Le lacune evidenziate dalle matricole universitarie nei test d”accesso, sono la cima di un fenomeno che sta caratterizzando l”Italia degli ultimi anni: l”analfabetismo di ritorno.
Caro Direttore,
nei test di valutazione delle matricole è emersa la lacunosa preparazione degli studenti non solo delle Università di Palermo e di Bari ma -grazie a Dio!- anche di quelli degli atenei di Torino, Firenze o Bologna. Come dire che i giovani del nord e quelli del sud –almeno in questo- si equiparano. Con buona pace dei Padani! E se quei giovani hanno una difficoltà comprensibile nell”abbinare il titolo di un romanzo al suo autore (a volte si soffre di momentanee amnesie) o spiegare cos”è la Cgil (anche le sigle, talvolta, nascondono tranelli), essi sono meno scusabili per la mancata conoscenza del significato di termini come velleità, refuso o di verbi come procrastinare.
Il fatto è, caro Direttore, che viaggiamo in compagnia di una marea di analfabeti di ritorno; molti, infatti, sanno leggere ma, il più delle volte, non capiscono il senso ed il significato di ciò che leggono. Avviene, allora, che smettono di leggere e, da ultimo, davvero non sanno leggere proprio più. Fine del percorso! Quanti amministratori comunali, secondo te, Direttore, capiscono tutto quanto è scritto in una delibera? E quanti legislatori sono perfettamente competenti (direi, forse meglio, conoscitori) di tutto quanto è racchiuso in una legge?
Importante è raggiungere un risultato, il più delle volte fissato dagli interessi delle lobby, dalle logiche delle egemonie governanti o dai fini perscrutabili (quelli imperscrutabili appartengono solo ai disegni divini!) di uomini di coppola o di potere (conflitti di interesse, occupazione di poltrone immeritate ma ben remunerate, ascensione di familiari ed amanti a funzioni apicali, stravolgimenti di piani urbanistici o commerciali e via discorrendo)! Ma il guaio più grande è rappresentato dal fatto che gli innumerevoli analfabeti di ritorno della nostra società sono anche arroganti, convinti come sono di capire tutto.
Anzi, si sentono i veri depositari di tutte le conoscenze: hanno ricette per tutte le soluzioni politiche, per la piaga della disoccupazione, per la scuola che non funziona e –ma questo è un vecchio sport nazionale!- per l”impostazione tattica della formazione calcistica per cui tifano sia essi stessi che altri.
Procrastinare (nel senso di prorogare), ancora a lungo, l”ignoranza? Un refuso è lo stesso di un re fuso (ma anche di un presidente, un sindaco o un governatore fuso)? Ed è velleitario parlare per metafore? Già, le metafore! “-E cosa sarebbero? Il poeta posò una mano sulla spalla del ragazzo. –Per spiegartelo più o meno confusamente, sono modi dire una cosa paragonandola con un”altra. –Mi faccia un esempio. Neruda guardò l”orologio e sospirò. –Be”, quando dici che il cielo sta piangendo, cos”è che vuoi dire? –Semplice! Che sta piovendo, no? –Ebbene, questa è una metafora ” (Antonio Skàrmeta, Il postino di Neruda, Garzanti, 1993).
E senza metafore si perde anche il senso della storia. È difficile capire gli avvenimenti di tutti i giorni se non si possiedono elementi di identificazione e di valutazione di fatti appena trascorsi o anche un po” più vecchi. E coloro che dovrebbero possedere, più di tutti, il senso della storia (ma anche il significato delle metafore) sono essenzialmente i politici (presidenti, sindaci e governatori), perchè essi hanno la presunzione di essere interpreti sicuri di una storia in divenire, che è appunto la politica!
Caro Direttore, nel 1941, Bertolt Brecht scrisse un testo teatrale dal curioso titolo “La resistibile (o contenibile) ascesa di Arturo Ui”. In esso c”era la trasposizione della storia dell”avvento del nazismo nel mondo dei gangster, al fine di mettere in guardia i paesi capitalistici dal non irresistibile –perciò resistibile o contenibile- trionfo del gangsterismo politico fascista. Insomma, un”allegoria bella e buona! Arturo Ui, sulla scena, era un capo gangster come Al Capone, che imponeva la sua legge a sventurati capi del trust dei cavolfiori. Arturo Ui non era, però, solo Al Capone. Poteva essere anche Gengis Khan o Giulio Cesare, Napoleone o Hitler, un presidente, un sindaco o un governatore. E come tutti i grandi dittatori – talvolta anche famosi criminali- Arturo Ui doveva, perciò, essere denunciato, messo in ridicolo, al fine di bloccarne l”ascesa.
Bisogna, infatti, sempre togliersi la maschera e dire ciò che si pensa, senza farsi ammaliare dalla teoria del “male minore”, che non sempre è la traduzione felice di un “bene maggiore” (ma su questo concetto vorrei ragionare in una prossima occasione). Così, nel breve epilogo, Brecht scriveva: “Imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancor fecondo”.
Caro Direttore, la resistibile ascesa di Arturo Ui, come avrai certamente capito (ma tu ti sei sottoposto ai test di valutazione all”Università?), è un”allegoria pura è semplice. E l”allegoria è un”interpretazione metaforica (eccola, di nuovo, la metafora!), una trasposizione simbolica, un sovrasenso. Tu sai perfettamente che è necessario dare senso e significato alle parole che si usano. È bene, perciò, conoscerle le parole e metterle fuori con una finalità, una ragione, una motivazione. Ti ricordi il film di Moretti, “Palombella rossa”(1989)? L”alter ego del regista, Michele Apicella, dirigente del Pci e giocatore di pallanuoto, a un certo punto diceva: “Le parole sono importanti. Chi parla male, pensa male e vive male”.
Direttore, un piccolo sforzo anche da parte tua, per aiutare a vivere tutti noi un po” meglio di quanto solitamente avviene. Dicendo pane al pane e vino al vino, chiamando per nome le cose e gli uomini e, quando è necessario, usando magari metafore ed allegorie. Avendo, ovviamente, occhio a stare sempre nel senso della storia.
(Fonte foto: Rete Internet)




