IL BENE COMUNE, LE ISTITUZIONI E:LE COZZE

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Di bene comune non si può parlare, chi lo fa è mal visto o considerato un poco di buono, un perditempo. Eppure, le nostre cittĂ  sono rovinate proprio perchè quel bene comune viene quotidianamente ignorato.


Caro Direttore,
domenica scorsa, i maggiori quotidiani italiani hanno pubblicato una pagina, a pagamento, contenente un appello ai candidati per la segreteria nazionale del PD, a tutti gli amministratori della cosa pubblica e ai cittadini di buona volontĂ . Il cuore dell”appello si avvitava attorno ad un concetto (o a un grido di dolore) chiarissimo: “L”Italia sta soccombendo sotto la mancanza di legalitĂ  e del rispetto del bene pubblico. La questione morale si impone alle nostre coscienze”.

L”Italia sta soccombendo ma si intende che stanno soccombendo le cittĂ , i paesi, i più sperduti villaggi, ogni piccola realtĂ . Perchè trionfa l”egoismo, l”interesse, il calcolo, il vantaggio. L”altruismo, la solidarietĂ , il pensiero plurale restano ancora concetti duri da digerire. Specie dalle nostre parti, dove molti amministratori della cosa pubblica siedono sugli scranni istituzionali per discendenza familiare, per appartenenza a clan di potere, per investitura di partiti-famiglia, di partiti-fai da te, di partiti-espressione di interessi di bottega.

Se si rovista nella nomenclatura locale (cittadina, provinciale e regionale) ci sono esempi illuminanti di “rappresentanti del popolo” (è solo un eufemismo!), che hanno ricoperto e ricoprono cariche istituzionali, perchè in quel posto giĂ  c”era stato magari il nonno, perchè quel posto era stato come un appannaggio di famiglia (spesso, il mantenimento dell”appannaggio ha giustificato anche cambi repentini di magliette [credo si dica trasformismo]), perchè l”occupazione di quel posto ha rappresentato e rappresenta il voto da sciogliere in memoria di un familiare, un padrino o un compagno di infanzia (ma anche di giochi, di avventure o solo di merende).

“La corruzione nella sola pubblica amministrazione costa a ogni cittadino 1000 euro all”anno:non sono i terremoti, le alluvioni o i vulcani a uccidere i nostri concittadini, è la corruzione a farlo”. Caro Direttore, com”è mutato il significato di bene comune! E guai a parlarne! Se ti scappa, infatti, il sostantivo “bene” accompagnato dall”aggettivo “comune” è come se ti fosse scappata una bestemmia, un”eresia, una maledizione. Perchè nell”immaginario collettivo, ormai, il “bene comune” è una sorta di traduzione del “male comune” e chi si ostina a parlarne, di volta in volta, a seconda degli umori e degli interessi dell”interlocutore, è catalogato o tra gli utopisti e gli idealisti (definizione buonista) o tra gli incapaci ed i deboli da cui difendersi (definizione malista, ma di senso corrente!). Ed, allora, tutto va a rotoli.

Il territorio è continuamente sottoposto al massacro, le istituzioni vivono di ciò che invia la societĂ , i politicanti guazzano nel mare magnum della superficialitĂ , della supponenza, dell”ignoranza, dell”illegalitĂ . Non è possibile, però, che le colpe siano sempre da una sola parte. Nel 1973, quando Napoli e la Campania soffrirono dell”epidemia del colera, Eduardo De Filippo, immaginò che un tribunale avesse istruito un processo alla cozzeca (cozza, mitilo), rea di aver propagato il bacillo del morbo epidemico. Immaginò, inoltre, Eduardo, che al termine del dibattimento, chiamata a discolparsi, la cozzeca avesse risposto: “LĂ  sotto [nelle profonditĂ  del mare], presidè, pare l”inferno. Chello c”arriva, “a cozzeca se mangia. Si arriva merda, arriva dall”esterno”. Proprio come nelle istituzioni!

Eppure, Direttore, c”è tanta gente, che, in silenzio, si impegna a favore degli altri, tutela l”ambiente, fa volontariato, ma vuole stare in disparte, nascosta, perchè pensa, magari, che non sta veramente lavorando per il “bene comune” ma solo per l”affermazione di un proprio bisogno. “Guai a dire alla gente che è meglio di come è dipinta ed essa si dipinge. Che, anche se non lo vuole ammettere, se non vuole sentir parlare: contribuisce al “bene comune”. Guai. Penserebbe che la prendi in giro. Peggio: che la insulti e intendi metterla in cattiva luce” (Ilvo Diamanti, “Sillabario dei tempi tristi”, Feltrinelli, 2009).

Direttore, l”appello a cui inizialmente ho fatto riferimento si concludeva così: “se gli italiani non reagiranno, presidiando la legalitĂ  e pretendendo il cambiamento, l”Italia non si risolleverĂ ”. Io ci credo. Però, prima di salutarti, ti voglio raccontare un altro paio di cose. La prima è una storia riferitami da una mia amica preside. Mi ha detto che un genitore le ha telefonato; era agitato ed incazzato, perchè in classe del figlio c”era un”alunna araba, che indossava il velo islamico. “Vergognatevi”, ha detto il genitore alla mia amica preside, “la dovete mettere immediatamente fuori, la dovete cacciare dalla scuola. Quell”alunna è sporca, porta malattie, la sola vicinanza insudicia i nostri figli”.

