta? Si può imporre la democrazia? È questa in Afghanistan una “vera” missione di pace? Quali interessi economici e politici si nascondono dietro certe decisioni o scelte?
Tocca alla politica a e alla diplomazia internazionale cercare strade nuove. Non è più possibile fingere di non vedere.
Un altro aspetto mi ha colpito di questa tragedia e messo in risalto da Roberto Saviano in un suo editoriale su un quotidiano nazionale: il sangue dei ragazzi era ed è tutto del Sud.
Dei ventuno soldati caduti in Afghanistan la maggior parte sono meridionali. L”esercito è composto da moltissimi ragazzi del Sud i quali, non trovando lavoro, cercano in questo organismo sicurezza per la loro vita, con lo scopo di mettere su famiglia, pagarsi un mutuo, organizzare il matrimonio.
L”autore di “gomorra” ricorda, nell”articolo, anche un altro aspetto della vicenda: lĂ i signori della guerra sono forti perchè sono signori della droga.
In Afghanistan si coltiva e si produce il 90% dell”eroina che si consuma nel mondo.
È questa che finanzia la guerra dei taliban e invade i mercati di tutto il mondo.
Alla conclusione del suo articolo così scrive Saviano: “Queste morti ci chiedono perchè tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito “è andata sempre così” “.
Nel mondo non ci sarĂ mai la pace, senza la giustizia e la veritĂ dei fatti e delle cose.
Solo se cambierĂ qualcosa, dopo queste morti, il sacrificio di questi ragazzi non sarĂ vano e il piccolo Martin sarĂ orgoglioso del papĂ . E questi uomini saranno “eroi veri”.
(Fonte foto: Rete Internet)
PILLOLE DI “900. DOPOGUERRA DI SPERANZA E RICOSTRUZIONE
Di Ciro Raia
“IL CIELO STA PIANGENDO”
Caro Direttore,
nei test di valutazione delle matricole è emersa la lacunosa preparazione degli studenti non solo delle UniversitĂ di Palermo e di Bari ma -grazie a Dio!- anche di quelli degli atenei di Torino, Firenze o Bologna. Come dire che i giovani del nord e quelli del sud –almeno in questo- si equiparano. Con buona pace dei Padani! E se quei giovani hanno una difficoltĂ comprensibile nell”abbinare il titolo di un romanzo al suo autore (a volte si soffre di momentanee amnesie) o spiegare cos”è la Cgil (anche le sigle, talvolta, nascondono tranelli), essi sono meno scusabili per la mancata conoscenza del significato di termini come velleitĂ , refuso o di verbi come procrastinare.
Il fatto è, caro Direttore, che viaggiamo in compagnia di una marea di analfabeti di ritorno; molti, infatti, sanno leggere ma, il più delle volte, non capiscono il senso ed il significato di ciò che leggono. Avviene, allora, che smettono di leggere e, da ultimo, davvero non sanno leggere proprio più. Fine del percorso! Quanti amministratori comunali, secondo te, Direttore, capiscono tutto quanto è scritto in una delibera? E quanti legislatori sono perfettamente competenti (direi, forse meglio, conoscitori) di tutto quanto è racchiuso in una legge?
Importante è raggiungere un risultato, il più delle volte fissato dagli interessi delle lobby, dalle logiche delle egemonie governanti o dai fini perscrutabili (quelli imperscrutabili appartengono solo ai disegni divini!) di uomini di coppola o di potere (conflitti di interesse, occupazione di poltrone immeritate ma ben remunerate, ascensione di familiari ed amanti a funzioni apicali, stravolgimenti di piani urbanistici o commerciali e via discorrendo)! Ma il guaio più grande è rappresentato dal fatto che gli innumerevoli analfabeti di ritorno della nostra societĂ sono anche arroganti, convinti come sono di capire tutto.
Anzi, si sentono i veri depositari di tutte le conoscenze: hanno ricette per tutte le soluzioni politiche, per la piaga della disoccupazione, per la scuola che non funziona e –ma questo è un vecchio sport nazionale!- per l”impostazione tattica della formazione calcistica per cui tifano sia essi stessi che altri.
