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LA MEMORIA ANNACQUATA DA ISTITUZIONI SUPERFICIALI

Siamo preda di un”opera di demolizione della memoria. Vittime di negazione o revisione di quanto è servito a costruire l”identità culturale e politica del nostro popolo.

Caro Direttore,
il 1° ottobre di sessantasei anni fa –era un venerdì- fu combattuta l”ultima delle “Quattro Giornate” di Napoli. “Il 1° ottobre, sul mattino, un bersagliere percorse in bicicletta le vie della città per annunciare l”arrivo degli Alleati. Solitario, triste, lento, s”aggirava spesso accolto dall”incredulità della gente, per le vie ancora echeggianti di fragori. Col suo cappello piumato, a chi lo vide, apparve l”immagine ineffabile d”una nuova e diversa realtà”, (Giovanni Artieri, Le Quattro Giornate, Le Lettere, 2007).

Le eroiche giornate napoletane non furono, però, un episodio isolato nella lotta di resistenza ai nazisti. In molti siti della provincia napoletana e di quella casertana (ma anche in Irpinia e nel Sannio) si segnalarono atti di insurrezione da parte dei civili, che richiesero un sacrificio di vite umane. Le belve dalle croci uncinate si opposero con ferocia inaudita ad Afragola e a Nola, a Giugliano e ad Acerra ed in altri centri segnati dall”ardore della rivolta e dalla belluinità dei crucchi. In molti paesi, inoltre, i tedeschi in fuga si vendicarono degli italiani “traditori”, razziando animali, violentando donne, deportando giovani uomini, bruciando case, sparando su inermi civili. Ogni paese conserva una lapide in ricordo dei martiri innocenti a Caiazzo come a Somma Vesuviana, a Bellona come ad Orta di Atella.

Cosa rimane, oggi, di ciò che avvenne nel settembre-ottobre del 1943?
Come normalmente faccio, Direttore, in modo un po” provocatorio, ho chiesto in giro che cosa ancora evocano le “Quattro Giornate”. Gli studenti –ma anche molti quasi quarantenni- le ignorano; i più grandi d”età ricordano un film di Nanni Loy e qualcuno, addirittura, tenta una correzione dicendo che le “Quattro Giornate” sono quelle di Milano. “Ma no, forse, mi sbaglio. Quelle di Milano sono cinque:E quelle di Brescia, qualcuna in più. Non ne sono certo. Dieci?”.

Direttore, questi vuoti di memoria sono, però, riempiti da tutte le conoscenze necessarie a chiarire le vicende personali, pubbliche e private, di Elisabetta Canalis e George Clooney (foto). Sarebbe auspicabile che, almeno nelle scuole di Napoli e della Campania, in occasione di un anniversario, storicamente e simbolicamente, importante (28 settembre-1 ottobre) non diventassero stranieri i nomi di Gennaro Capuozzo (12 anni) o Filippo Illuminato (13 anni), insieme a quelli degli innumerevoli altri caduti in combattimento.

Non c”è bisogno di ruspe per cancellare il passato. Il passato lo si può cancellare con lo smantellamento della memoria, con il mancato funzionamento delle istituzioni preposte all”educazione, con la negazione (o anche con la revisione) di tutto quanto è servito a costruire l”identità, culturale e politica, di un popolo. Cerco di spiegarmi meglio, Direttore, e parto dal negazionismo-revisionismo. Ancora in riferimento alle “Quattro Giornate” mi trovavo a parlarne, qualche giorno fa, nell”ufficio di segreteria di una direzione didattica.

Un giovane collaboratore, dal nome inequivocabilmente napoletano, Gennaro, mi spezzò il ragionamento, dicendo che, come sosteneva il padre, la battaglia di sessantasei anni fa tra il popolo ed i tedeschi non c”era mai stata, era tutta un invenzione di “pochi comunisti, che, poi, allargarono, come al solito, il numero dei presunti combattenti, per garantire una pensione di guerra a quante più persone possibile”. Questi i fatti, questa la storia, questa l”interpretazione di chi artatamente tenta di eliminare ciò che è stato, insieme al come si è andata formando una comunità, alle sue regole, agli obblighi e ai diritti. E l”operazione più indolore per riuscirci è quella, appunto, di scolorire la memoria, minarla poco a poco, relegarla in un museo.

Il passo successivo risiede nel non riconoscere i sacrifici dei padri, le loro vicende, le loro sconfitte e le loro conquiste. Ripartire ogni volta garantisce il controllo del potere da parte di chi dà una nuova partenza ma non garantisce, in egual modo, di non ripetere gli errori, di non cadere nelle trame dei tradimenti, di non costruire mondi in cui gli unici vincenti sono i furbi e gli ignoranti. I primi (i furbi) perchè investono solo per se stessi, i secondi (gli ignoranti) perchè, come nel vecchio sketch di Totò, si ripetono, ogni volta, “che me ne importa, che so” Pasquale, io?”.

Sessantasei anni fa tutti davano un significato plurale alla parola libertà. Poi, forse (ma anche senza forse), il significato è diventato singolare. Si intende libertà solo ciò che ciascuno vuole fare, per se stesso e a danno di altri. In politica, sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nei condomini, nel sindacato, tra le categorie professionali e fra quelli artigianali, tra i ragazzi che giocano a pallone e tra quelli che vanno a scuola, tra i loro genitori e tra i loro professori.

Chi si aspettava, coi piedi saldi nel terzo millennio, che le istituzioni (tutte: politiche, educative e sanitarie) fossero affette dal cancro della superficialità, dell”avventurismo, della mediocrità, del commercio? Non era stato questo lo spirito delle “Quattro Giornate”. Come non era stato questo lo spirito della Resistenza, del Risorgimento e, comunque, di tutti gli uomini, che nella parabola del tempo, hanno combattuto, hanno sofferto, hanno immolato la propria vita per la Libertà.

Caro Direttore, nei fotogrammi finali del bel film di Tornatore, Baaria, il protagonista, parlando col figlio sul naufragio di alcune utopie politiche (sogni infranti, desideri irrealizzati), amaramente conclude: “Volevamo abbracciare il mondo ma avevamo braccia troppe corte”.
Direttore, ancora non mi arrendo e so che neanche tu lo fai. Non voglio rinunciare ad abbracciare il mondo (non da solo, insieme agli altri!). Mica è sempre un”utopia o un sogno da infrangere o un desiderio irrealizzabile?
(Fonte foto: Rete Internet)

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