La seconda cosa, invece, appartiene al mio quotidiano. Come ben sai, mi capita, spesso, di girare l”Italia, in lungo e in largo, per alcune mie attivitĂ  professionali, e –di conseguenza- di conoscere persone nuove. Sovente, all”atto delle presentazioni, mi sento ripetere come un ritornello: “Ah, Raffaele Scarpone! Uno con un nome così deve essere per forza un meridionale!”. Come se avessi un marchio d”infamia, un”etichetta, un numero sulla divisa.

Direttore, dici che i fatti ultimi non sono attinenti con la premessa? Che nonostante l”esistenza di certi individui, c”è sempre la possibilitĂ  che le cose possano cambiare (in meglio, ovviamente)? Va bene, io di te mi fido e, fiducioso, aspetto.

I GRANDI COMPITI DELLA FAMIGLIA

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È vero, l”umana societĂ  è fondata sulla famiglia però è proprio lì, in quel contesto, che nascono e maturano crisi e disagi, capaci di segnare le persone nella buona o nella cattiva sorte.
Di Silvano Forcillo

Secondo il rapporto Eures-Ansa relativo al 2009, la famiglia è l”ambito principale in cui maturano gli omicidi-suicidi: il 91,6% dei casi, a fronte dell”8,4% riferibile ad altri contesti (disagio mentale, vicinato, vendette, incidenti di moto, o auto ecc.). Così vandalismo e baby-gang diventati, ormai, problemi quotidianamente presenti nelle principali cronache nere, vedono i genitori come la causa principale di questi fenomeni. Infatti, le baby-gang sono formate, per la maggior parte dei casi, da ragazzi con una situazione, affettiva, familiare, abitativa ed economica molto difficile, nella quale, spesso sono abbandonati a loro stessi, senza nessuna guida, e senza un significativo e autorevole punto di riferimento, cui riferirsi o ispirarsi, per potere vivere al meglio la più delicata, ma importantissima tappa dello sviluppo della “Persona”: l””adolescenza”.

Non affronterò queste dolorose e preoccupanti problematiche da “esperto” nel senso comune del termine, cioè di colui che sa tutto e dispensa le giuste soluzioni, ma ne parlerò, invece, come “esperto” nel senso di colui che si è trovato ad affrontare negli anni numerose problematiche legate alla famiglia, al dolore, al pericolo e agli innumerevoli rischi che corrono oggi, più di prima, gli adolescenti.

Un”esperienza maturata nel corso di trent”anni, svolgendo l”attivitĂ  di sociologo, psicologo, psicoterapeuta e docente, come giĂ  avete avuto modo di leggere nell”intervista fattami da Luigi Pone su “ilmediano.it” e che qui ringrazio per la fiducia accordatami nel riservarmi una rubrica, che mi metta a diretto contatto con voi lettori, per condividere la forte e prepotente voglia di dare risposte concrete ai tanti problemi ancora irrisolti del mondo della famiglia, della scuola, dei giovani, delle relazioni interpersonali.

Cosa ci ha portato ad assistere impotenti e rassegnati a questi atti criminosi e a questi efferati delitti, consumati all”interno delle famiglie e, al di fuori di esse, perpetrati da giovani e adolescenti? L”avere creato una societĂ  del consumare, del fare e dell”agire, questa è sicuramente una delle principali cause che possono spiegare l”esistenza di questi aberranti fenomeni. Non vi è dubbio che l”agire, il fare, il consumare e il possedere tutto e subito, hanno preso il posto della “tristezza” e della capacitĂ  di provare sensazioni ed emozioni; con il fare, il dover fare, e il dovere produrre e consumare a tutti i costi è completamente scomparsa dal nostro cuore la “pietas”, cioè quel profondo sentimento che induce l”uomo ad amare e rispettare il prossimo.

Pertanto, il rifiuto di riconoscere e stare con la “tristezza”, si è trasformata in angoscia, solitudine e depressione e abbiamo disimparato a sentirci, a sapere stare con noi stessi e a sentire l”altro. Perciò per non sentirci e sentire abbiamo bisogno di fare, pensare, agire, divertirci, distrarci e ricercare il piacere fine a se stesso e questo, come in un vortice, senza fine ha generato ancora più disperazione, depressione e angoscia in alcuni, e cattiveria, crudeltĂ  e malvagitĂ  in altri. Dobbiamo ritornare immediatamente a riappropriarci del nostro sentirci e del “sentire“.