Procrastinare (nel senso di prorogare), ancora a lungo, l”ignoranza? Un refuso è lo stesso di un re fuso (ma anche di un presidente, un sindaco o un governatore fuso)? Ed è velleitario parlare per metafore? GiĂ , le metafore! “-E cosa sarebbero? Il poeta posò una mano sulla spalla del ragazzo. –Per spiegartelo più o meno confusamente, sono modi dire una cosa paragonandola con un”altra. –Mi faccia un esempio. Neruda guardò l”orologio e sospirò. –Be”, quando dici che il cielo sta piangendo, cos”è che vuoi dire? –Semplice! Che sta piovendo, no? –Ebbene, questa è una metafora ” (Antonio SkĂ rmeta, Il postino di Neruda, Garzanti, 1993).
E senza metafore si perde anche il senso della storia. È difficile capire gli avvenimenti di tutti i giorni se non si possiedono elementi di identificazione e di valutazione di fatti appena trascorsi o anche un po” più vecchi. E coloro che dovrebbero possedere, più di tutti, il senso della storia (ma anche il significato delle metafore) sono essenzialmente i politici (presidenti, sindaci e governatori), perchè essi hanno la presunzione di essere interpreti sicuri di una storia in divenire, che è appunto la politica!
Caro Direttore, nel 1941, Bertolt Brecht scrisse un testo teatrale dal curioso titolo “La resistibile (o contenibile) ascesa di Arturo Ui”. In esso c”era la trasposizione della storia dell”avvento del nazismo nel mondo dei gangster, al fine di mettere in guardia i paesi capitalistici dal non irresistibile –perciò resistibile o contenibile- trionfo del gangsterismo politico fascista. Insomma, un”allegoria bella e buona! Arturo Ui, sulla scena, era un capo gangster come Al Capone, che imponeva la sua legge a sventurati capi del trust dei cavolfiori. Arturo Ui non era, però, solo Al Capone. Poteva essere anche Gengis Khan o Giulio Cesare, Napoleone o Hitler, un presidente, un sindaco o un governatore. E come tutti i grandi dittatori – talvolta anche famosi criminali- Arturo Ui doveva, perciò, essere denunciato, messo in ridicolo, al fine di bloccarne l”ascesa.
Bisogna, infatti, sempre togliersi la maschera e dire ciò che si pensa, senza farsi ammaliare dalla teoria del “male minore”, che non sempre è la traduzione felice di un “bene maggiore” (ma su questo concetto vorrei ragionare in una prossima occasione). Così, nel breve epilogo, Brecht scriveva: “Imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancor fecondo”.
Caro Direttore, la resistibile ascesa di Arturo Ui, come avrai certamente capito (ma tu ti sei sottoposto ai test di valutazione all”UniversitĂ ?), è un”allegoria pura è semplice. E l”allegoria è un”interpretazione metaforica (eccola, di nuovo, la metafora!), una trasposizione simbolica, un sovrasenso. Tu sai perfettamente che è necessario dare senso e significato alle parole che si usano. È bene, perciò, conoscerle le parole e metterle fuori con una finalitĂ , una ragione, una motivazione. Ti ricordi il film di Moretti, “Palombella rossa”(1989)? L”alter ego del regista, Michele Apicella, dirigente del Pci e giocatore di pallanuoto, a un certo punto diceva: “Le parole sono importanti. Chi parla male, pensa male e vive male”.
Direttore, un piccolo sforzo anche da parte tua, per aiutare a vivere tutti noi un po” meglio di quanto solitamente avviene. Dicendo pane al pane e vino al vino, chiamando per nome le cose e gli uomini e, quando è necessario, usando magari metafore ed allegorie. Avendo, ovviamente, occhio a stare sempre nel senso della storia.
(Fonte foto: Rete Internet)
“I NOSTRI FIGLI SINTOMO DI FAMIGLIE MALATE”
Silvano Forcillo (foto) è psicologo, sociologo, apprezzato psicoterapeuta rogersiano e facilitatore di gruppi d”incontro. È presidente dell”Aspu, Associazione per lo sviluppo del potenziale umano, che si dedica allo studio della Persona, del comportamento umano e dei modelli educativi e formativi.
