Lentamente l”Italia supera le ferite della guerra e si avvia a trasformare la sua economia da agricola ad industriale. Il boom economico è alle porte con vantaggi e guasti di ogni crescita impetuosa.
Di Ciro Raia
Con il 1950 si apre, per l”Italia, un decennio di speranza e ricostruzione. Le ferite della guerra sono ancora fresche: i giudici di Bologna hanno appena condannato all”ergastolo il maggiore delle SS Walter Reder, responsabile dello sterminio di circa 1830 persone nei paesi di Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, sulle colline bolognesi. Le cifre del censimento svelano che l”analfabetismo è calato ma è ancora troppo evidente (oltre 5 milioni, su una popolazione superiore ai 6 anni, di 42 milioni di persone- non sono in grado di leggere nè di scrivere!); a poco più di cinque anni dalla fine del conflitto mondiale, si respira nel paese un massiccio ritorno alla religione.
I fedeli, infatti, si inchinano davanti alla prestigiosa figura di Pio XII, pregano per i miracoli di Padre Pio, visitano conventi e cattedrali, organizzano pellegrinaggi e si preparano a celebrare il 24° Anno Santo nella storia della Chiesa. Proprio in previsione di questo avvenimento, sono attesi a Roma dai 3 ai 5 milioni di visitatori. All”uopo, perciò, nella capitale d”Italia si preparano posti-letto, guide, souvenir, cibarie che possono trasformarsi in introiti pari a 200 miliardi di lire. Nella città santa si registrano arrivi giornalieri da tutti i posti del mondo, in aereo ed in treno, in nave ed in pullman. Per la prima volta si comincia a parlare di turismo di massa.
L”Italia trasforma, lentamente, la sua economia da agricola ad industriale, tra le più potenti del mondo. Si pensi, per esempio, che nel 1951 la produzione annuale dei frigoriferi è di 18.500 unità; nel giro di sei anni è, invece di 370.000; dopo dieci anni è, addirittura di 3.200.000 apparecchi, seconda solo agli Stati Uniti ed al Giappone. In ogni casa, poi, diventano familiari i nomi delle lavatrici prodotte dalla Ignis, dalla Zanussi o dalla Candy. L”inizio del boom economico non preserva, però, il paese dal fenomeno della emigrazione interna e dal conseguente impoverimento delle campagne meridionali.
Decine di migliaia di italiani del sud, con prevalente attitudine agricola, abbandonano, infatti, la propria terra e si spostano nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova: conquistano un orario di lavoro regolamentato ed un salario sicuro. Aumentano, di converso, gli incidenti (anche mortali) sul lavoro, derivanti da una improvvisata preparazione e dall”insoluto uso delle macchine industriali.
L”avvenimento che più fa cronaca è, però, la morte del bandito Salvatore Giuliano, un criminale che è un concentrato di delinquenza comune, mafiosa e politica. Qualche anno prima (1° maggio 1947) è stato il protagonista della strage di Portella delle Ginestre, sparando contro il corteo dei contadini e degli operai riuniti per celebrare la Festa del Lavoro.
Di Giuliano si dice che sia morto in seguito ad un conflitto a fuoco con i carabinieri, ma, pare, che a sparargli nel sonno sia stato il cugino Gaspare Pisciotta, a sua volta morto misteriosamente, nel 1954, nel carcere di Palermo, mentre annuncia nuove rivelazioni, dopo aver bevuto una tazzina di caffè avvelenato.
Per mesi gli italiani sono affascinati da questa storia, fin quando non sono presi dalla tragedia che si abbatte sul Polesine. Alla fine del 1951, infatti, il fiume Po, gonfio di acque, detriti, alberi e cespugli, rompe gli argini ed inonda migliaia e migliaia di ettari di terreno. L”acqua entra nelle case e nelle stalle; annegano uomini ed animali. È una tragedia immane. Si calcolano danni per 250 miliardi di lire. L”inondazione causa 92 morti e 200.000 sfollati. Nella conta finale i polesani perdono anche 6.000 bovini, 600 cavalli, 400.000 polli, 8.500 maiali. Circa 6.000 sono le case gravemente danneggiate; 965 sono i chilometri di strada che necessitano di ricostruzione!
Ma le tragedie provocate dalle piogge non si fermano. Il dissestato sistema idrogeologico italiano più di una volta, in pochi anni, non regge alla furia degli elementi naturali. Nel 1953, un alluvione in Calabria, nella provincia di Reggio, provoca decine di morti ed ingenti danni. Alla fine del 1954, inoltre, una violenta alluvione colpisce la Campania, in particolare la provincia di Salerno: si contano 300 morti e danni per 5 miliardi di lire.
(Fonte foto: www.lelefante.it)