Bisogna riprovare dentro di noi la sensibilitĂ , il rispetto e l”attenzione per noi e per l”altro. Bisogna ritornare a parlare e comunicare “con il cuore” all”interno delle famiglie, bisogna che i genitori diventino “esperti delle emozioni” e non “dilapidatori del tempo”, e che comunichino amore, empatia, fiducia e ottimismo ai loro figli. Occorre insegnare a sentire e a condividere la “pietas”, dentro e fuori la famiglia, nella scuola, nel lavoro, dovunque vi sia la persona. Questo è il primo grande compito della famiglia, della scuola e della societĂ : promuovere e insegnare “l”alfabetizzazione emotiva“.
(Fonte foto: Rete Internet)

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GLI AFFARI DELLA POLITICA CON CAMORRA E IMPRESE

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I recenti arresti di Castellammare provano l”esattezza della teoria secondo la quale il governo di molte cittĂ  e Asl si basa sull”intreccio tra politica, affari e camorra.
Di Amato Lamberti

L”arresto, a Castellammare, del gruppo criminale che ha portato a termine, alcuni mesi fa, l”uccisione del consigliere comunale Luigi Tommasino fa capire con chiarezza le ragioni di un omicidio che molti, con troppa e sospetta fretta, avevano etichettato come omicidio eccellente perpetrato dalla camorra per abbattere un baluardo di legalitĂ . Non era la mia tesi e basterebbe rileggersi quanto ho scritto subito dopo l”episodio criminale.

Non era la mia tesi, non perchè conoscessi il consigliere Tommasino e le sue attivitĂ  “politiche”, ma perchè conosco abbastanza Castellammare e le dinamiche politico-affaristiche-camorristiche che la agitano da molti anni a questa parte, restando sotterranee solo per chi non le vuol vedere o non vuole prenderne atto. Un intreccio perverso che tiene insieme politica, affari e camorra e che ho tentato di spiegare con l”immagine della tenaglia, dove i bracci sono la politica e l”imprenditoria, con la camorra a fare da fulcro sia per lucrare direttamente che per facilitare e rendere possibili rapporti segnati da interessi non confessabili e perciò tenuti nascosti.

Una situazione che non è naturalmente specifica di Castellammare, anche se in questa cittĂ  si sono create vere e proprie tradizioni devianti e si è come solidificata una subcultura politica fatta di affari, rapporti di scambio, gestione privatistica della cosa pubblica, contro la quale la parte sana della cittĂ , che è comunque larga maggioranza, sembra avere le armi spuntate anche a causa di una rimozione costante del peso della camorra nel tessuto economico e sociale. Ma si tratta di una situazione molto più diffusa di quanto normalmente non si creda, come dimostra il fatto che ormai riguarda la maggioranza dei Comuni napoletani, e forse del Mezzogiorno, come testimoniano i tanti provvedimenti di scioglimento delle amministrazioni comunali.

A Castellammare, però, questa situazione ha una evidenza che si preferisce rimuovere piuttosto che interrogare. Quello del consigliere Tommasino è il secondo omicidio, dopo quello del consigliere Corrado, nel quale il rapporto politica e camorra sembra giocarsi sugli appalti che ruotano attorno alla sanitĂ  e all”ospedale. Proprio la sanitĂ  sembra, in Campania, il settore più permeabile alle infiltrazioni della camorra, tanto è vero che anche una ASL, la NA 4, è stata sciolta per accertato condizionamento mafioso.

Come abbiamo giĂ  avuto modo di documentare in un precedente articolo, tutti gli appalti, tutte le forniture, tutte le assunzioni, tutti gli incarichi in quella ASL vedevano la mano della camorra, sia per lucrare direttamente appalti, forniture, guardianie, sia per favorire, attraverso l”alterazione di gare e procedure, amministratori e politici conniventi, nel raggiungimento dei loro scopi affaristici e clientelari. Una situazione drammatica, verificata anche nella ASL di Locri, disciolta dopo l”assassinio del vicepresidente del Consiglio Regionale della Regione Calabria, Francesco Fortugno, che avrebbe dovuto allertare la magistratura e la politica, visto il peso che la sanitĂ  ha sul bilancio regionale e su quello nazionale chiamato a ripianare la voragine dei debiti.

Invece, tutto scorre imperterrito e impassibile, come se si trattasse di questioni locali di poco conto addebitabili all”ingordigia di alcuni soggetti da isolare e reprimere. Il fatto che sia la camorra, sparando e uccidendo, a regolare i conflitti, dimostra invece che il governo di queste situazioni è passato di mano, da quelle dello Stato a quelle della camorra. Ma tutti fanno finta di non capire.
(Fonte foto: Rete Internet)


POLITICA E CAMORRA


LA CAMORRA NELLE ASL

LA POVERTÁ ALIMENTARE. CAMPANIA E SUD PUNTE ESTREME

Tra Nord e Sud il divario emerge anche per la povertĂ  alimentare. C”è chi consuma troppo e spreca e chi muore di fame. L”esperienza di Fairtrade, marchio del Commercio Equo e Solidale.
Di don Aniello Tortora

Tre milioni di persone vivono in Italia sotto la soglia di povertĂ  alimentare. Un milione e mezzo di famiglie, ovvero il 4,4% di quelle residenti nel Paese spende per cibo e bevande una cifra inferiore a 222,29 euro. Il dato emerge dalla ricerca “La povertĂ  alimentare il Italia”, condotta dalla Fondazione per la SussidiarietĂ  in collaborazione con l”UniversitĂ  Cattolica di Milano e Bicocca e sostenuta da Banca prossima, del gruppo Intesa S. Paolo e da Nestlè. Le soglie di povertĂ  alimentari oscillano nel nord d”Italia tra i 233-252 euro al mese, nelle regioni centrali tra i 207-233 euro, mentre nel mezzogiorno tra i 196-207 euro.