Tra le iniziative promosse dall”Aspu vi è il corso di Genitori Efficaci, il cui scopo è aiutare i genitori ad ascoltare i figli ed evitare comportamenti che incutano timore e provochino timidezza o aggressivitĂ . Il prof. Forcillo e l”Aspu, sono dunque osservatorio privilegiato per un approfondimento sulle ultime violente vicende che hanno visto al centro giovani, ragazzi, minoreni, accomunati dall”appartenenza ad una baby gang.
Prof. Forcillo, la cronaca ci regala un quotidiano diario di malefatte compiute da giovanissimi ragazzi e ragazze, che, forti dell”appartenenza ad una gang, offendono e picchiano ignari passanti. Ma ci sono anche situazioni estreme, come quella degli assassini di una guardia giurata, uccisa nell”agosto scorso per mano di giovani di 20 anni con giĂ alle spalle una lunga carriera criminale.
I giovani protagonisti di queste storie, sono solo espressione del fallimento dei loro genitori o c”è anche dell”altro?
“Sicuramente il fenomeno è molto più vasto e può essere visto da diversi punti di vista. È chiaro che quello più immediatamente utile è sicuramente quello psicologico. Ma c”è di mezzo sicuramente anche il punto di vista sociologico e soprattutto culturale, quello con cui si deve guardare a questo triste fenomeno. Intanto, c”è una crisi tremenda e un abbattimento dei valori educativi e di sistemi educativi oramai sorpassati. Fino ad adesso noi abbiamo creduto che il metodo autoritario e quello repressivo fossero la causa di questi momenti di crisi della gestione educativa familiare e soprattutto dello sbando di questi giovani. Il modello educativo più grave che in questo momento sta dando fastidio, che rende protagonisti negativi i ragazzi e i loro genitori incapaci ad intervenire, è proprio quello che oggi chiamiamo “metodo educativo incoerente”. Incoerente non nel senso che l”adulto pensa una cosa e ne fa un”altra, o nel senso che l”adulto dice e poi non fa. Incoerente è quel sistema educativo che vede l”adulto (sia esso genitore o docente) chiedere al figlio, ai giovani, di fare, di comportarsi in un modo nel quale lo stesso adulto non crede più. L”adulto non ha più nè mordente, nè iniziative, nè ideali, nè valori da proporre. Il “branco”, quindi, non ha più riferimenti valoriali. Che anche l”adulto non ha più perchè non ha mezzi, strumenti e strategie da adottare. E poi, il genitore non ha ancor ben chiaro un fenomeno gravissimo: una volta che il ragazzo esce dalla famiglia e viene “preso” dal branco, la famiglia non ha potere sul branco. Il branco, infatti, propone modelli, valori, che sono gli unici modelli a cui in questo momento i giovani sentono di ispirarsi. Quindi, l”aggressivitĂ , la violenza, non sono solo manifestazioni di potere, di disorientamento, ma neanche solamente smarrimento genitoriale.
AggressivitĂ , violenza, la sopraffazione, l”emozione atta a rendere negativa la persona e a creare fastidio, è solamente il segnale di una cosa molto più grave: è il fatto che questi giovani non hanno un”alternativa, un modello, niente da imitare, o a cui riferirsi; cioè, non hanno più un confine e delle regole dettate. E per confini si intendono confini valoriali, educativi, affettivi, di rispetto della persona. Manca cioè proprio il modello genitoriale. Il ragazzo, indipendentemente da quello che fa, non è altro che un sintomo, il malato è l”adulto; la malattia sono i sistemi educativi che ormai sono superati e non proposti in maniera innovativa e moderna. Ecco perchè il branco dĂ più sicurezza: l”unione fa la forza, l”unione che non è più unione per fare il bene ma per divertirsi; un divertirsi in senso smodato, non più serio e intelligente, ma improntato al”edonismo. Cioè, vivere emozionandosi, facendo cose di cui le conseguenze non hanno valore, non hanno importanza. Si fanno cose senza pensare al danno che si crea al”altro; non c”è più la persona, non c”è più la conseguenza, non c”è più la paura del dopo. Esiste solamente il momento “piacevole” dell”istante fine a sè stesso. A tutto questo, l”adulto, i genitori, non sanno nè proporre forme diverse di divertimento e di interessi, non sanno più proporsi come orientamento valoriale, esistenziale, culturale, politico, sociale, lavorativo. C”è una carenza forte di orientamento che le scuole, le famiglie, le istituzioni, non sanno offrire”.
