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I “NOSTRI” RAGAZZI SACRIFICATI A KABUL

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La vita dei ragazzi del Sud macinata in una falsa azione di pace. Occorrerebbe un serio dibattito per discutere di quella guerra, ma tutto tace. Tutto ormai, è già passato
Di don Aniello Tortora

Viviamo nella società dei consumi. Tutto si consuma e tutto ci consuma. I cambiamenti sociali e culturali sono così repentini che è difficile tenere dietro ai fatti che accadono. Mentre stai per riflettere su un accadimento già se ne presenta un altro e così via, ogni giorno. Siamo un po” tutti imbambolati e, spesso, manipolati. I mass-media ci guazzano “dentro” questo sistema. C”è un” usura quotidiana delle notizie ed è molto difficile conoscere la verità delle cose. Giorgio Gaber direbbe che sono tutte bugie. È successo così, anche per i sei nostri ragazzi morti a Kabul.

Consumata la notizia, le solite parate ufficiali, i discorsi ipocriti, retorici, formali. Chiuso il discorso. In attesa dei prossimi lutti (purtroppo!).
Chi ne parla più? Rimane solo il dolore e il pianto infinito dei familiari, degli amici, delle giovani vedove e dei piccoli figli. È nel ricordo di tutti l”immagine straziante del piccolo Martin Fortunato che corre verso la bara del papà nel giorno dei funerali. Crescerà senza il papà e la mamma sarà una giovane vedova per tutta la vita. Sogni infranti, speranze deluse, vite spezzate.

Tutto questo merita da parte nostra una riflessione profonda. Davanti a tragedie come questa non è possibile “consumare” la notizia.
Bene farebbero coloro che li hanno mandati lì ad inquietarsi e a fare tutti un serio esame di coscienza e ad accogliere il “grido” di quell”uomo anziano che è salito sull”altare dopo la messa e ha chiesto “pace subito”. Al liceo ci hanno insegnato che “historia est magistra vitae”, ma ho l”impressione che non abbiamo voglia di imparare proprio niente, visto che cadiamo sempre negli stessi errori. Questi ragazzi sono stati mandati in guerra. Una guerra sporca, selvaggia, mostruosa, piena di menzogne.

“Si vis pacem, para bellum”, dicevano i latini. Guai a noi se pensiamo ed agiamo così. Oggi, piuttosto dovremmo gridare: “Si vis pacem, para pacem”. La pace si prepara con “azioni di pace” e non la si “attende” con azioni violente e di guerra. Certo, la libertà e la giustizia hanno un costo. Ma, mi chiedo: è questa la strada giusta? Si può imporre la democrazia? È questa in Afghanistan una “vera” missione di pace? Quali interessi economici e politici si nascondono dietro certe decisioni o scelte?
Tocca alla politica a e alla diplomazia internazionale cercare strade nuove. Non è più possibile fingere di non vedere.

Un altro aspetto mi ha colpito di questa tragedia e messo in risalto da Roberto Saviano in un suo editoriale su un quotidiano nazionale: il sangue dei ragazzi era ed è tutto del Sud.
Dei ventuno soldati caduti in Afghanistan la maggior parte sono meridionali. L”esercito è composto da moltissimi ragazzi del Sud i quali, non trovando lavoro, cercano in questo organismo sicurezza per la loro vita, con lo scopo di mettere su famiglia, pagarsi un mutuo, organizzare il matrimonio.
L”autore di “gomorra” ricorda, nell”articolo, anche un altro aspetto della vicenda: là i signori della guerra sono forti perchè sono signori della droga.
In Afghanistan si coltiva e si produce il 90% dell”eroina che si consuma nel mondo.
È questa che finanzia la guerra dei taliban e invade i mercati di tutto il mondo.

Alla conclusione del suo articolo così scrive Saviano: “Queste morti ci chiedono perchè tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito “è andata sempre così” “.
Nel mondo non ci sarà mai la pace, senza la giustizia e la verità dei fatti e delle cose.
Solo se cambierà qualcosa, dopo queste morti, il sacrificio di questi ragazzi non sarà vano e il piccolo Martin sarà orgoglioso del papà. E questi uomini saranno “eroi veri”.

(Fonte foto: Rete Internet)

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