In particolare gli estremi sono occupati dal Trentino Alto Adige, la regione più cara d”Italia in termini di alimenti, dove una famiglia di due componenti deve spendere almeno 252 euro al mese in cibo per mantenere una dieta adeguata e dalla Campania, dove la stessa famiglia può spendere 56 euro in meno al mese per acquistare lo stesso paniere di beni.
Come si può ben vedere da questi dati emerge sempre di più il divario Nord-Sud, anche per la povertĂ  alimentare.

Purtroppo manca la SolidarietĂ  e c”è chi consuma troppo e spreca e chi muore di fame o non ha la possibilitĂ  di vivere decentemente.
Dovremmo un po” tutti “spendere meglio” e soprattutto ri-lanciare nel nostro territorio il Commercio equo e solidale.

Fairtrade è il marchio di certificazione del Commercio Equo e Solidale gestito nel nostro Paese da Fairtrade Italia, consorzio senza scopo di lucro costituito da organismi che operano nella cooperazione internazionale, nella solidarietĂ  e nel Commercio Equo e Solidale, nato nel 1994 per diffondere nella grande distribuzione i prodotti del mercato equo.
Fairtrade Italia fa parte di Flo (Fair Trade Labelling Organisations), il coordinamento internazionale dei marchi di garanzia, insieme ad altri 21 marchi che operano in Europa, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Messico e Giappone.

In pratica, Fairtrade garantisce che i prodotti con il suo simbolo, che si possono trovare nei supermercati, siano stati lavorati senza causare sfruttamento e povertĂ  nel Sud del mondo e siano stati acquistati secondo i criteri del Commercio Equo e Solidale. Così il cioccolato, il cacao, il tè, il caffè, le banane, il succo d”arancia, il miele, il riso ma anche i palloni da calcio e presto altri nuovi prodotti, saranno più buoni sia per i consumatori che per i produttori.

Il sistema FLO – Fairtrade, attraverso 100 aziende licenziatarie, lavora nel mercato italiano con 60 gruppi di produttori di Africa, Asia e America Latina coinvolgendo circa 600.000 persone nel Sud del Mondo. Sono organizzazioni prevalentemente cooperativistiche, che si impegnano ad una gestione collettiva e democratica della loro struttura e ad impiegare parte dei ricavi in progetti di sviluppo sociale per le comunitĂ  e il territorio. Spesso il margine di guadagno Fairtrade consente loro di rendere più agevoli le vie di comunicazione, di accedere all’acqua potabile e all’energia elettrica, di costruire scuole ed ambulatori medici.

Nelle produzioni in cui non è possibile la gestione cooperativistica (come le arance, le banane o la lavorazione semindustriale dei palloni), l’inserimento di aziende nel circuito del Commercio Equo e Solidale è subordinato alla costituzione di un fondo per i lavoratori, del rispetto dei diritti sindacali, della corresponsione di un salario adeguato.
Caffè, cacao, banane, miele, succo d’arancia, ananas, mango, tè ma anche palloni, cotone prodotti senza sfruttamento dei lavoratori. Da oggi i consumatori possono contare su una vasta gamma di prodotti certificati dal marchio Fairtrade per sposare la spesa con la solidarietĂ .

Le materie prime provenienti dal Sud del mondo non rappresentano un mercato marginale: il caffè, dopo il petrolio, è il prodotto più commercializzato al mondo, quotato alla Borsa di New York dove ogni giorno si giocano i destini di milioni di piccoli produttori del Sud del mondo.
Dal 1995 sono sempre di più le famiglie che cercano il marchio di garanzia Fairtrade TransFair negli scaffali dei supermercati: è un bollino che certifica la provenienza dalle organizzazioni del Sud del mondo, iscritte ai registri di FLO. Così, il consumo dei prodotti equi certificati è passato dai 3 milioni di euro del primo anno ai 39 milioni di euro del 2007 e di pari passo sono aumentate le catene della grande distribuzione che hanno deciso di inserire le referenze equosolidali nei loro punti di vendita.

Anche negli altri Paesi in cui è presente il sistema di certificazione di FLO, l’aumento delle vendite dei prodotti equosolidali ha conosciuto una crescita media del 20% annuo, segno che sempre più consumatori chiedono un commercio rispettoso dei diritti dei lavoratori.
(Fonte foto: Rete Internet)

PADRI, COSTRUTTORI DI ALI

Restiamo anche questa settimana sul mito bellissimo e assi istruttivo del labirinto, per parlare delle nostre cittĂ  invisibili.
Di Michele Montella

Dedalo rappresenta per i Greci l’artigiano per eccellenza, colui che, con gli strumenti e con l’opera delle mani, è capace di sollevarsi al livello del divino artista. Egli ci viene rappresentato a volte come scultore, secondo Platone infatti lavorava ad Atene ed era felice della sua creativitĂ ; altre volte ci è descritto come architetto e lo troviamo condannato in esilio a Creta, in queste vesti. Fu Dedalo a costruire il labirinto, che fu pensato con lo scopo di far sopravvivere il Minotauro, ma nello stesso tempo di non lasciarlo scappare, tenendolo per sempre prigioniero.