L”eccessiva presenza di queste baby gang sono la testimonianza dell”assenza delle Istituzioni. L”ancora di questi giovani dovrebbero essere i genitori, Pèrò, spesso, nella famiglia c”è un corto circuito. In questi casi, bisogna sperare in qualcosa o bisogna lasciar perdere perchè non c”è più nulla da fare?
“No, assolutamente non è vero che non c”è più nulla da fare e bisogna ancora non tanto sperare ma darsi da fare. Al momento cosa succede? Succede una cosa molto grave. La maggior parte degli adulti, dei genitori, sono occupati a sopravvivere.
Sono occupati e preoccupati di portare avanti un”esistenza dell”immediato, nel garantire la sopravvivenza. E questo cosa comporta? Che non si ha nè il coraggio nè la voglia, ma soprattutto neanche l”amore e la disponibilitĂ e la consapevolezza di dare qualcosa al figlio che non sia solo la sicurezza materiale. Perchè ormai, a questo si è ridotti. A garantire la sicurezza temporale, materiale. Non c”è più la voglia di mandare avanti e di dare la sicurezza affettiva. Ci si preoccupa per i figli, ci si preoccupa di dare ai figli ancora qualcosa che però poi si riduce solamente a tutto ciò che è materialistico, immediato e funzionale per l”immediato.
Quindi, non è che non c”è più una via di speranza, c”è solamente da rimettersi in gioco. Detto più concretamente, c”è da ritrovare il tempo: per gli affetti, per la cura, per il dialogo, per lo stare insieme, ma soprattutto per dare certezza non del materiale ma certezza dei sentimenti, dell”emotivitĂ , del sentire, del sentirsi e del condividere. In famiglia non si condivide niente, c”è solamente il pensare, il dovere e il fare. E a guardare bene, sono gli stessi concetti del sistema economico attuale, ma anche di quello politico, per i quali dobbiamo solo essere utenti terminali, usufruitori, consumatori. Il resto non ha più importanza. Le emozioni sono state fregate e vietate. Per tornare alla domanda, rispondo che sì, c”è ancora da fare qualcosa. Ma i genitori dovrebbero andare a scuola dell”alfabetizzazione emotiva. Dovrebbero essere formati.
Addirittura, secondo me, ci vorrebbero i punti sulla patente anche per fare i genitori e toglierli a coloro a coloro che non hanno nè più voglia, nè più tempo, nè più entusiasmo, nè più amore da dare ai propri figli. I giovani, prodotto di questi genitori, non sanno esprimere emozioni, non sanno darsi emozioni, per farlo hanno bisogno solo di fare del male, di tediare, di esagerare, di creare problemi. Questi ragazzi non sanno stare con sè stessi, devono stare sempre occupati, o devono chattare, o col telefonino, o a vedere film, partite, ma non riescono a stare un solo secondo soli con sè stessi. E quindi hanno bisogno solo di essere nevriticamente frettolosi, operativi.
È indubbio che questi sintomi sono la rappresentazione del fallimento dei modelli educativi proposti dalla scuola, dalla famiglia, dalla religione, dalla chiesa. Oramai, i sistemi valoriali sono fallimentari dappertutto, perchè ci si propone solamente di dire cosa fare, o come comportarsi. Niente, nessuno, nè la politica, nè la scuola, nè la religione, nè l”educazione, insegna a come essere e a come sentire e rispettare la persona umana. C”è bisogno di nuovi modelli educativi che partano dalla persona, dal bisogno di sentire che ciò che ho messo al mondo come figlio è il mio pezzo di immortalitĂ , è ciò che continua di me e che un valore deve avere. Bisogna quindi, riverificare il rapporto del sentire e del mettersi in condivisione con l”altro”.