Quando Dedalo volle aiutare Arianna a trovare il suo amato Teseo e le consigliò il famoso stratagemma del filo da srotolare, Minosse pazzo di ira lo castigò rinchiudendolo con il figlio, Icaro, nello stesso labirinto da lui architettato.
È a questo punto che il mito diventa potente poesia ad uso dei nostri giorni: Dedalo costruisce con la cera delle ali per sè e per il figlio e vola in alto verso il sole.

La narrazione ci conduce verso un importante snodo delle cittĂ  che noi costruiamo: siamo in grado di imprigionarci dentro labirinti di caos e di violenza, di illegalitĂ  e di insostenibile sviluppo, ma poi noi stessi ci accorgiamo del male fatto e ci sforziamo di trovare una strada, che per il bene delle generazioni che verranno possa essere percorsa nel bene.
I padri opprimono con gli incroci segreti del cuore i figli innocenti e i figli si chiedono le ragioni di tanto disordine. Ma i padri sono in grado di recuperare, costruendo delle ali, sforzandosi di indicare agli orientamenti dei figli cieli nuovi ed orizzonti vasti.

Tuttavia essi si scontrano con un esistenziale enigma: l’innalzamento di bastioni senza via d’uscita può essere combattuto dal tentativo leggero di indagare percorsi di luce?
Io penso di sì, anche se questo sforzo costerĂ  gravi sofferenze e la perdita di molte cose care: ma tanto è: l’arte di volare si conquista pagando un alto prezzo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA RUBRICA

BENEDETTA ALLITTERAZIONE!

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Riprende il suo corso la rubrica “Lingua in laboratorio”, curata dal prof. Giovanni Ariola, e lo fa svelando che, in fondo in fondo, alcuni fatti della politica italiana attuale sono stati trattati giĂ  duemila anni fa:

Al suo ritorno dalla Francia, dove si è recato per un ciclo di conferenze alla Sorbona sul tema di cui attualmente si sta occupando, ossia l”ambiguitĂ  del linguaggio, il prof. Carlo A. trova all”Istituto una sorpresa che è spiacevole e gradita insieme. La biblioteca è stata chiusa e lo resterĂ  per un tempo imprecisato per permettere lavori di ristrutturazione e ammodernamento. Gran parte dei libri sono stati ammassati in grossi container collocati nella corte interna dell”edificio, rigorosamente chiusi e ai quali è vietato accedere. Davvero pochi i testi lasciati nell”unica sala aperta al pubblico per la sola consultazione.

Questo il lato spiacevole della faccenda. In compenso il prof. viene a sapere che per l”ammodernamento della biblioteca è stata accolta una sua proposta elaborata qualche anno addietro e finora accantonata. L”idea centrale sulla quale la proposta è strutturata è quella di permettere all”utenza un accesso quanto più possibile diretto ai libri, limitando la lungaggine burocratica della richiesta allo sportello e l”attesa snervante dell”impiegato addetto che è andato a prelevare il libro in chissĂ  quale remoto scaffale. Insomma consentire all”utente di girare tra gli scaffali come tra i banchi di un supermercato, e prelevare il libro che gli interessa, di darci un”occhiata e quindi decidere se portarselo in sala lettura per poterlo leggere.

Un criterio di utilizzazione dei testi della biblioteca che si può definire “fai da te”, che attualmente stanno adottando le grandi librerie.
Intorno a questa nuova impostazione funzionale, la proposta del prof. Carlo prevede anche la fornitura all”utenza sia di un servizio Internet come ulteriore strumento di informazione rispetto alle fonti tradizionali, sia l”installazione di postazioni di ascolto di musica e di visione di film e documentari, sia infine una sala di lettura organizzata a scaffale aperto suddivisa al suo interno in una sezione per bambini delle elementari e in un”altra per studenti delle medie inferiori e superiori.

A informarlo di queste novitĂ  è il prof. Eligio Ligio, che non manca di esprimere le sue perplessitĂ  circa tutte queste innovazioni che non servono, secondo lui, a resuscitare (sic!) la volontĂ  di leggere e di studiare quando essa è affatto scomparsa.
– Ne ho visto tanti di questi interventi innovativi che finiscono per essere solo dei cambiamenti di facciata; spesso i risultati ottenuti sul piano sostanziale non si traducono in un effettivo miglioramento e un innalzamento della cultura.

– Non ti sapevo misoneista: – sorride il prof. Carlo e intanto sbircia il libro che il collega ha tra le mani e, una volta lettone il titolo (“La vecchiezza” di Cicerone), il suo sorriso si colora di affettuosa, bonaria ironia – Vedo che ti prepari all”ingresso nella terza etĂ :
– Se fossi saggio, lo farei:ricordando le parole di Montesquieu:: “Mi restano soltanto due faccende da sbrigare; la prima, di saper essere malato, la seconda, di saper morire”. Il motivo per cui ho tirato fuori dalla mia libreria questo aureo libretto è più contingente e forse banale.
Tutto questo gran parlare che si sta facendo oggi a proposito di escort, mi ha richiamato alla mente la parola latina “scortum che, come ben sai, significa “pelle”, “cuoio”, ma anche “prostituta”, “cortigiana” e così mi sono ricordato dei due passi di quest”opera ciceroniana in cui essa compare. Te li voglio leggere.

“Invitus feci ut fortissimi viri T. Flaminini fratrem, L. Flamininum, e senatu eicerem:sed notandam putavi libidinem. Ille enim, cum esset consul in Gallia, exoratus in convivio a scorto est ut securi feriret aliquem eorum qui in vinculis essent,:..; mihi vero et Flacco neutiquam probari potuti tam flagitiosa et tam perdita libido, quae cum probo privato coniungeret imperi dedecus.”(XII,42)

(“A malincuore mi sono deciso a espellere dal senato Lucio Flaminino, fratello del valorosissimo Tito Flaminino:ma ho pensato di dover marchiare la sua dissolutezza. Egli infatti, quando era console, in Gallia, fu dalle preghiere di una meretrice indotto a decapitare di sua mano uno di quelli che erano in carcere:.; ma io e Flacco non potevamo certo approvare una così funesta e perduta libidine, la quale aggiungeva all”ignominia privata l”offesa alla dignitĂ  della carica.”, trad. di Carlo Saggio).

L”altro brano contiene una considerazione di carattere generale:
“Atque eos omnis quos commemoravi his studiis flagrantis senes vidimus:Quae sunt igitur epularum aut ludorum aut scortorum voluptates cum his voluptatibus comparandae? Atque haec quidem studia doctrinae; quae quidem prudentibus et bene institutes partier cum aetate crescent:” (XIV,50) (“E tutti questi che ho ricordato, li abbiamo visti, vecchi, darsi con fervore a tali studi:Quali piaceri, dunque, o di banchetti o di giochi o di cortigiane, sono paragonabili con questi piaceri? E questi appunto sono gli studi che danno il sapere; e per chi ha senno e una buona formazione, crescono insieme con gli anni:”, trad. di Carlo Saggio).

– A parte l”attualitĂ  impressionante di queste parole scritte più di duemila anni fa, pensi che ci sia una relazione anche prettamente linguistica tra la parola latina e quella inglese?
– Penso proprio di no. Si tratta, come tu stesso vedi, di una semplice allitterazione dei due significanti e solo casualmente c”è una coincidenza semantica..
– E però sia benedetta questa allitterazione che ti ha permesso di rispolverare questi grani di saggezza antica!
(Fonte foto: www.nonsoloaffari.com)

PILLOLE DI “900. LA DC LITIGA MA VINCE. LA SINISTRA NON CONVINCE

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Tra il 1947 e il 1956 la politica italiana è in gran fermento. Il nuovo capo dello Stato è Giovanni Gronchi. Togliatti inaugura “la via italiana al socialismo”. Napoli intanto subisce uno scempio edilizio.
Di Ciro Raia

Scoppiano gravi tumulti a Trieste. La cittĂ  veneta soffre ancora del trattato di pace del 10 febbraio 1947, che aveva stabilito la creazione del Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone: la zona A (sotto il governo alleato) e la zona B (sotto gli iugoslavi). Il sogno dei triestini è, però, ritornare stabilmente all”Italia. Così, il gioco dei veti politici incrociati provoca spesso frizioni e sfocia, nel mese di novembre del 1953, in tumulti di piazza con morti, feriti ed arresti. Solo nel 1954, però, Trieste, col trattato di Londra, è restituita all”Italia. A suggello dell”annessione, il presidente della Repubblica, Einaudi, decora la bandiera della cittĂ  con la medaglia d”oro.

Il mondo della politica, intanto, è in grande fermento. Il 29 aprile 1955 è eletto il nuovo capo dello Stato, Giovanni Gronchi. Per lui votano una parte dei democristiani, i socialisti, i comunisti ed i monarchici. Il nuovo presidente è definito un “democristiano” di sinistra e fa ben sperare per una riapertura del dialogo con le forze di sinistra. Gronchi, in ogni caso, è votato in alternativa al candidato ufficiale della DC, Cesare Merzagora.

Il governo Scelba, intanto, per contrasti interni alla DC ed al PLI, è costretto a dimettersi; nuovo capo dell”esecutivo è nominato il democristiano Antonio Segni, che dura in carica due anni. Quindi, dopo un breve governo presieduto dal democristano Adone Zoli, riceve l”investitura di primo ministro il segretario della DC, Amintore Fanfani, che si propone una politica di apertura al PSI ed un piano di riforme sociali riguardanti la scuola, l”edilizia popolare e l”agricoltura. I propositi di Fanfani si arenano, però,in pochi mesi: all”inizio del 1959, infatti, per l”avversione della destra democristiana al progetto di apertura al PSI, l”esecutivo ritorna in crisi. E mentre a capo del governo riapproda Antonio Segni, alla segreteria della DC è nominato Aldo Moro.

Il 1956, intanto, si è aperto con la denuncia dei crimini di Stalin, che mettono in difficoltĂ  la leadership italiana di Togliatti. Il capo del PCI, però, accetta la cosiddetta destalinizzazione e lancia la prospettiva di “una via italiana al socialismo”. Su queste premesse vince l”VIII Congresso del partito comunista italiano, che apre le porte del Comitato Centrale ai giovani Luciano Lama, Nilde Jotti, Alessandro Natta, Giorgio Napolitano. I socialisti di Nenni non condividono, però, la strategia di Togliatti, ne prendono le distanze e guardano con simpatia ad un progetto di riunificazione con gli uomini di Saragat.