È così che si inverte la tendenza?
“Più che invertire la tendenza, consentimi, è il ritornare alle origini. È come se fossimo andati troppo avanti ma oltre quello che siamo capaci di vivere e contenere. Naturalmente, ritornare alle origini non significa ritornare alle tradizioni, ma significa tornare al modo in cui si è persona, al modo con cui si nasce. Si nasce con il cuore, è attorno al cuore che si è formato tutto e si nasce con una cognitivitĂ che deve crescere supportata dall”affettivitĂ “.
Prof. la cronaca ci regala situazioni nelle quali genitori e parenti aggrediscono la polizia per sottrarre i figli (spesso minorenni) dall”arresto perchè colpevoli di aver compiuto rapine e violenze. In questo incredibile sottosopra, per rimettere le cose nel loro ordine naturale occorrono psicologi, sociologi o politici?
“Dal punto di vista culturale, questa è una domanda molto importante. Bisogna avere proprio quelle figure lì: il sociologo, lo psicologo, il mediatore, l”assistente sociale, l”educatore, il counselor. Forse il politico e il poliziotto sono meno importanti. Bisogna convincersi di una cosa: oggi esiste l”adolescenza, il minore, il deviante, il pericolo, il problema. Cioè, esistono situazioni e problemi che giustificano la presenza di queste figure. Il poliziotto e il politico sono figure di sempre e che addirittura non hanno più validitĂ . Il poliziotto, ad esempio, è visto solamente come uno che deve garantire uno Stato che non funziona, ecco perciò viene preso di mira. Gli esempi che hai citato nella domanda sono l”esatta conseguenza di quanto ho detto. Questi genitori solo nel momento del pericolo si rendono conto di mantenere il proprio possesso egoistico-amoroso, anche se i loro figli hanno sbagliato e vanno puniti. Invece no. Questi figli, pur se hanno sbagliato, vanno difesi comunque, anche contro le istituzioni. Perchè? Perchè non sono più le istituzioni il punto di riferimento per garantire il benessere”.
Esiste la possibilitĂ di prevenzione contro i fenomeni delle baby gang?
“Sì. Però intanto bisogna smetterla col pensare che solo la Scuola è il luogo di prevenzione. Con questo modo di pensare abbiamo fatto diventare la scuola ricettacolo di tutto. La scuola deve occuparsi di droga, devianza, abuso, educazione stradale e civica, etc. Cioè, qui abbiamo buttato tutto nella scuola perchè è il sistema più facile e conveniente economicamente. Ma su tutto quello il docente non è preparato. Ma tu pensa che il ragazzo che finisce la scuola media e va alle superiori (quindi, dai 14 anni in poi), si trova ad avere a che fare con docenti che non hanno nessuna conoscenza di psicologia, sociologia e pedagogia. E queste mancanze esistono proprio in un periodo della vita del ragazzo che presuppongono conoscenze psicologiche, sociologiche, biologiche e pedagogiche, per aiutare questo giovane e quindi prevenire. Il problema è che nella scuola ci sono docenti che conoscono la loro materia ma non sono per niente di aiuto in quanto orientatori di questi ragazzi. In questo momento storico, poi, è addirittura superfluo parlare di prevenzione, perchè i tagli e le sforbiciate nel mondo della scuola portano con sè tanta insicurezza”.
(Fonte foto: ilmediano.it)
IL GENITORE EFFICACE
Silvano Forcillo entra a far parte della schiera dei collaboratori de ilmediano.it. Il professore curerĂ una rubrica quindicinale nella quale, da par suo, analizzerĂ la famiglia che, pur restando il primo ambiente in cui inizia lo sviluppo umano, sta attraversando senza dubbio una crisi abbastanza seria, circondata da problematiche interne (il ruolo dei genitori non più legati ai tradizionali stereotipi), ed esterne (unioni civili, coppie di fatto, famiglie allargate, matrimoni misti tra aderenti a diverse convinzioni religiose, tra quelle più evidenti).