Le elezioni amministrative dello stesso anno 1956, in ogni caso, non sembrano tener conto di questi sconvolgimenti nei vertici e confermano la forza della DC ed un”avanzata delle sinistre. Ad eccezione del sud, dove, invece, si formano molte giunte di destra. Anzi, a Napoli, c”è la vittoria schiacciante di Achille Lauro, un armatore monarchico, che rivince la corsa alla poltrona di sindaco -grazie ad una campagna elettorale con grande sperpero di denaro- e consente che si metta mano ad uno scempio edilizio, che passa sotto il nome di “sacco di Napoli”.

Quando, poi, nel 1957, arrivano gli echi dell”occupazione dell”Ungheria da parte dell”URSS, molti intellettuali lasciano il partito comunista. Giorgio Amendola, responsabile dell”organizzazione comunista, sostiene che oltre 200.000 iscritti al PCI non rinnovano la tessera.

(Foto: fotogramma del film “Mani sulla cittĂ ”, di F. Rosi)

COME SI VIVEVA A NAPOLI

LE INNOVAZIONI NELLA SCUOLA COI GABINETTI OTTURATI

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La Gelmini annuncia innovazioni, e a noi sembra di sentire Gaber: “La tecnologia ci porterĂ  lontano, ma non c”è più nessuno che sappia l”italiano, c”è di buono che la Scuola si aggiorna con urgenza e con tutti i nuovi quiz, ci garantisce l”ignoranza”.


Caro Direttore,
una nuova campagna soporifera è in partenza per i lidi scolastici e per gli allocchi di turno. Il ministro della pubblica istruzione (sic!) annuncia l”invio, ad oltre 3.700 istituti, di circa diecimila Lim (lavagne interattive multimediali, complete di pc e videoproiettore). Una vera rivoluzione, che colloca la scuola italiana ai primi posti tra le istituzioni all”avanguardia tecnologica. Pensa che una Lim (il costo è di circa 1.500 euro a cui bisogna aggiungere quello del computer e del proiettore) consente di stampare, salvare, spedire per posta elettronica, pubblicare su Web tutto ciò che su di essa viene visualizzato.

E, poi, vuoi mettere il grande risparmio che ogni scuola realizzerĂ ? Pensa, Direttore, non bisognerĂ  più comprare i gessetti e tanto meno i cassini, quei vecchi rotoli di cimosa, che qualche attempato professore usava lanciare anche ai suoi studenti, per richiamarne l”attenzione!
Peccato, però, che questa annunciata innovazione mediatica plani in istituzioni (statali) ormai agonizzanti. Se l”esempio non fosse irriverente, mi verrebbe di paragonare le scuole (statali) italiane ad un malato terminale, tenuto in vita da innumerevoli macchine: in un corpo devastato da un male incurabile, decine di sondini, monitor e respiratori diventano il vanto della terapia intensiva, ma il malato, intanto, muore!

Direttore, come sai meglio di me, le scuole (statali) italiane non hanno soldi per supplenze: va bene, si dividono le classi. Le scuole (statali) italiane non hanno soldi per tamponare i vuoti nell”orario, causati dai dissennati tagli ministeriali, per l”insegnamento dell”inglese o delle attivitĂ  alternative per chi non si avvale della religione cattolica: va bene, si trovano modalitĂ  interne, incentivabili (con quali soldi?), per la sostituzione (in quali spazi e con quali tempi? Non si sa bene.). Ma le scuole (statali) italiane non hanno fondi per l”acquisto della carta igienica, per i lavori di piccola manutenzione, per i cessi otturati, i vetri rotti, le suppellettili con i chiodi da fuori, le pareti scrostate e via discorrendo! E che fa?

In cambio posseggono le Lim, accedono in tempo reale alla piattaforma ministeriale, usufruiscono di tutti i servizi connessi alla tecnologia, quando funzionano –ovviamente- e quando non si è persa (o dimenticata) la password.
Caro Direttore, restando nel mondo della scuola, ha fatto un certo scalpore la notizia della manipolazione informatica (provveditorato agli studi di Napoli) delle graduatorie di aspiranti a supplenze. Dopo l”indagine della Guardia di Finanza e la sospensione dagli incarichi dei presunti colpevoli (o presunti innocenti, fino a prova contraria), c”è stata una bella dichiarazione del dirigente dell”ufficio scolastico regionale, il dottor Alberto Bottino, che ha aperto il cuore alla speranza (o alla palingenesi dei costumi?).

Egli, infatti, ha detto (più o meno) che coloro che si sono avvalsi dell”imbroglio vanno immediatamente esclusi, oltre che per il reato in sè, perchè la scuola è una comunitĂ  in cui i protagonisti devono essere garanti di serietĂ , di legalitĂ  e di trasparenza.
Direttore, ti ricordi il film “Aprile” (1998) in cui Moretti, attore, (oltre che regista), rivolgendosi a D”Alema –destinatario di un attaccato da parte di Berlusconi in una trasmissione televisiva sulla giustizia- lo supplicava: “dì qualcosa di sinistra, di qualcosa:D”Alema, di qualcosa di civiltĂ ”? Bene. Similarmente si potrebbe dire: “Bottino, dì qualcosa (di sinistra, assolutamente no) di convincente, di civiltĂ ”. La manipolazione delle graduatorie, infatti, si inserisce in un sistema più ampio di corruzione.