La rubrica rappresenta un ulteriore tassello di un progetto, tra gli altri, che questo giornale si è prefisso fin dall”inizio: capire fino in fondo fenomeni e prassi giovanili, analizzando i comportamenti dei ragazzi (giovani e adolescenti) nel contesto scolastico, in quello sociale e nell”ambito familiare.
Naturalmente, Silvano Forcillo non disdegnerĂ di commentare anche situazioni e fatti lontani dal tema principale della rubrica, ma che per le loro caratteristiche meriteranno analisi e ragionamento.
LA TERRA AVVELENATA
Di Amato Lamberti
Il territorio della Campania, in particolare nelle province di Napoli e Caserta, è una terra avvelenata. In tutti i sensi, da quello morale a quello fisico e ambientale. Forse dovrei cambiare nome a questa rubrica: la terra avvelenata sarebbe il migliore titolo per raggruppare anche gli interventi giĂ fatti sulla camorra, le pubbliche amministrazioni inquinate, l”abusivismo edilizio, il consumo scriteriato del territorio. Sono tutte manifestazioni di un avvelenamento a cui non facciamo neppure più caso perchè siamo tutti mitridizzati ai veleni di questa terra.
Una indagine del CNR ancora in corso, sulle ricadute sulle persone dell”inquinamento ambientale del nostro territorio, realizzata prelevando campioni di sangue e di latte materno, sembra dare risultati sconfortanti; anziani, adulti, bambini, uomini e donne, presentano livelli significativi di sostanze inquinanti nell”organismo, perchè si nutrono di cibi inquinati non dai cicli di lavorazione industriale ma dal terreno, respirano aria mefitica e velenosa, bevono e consumano acqua spesso inquinata da sostanze tossiche sversate nel terreno e arrivate alle falde acquifere.
Ci sono territori, come Acerra, Tufino, Giugliano, dove i ricercatori dei vari Istituti di Parma, Trieste, Pisa, Roma, coinvolti dal CNR, non abiterebbero mai e si meravigliano dell”assuefazione della gente ad una situazione che tutti sanno insostenibile proprio per i livelli di inquinamento accumulatisi e moltiplicatisi negli anni ad opera di diversi fattori, dagli scarichi in atmosfera di aziende inquinanti agli sversamenti abusivi degli espurghi dei pozzi a tenuta, dagli scarichi abusivi di rifiuti tossici nel terreno all”incendio sistematico di cumuli di rifiuti do ogni genere, appiccati apposta per nascondere lo sversamento abusivo di rifiuti tossici, compresi quelli ospedalieri.
Durante la ricerca sul territorio, ribattezzato “la terra dei fuochi”, gli stessi studiosi, medici ed epidemiologi, hanno potuto assistere all”incendio dei cumuli di spazzatura ad opera di soggetti che li hanno piantonati per evitare che qualcuno provvedesse a spegnerli per tempo. Ma la gente del posto, evidentemente perchè sapeva chi erano i soggetti che appiccavano i fuochi e piantonavano i roghi, si guardava bene dall”intervenire direttamente e, al massimo, avvisava, tenendosi nascosti e in forma anonima, vigili urbani e pompieri, anche se sapeva che i più danneggiati erano proprio loro che abitavano stabilmente nel territorio circostante.
Un disastro senza precedenti in alcuna parte d”Italia che, nelle province di Napoli e Caserta, si consuma da anni senza che nessuno si impegni a frenare le azioni delittuose e ad avviare una bonifica radicale del territorio. Una bonifica non facile di un territorio avvelenato da decenni di azioni delittuose ma densamente abitato e coltivato, nelle aree ancora utilizzabili, in maniera intensiva per la produzione di ortaggi e di frutta che ad ogni analisi risultano troppo ricchi di inquinanti e metalli pesanti. Persino gli animali da pascolo risentono di questa situazione di inquinamento, come ha dimostrato il filmato “biutiful cauntri” che tutti possono vedere su internet: crescono stentatamente, muoiono di malattie ignote, partoriscono mostri a due teste o a sei zampe.
Molte proteste ma nessuna azione concreta. Una situazione che meriterebbe una dichiarazione di disastro ambientale che, in alcuni casi, dovrebbe far prendere in esame anche la possibilitĂ di spostare, magari temporaneamente, la popolazione, oltre al blocco della vendita di prodotti agricoli per l”alimentazione umana, per poter avviare la verifica della possibilitĂ reale di una bonifica del territorio. Ma gli amministratori, molti dei quali direttamente colpevoli del disastro, non hanno neppure il coraggio di sollevare la questione nelle sedi opportune.
Il sonno della ragione genera sempre mostri, come abbiamo potuto constatare con l”emergenza rifiuti. Quando questo sonno è colpevole e criminale i mostri diventano sempre più grandi, potenti e tracotanti, come possiamo facilmente constatare, anche solo guardandoci attorno.
(Fonte foto: Rete Internet)
LA RUBRICA
DALLA CITTÁ IMPENETRABILE SI ESCE CON L’INTELLIGENZA
Di Michele Montella
Ricordate il minotauro? Feroce ed orrida bestia nata dall’amore immondo tra Parsifae, moglie di Minosse, re di Creta e un bianco toro lasciato libero da Ercole? Il re non ha la forza di ucciderlo, perchè la bestia è pur sempre figlio della donna che lui ama infinitamente e allora chiama Dedalo, famoso architetto, a sua volta gravato da una storia crudele, e gli chiede di costruire un labirinto, una cittĂ impenetrabile, in cui chiunque si fosse avventurato non avrebbe più trovato la via d’uscita.
Chi siamo noi nella parabola amara di questo trio di infelici?
Siamo Minosse, ricco amante e felice re, che ha fondato la sua vita sulla mitezza del potere e la giustizia di leggi magnifiche? O siamo forse Parsifae, figli della luce e del sole, a cui Giove ispira un amore contro natura, istintivo e animalesco? O, infine, siamo il Minotauro in parte uomini e in parte bestie, che nel mescolio passionale della carne ci sfamiamo uccidendo altri uomini e altre donne?
Il potente e terribile mito, concluso con la prigionia di Dedalo nello stesso labirinto da lui costruito, è la rappresentazione immediata e plastica della nostra quotidianitĂ : potremmo essere sovrani cittadini e miti costruttori di leggi giuste e invece diventiamo folla senza nome, che acclama vergognosi politicanti del nulla; accettiamo la luce non per guardare in trasparenza la storia, che pur ha tante evoluzioni positive, ma per guardare con più attenzione penose infedeltĂ e lussuriosi tentativi di allontanare la vecchiaia e la morte; rinchiudiamo le nostre brutture in occulte grotte infernali, senza il coraggio di affrontarle e di purificarcene.
Come se ne può uscire?
Un’ antica tradizione ebraica vede nella manna del libro dell’Esodo un differente sapore per ogni ebreo, che nel faticoso cammino nel deserto se ne cibava: latte per il bambino, pane per il giovane e miele per il vecchio.
La cittĂ del labirinto può riservarci sorprese se accettiamo che l’intelligenza possa aprire spiragli e diventare cibo per tutti. Il sogno illuminista di migliorare il mondo attraverso l’uso delle intelligenze di cui siamo dotati non è ancora finito. Ne sono sicuro.
(Fonte foto: Rete Internet)
LA STORIA IN PILLOLE. 1949: L’ITALIA ENTRA NELLA NATO
Di Ciro Raia
Il clima politico si fa sempre più teso, specie da quando l”Italia, nel 1949, ha deciso di aderire alla NATO (North Atlantic Treaty Organization). Il trattato impegna gli Stati Uniti ed una decina di paesi europei –tra cui, appunto, l”Italia- a darsi un”organizzazione militare integrata ed a prestare aiuto al paese alleato eventualmente aggredito dall”Unione Sovietica.
L”adesione dell”Italia provoca un grande dibattito parlamentare. I partiti di sinistra accusano De Gasperi di voler mettere il paese al servizio degli americani. I democristiani ed il loro leader si difendono, dicendo di voler salvaguardare la penisola dalla minacciosa politica estera di Stalin. Alla fine del mese di marzo dello stesso 1949, col voto a maggioranza del parlamento, l”Italia entra nell”Alleanza atlantica. Tra coloro che esprimono voto contrario si segnalano alcuni deputati della sinistra democristiana e buona parte di quelli del PSLI.
I parlamentari di maggioranza dissidenti temono che possa interrompersi definitivamente la possibilitĂ di dialogare con le sinistre. Ma temono anche che l”opinione pubblica, a solo quattro anni dalla fine della guerra, non digerisca la necessitĂ di dover sottoscrivere un nuovo patto militare. Ad alimentare il fuoco della contrapposizione sociale e politica si mette anche la Chiesa. Il 12 luglio 1949, infatti, un decreto del Sant”Uffizio commina la scomunica a quanti professano l”ideologia comunista.
In altre parole i comunisti non sono ammessi ai Sacramenti Cristiani, perchè “il comunismo è materialista e anticristiano. I capi comunisti, sebbene a volte sostengono a parole di non essere contrari alla Religione, di fatto sia nella dottrina sia nelle azioni si dimostrano ostili a Dio, alla vera Religione e alla Chiesa di Cristo”.
Intanto, nelle regioni meridionali –e non solo- un forte movimento di contadini chiede la distribuzione delle terre e dei latifondi abbandonati. Il ministro degli Interni, il democristiano Mario Scelba, ordina alla polizia di intervenire duramente; negli scontri muoiono alcuni dimostranti.
È quanto avviene nella cittadina calabrese di Melissa, dove, il 24 ottobre 1949, le forze dell”ordine sparano sui contadini che cercano di occupare le terre abbandonate del fondo FragalĂ . Oltre a numerosi feriti, perdono la vita tre agricoltori, due ragazzi di 15 e 19 anni ed una giovane donna. La repressione del governo genera la solidarietĂ di tutti i lavoratori, che, si coalizzano e chiedono il rispetto dei propri diritti. Nuove manifestazioni operaie in varie cittĂ d”Italia, però, sono affogate nel sangue; gli spari dei celerini lasciano, infatti, sul selciato altre nove morti. Non si contano, poi, gli arrestati: oltre un migliaio.
È un drammatico momento per tutta la nazione, che, il 4 maggio 1949, era giĂ stata segnata da un lutto nazionale: l”aereo, che riportava in patria la gloriosa squadra di calcio del Torino, si era schiantato, a causa della fitta nebbia, contro la collina di Superga, alle porte del capoluogo piemontese (foto). I giocatori, che avevano vinto consecutivamente gli ultimi 5 scudetti, tornavano da una partita amichevole giocata in Portogallo. La catastrofe del FIAT G-212 aveva cancellato i nomi di atleti le cui azioni di gioco erano state tante volte descritte alla radio dalla voce di un giovane cronista siciliano, Nicolò Carosio.
Un”immensa e commossa folla aveva partecipato ai funerali; come in un campo di calcio erano allineate le bare di Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Ricordando i giocatori del grande Torino, Davide Lajolo aveva scritto: “Vi ricordiamo non soltanto noi che vi abbiamo conosciuti e vi siamo stati amici e sostenitori sempre, ma vi ricorderanno tutti coloro che credono nella giovinezza e nella vita”.
La prima metĂ del secolo si chiude, così, con l”ingresso, faticoso, drammatico, dei contadini nella storia contemporanea e col riconoscimento della loro cultura da parte degli intellettuali. È Ernesto De Martino, un antropologo, ad accendere il dibattito intorno alla “questione contadina”, riconoscendo non solo l”azione politica messa in moto dalle masse popolari ma anche tutta la cultura (magia, superstizioni, miti, tradizioni, credenze, rimedi) di cui quelle masse sono depositarie e portatrici.
(Fonte foto: Rete Internet)