Anche le raccomandazioni, per esempio, sono una forma di corruzione. A meno che siano raccomandati (nel senso di garantiti) i veramente meritevoli. Ed, invece, specie nella scuola delle nostre parti, il più delle volte sono premiati (è un eufemismo) alunni-bidelli-insegnanti-dirigenti-funzionari, spesso, immeritevoli e gratificati solo per chiara appartenenza (politica, sindacale, sentimentale, settaria). Più che per le graduatorie, grazie al sistema dell”appartenenza, si scalano vette impensabili da parte di emeriti ignoranti. E, poi, si dice che le cose vanno male, che bisogna premiare il merito e gratificare i meritori. Ed altre cazzate simili.

Caro Direttore, bisogna avere il coraggio (e la determinazione) di voler uscire dalle ambiguitĂ  delle linee di confine, dal bordeline. Ricordi la riflessione su “voto utile” e “voto inutile” di qualche mese fa? Con la stessa forza e con la stessa rabbia mi domando e domando: quale è il confine tra la legalitĂ  e l”illegalitĂ , tra il male minore ed il bene (minore o maggiore?), tra la rassegnazione e la connivenza? BisognerĂ , pure, che qualcuno se ne assuma una piccola responsabilitĂ  di quello che accade. Non è possibile che tutto si fa, per scegliere la soluzione migliore (sempre dal proprio punto di vista). Nè si può continuare a vivere nell”improbabile convinzione che a sbagliare siano sempre e soltanto gli altri.

Un uomo politico, che non è assolutamente il mio ideale nè rappresenta i miei valori, ha scritto: “Non c”è da farsi grandi illusioni: il carattere (politico) italiano corrisponde troppo spesso ai luoghi comuni e ai pregiudizi che percorrono tutta la storia dell”italianitĂ . Presi uno per uno siamo un grande popolo di poeti e di scienziati nonchè di navigatori e anche di grandi politici, tutti insieme passiamo invece per vili e imbelli, approssimativi e infidi, traditori e voltagabbana, corrotti e corruttori. E anche se non è vero, ci immaginiamo come un popolo sempre in balia dei conquistatori, dei condottieri e dei dittatori. E ci piace sentirci esterofili perchè abituati a lasciarsi sottomettere dallo straniero pur di non darla vinta al conterraneo”. (Francesco Cossiga con Pasquale Chessa, “Italiani sono sempre gli altri”, Mondadori, 2007).

Direttore, il picconatore fa il picconatore, il furbo fa il furbo. Ma il fesso (una persona intesa, oggi, come educata, perbene, con valori, con cultura, con principi, con coerenza e dignitĂ ) mica è detto che debba fare sempre il fesso (una persona, intesa, oggi, dai cosiddetti furbi, fuori da ogni realtĂ )?
(Fonte foto: Ansa. Docenti in mutande che protestano contro i tagli.)

I PAESI VESUVIANI A RISCHIO COME SARNO E MESSINA

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La Campania ha giĂ  vissuto il disastro di Messina, ma il passato non insegna nulla. Nei paesi vesuviani, ad esempio, lo scempio del territorio è la regola. Il campanello d”allarme di via Zabatta.
Di Amato Lamberti

Il disastro di Messina, con i suoi morti, i fiumi di fango che hanno cancellato strade, case, palazzi, i crolli e gli smottamenti dei costoni, era largamente prevedibile come tutti i disastri idrogeologici. Non si può trincerarsi dietro l”imprevedibilitĂ  delle le piogge troppo abbondanti. Responsabili sono gli uomini che hanno violentato scriteriatamente il territorio con costruzioni abusive ma anche con l”incuria, la mancata regimentazione delle acque, il consumo speculativo dei costoni senza nessuna attenzione ai possibili rischi di smottamenti e di frane.

In Campania lo sappiamo bene perchè disastri anche di maggiori dimensioni li abbiamo dovuti registrare a Sarno, a Quindici, a Bracigliano, tanto per ricordare solo gli episodi più catastrofici che hanno talmente ferito il territorio che ad ogni pioggia scrosciante si ripete l”allarme inondazione e frane da parte della Protezione civile. In pratica, alcuni territori sono diventati a rischio idrogeologico permanente perchè lo scempio del territorio è praticamente irreparabile a meno di non voler pensare di spostare la popolazione, abbattere tutte le costruzioni costruite in zone a rischio, rimettere mano alla bonifica idrogeologica del territorio. Nessun amministratore pensa neppure lontanamente di proporre una simile soluzione.

Ci si limita a tentare di mettere in sicurezza il territorio con opere di contenimento, canali di scolo delle acque, interventi sulle fondamenta dei palazzi, sapendo bene che eventi di grande intensitĂ  potrebbero mostrare l”insufficienza di questi interventi tampone. E si continua tranquillamente a costruire, come avviene in tutti i paesi vesuviani dove anche i canali di scorrimento naturale delle acque sono stati trasformati, quando va bene, in strade, se non in lottizzazioni anche di edilizia popolare. Anche a Quindici avevano costruito nell”alveo che permetteva alle acque piovane di defluire a valle: una pioggia più forte del solito lo ha trasformato in un torrente impetuoso che ha spazzato via i palazzi costruiti senza criterio, provocando, purtroppo, anche numerose vittime.

A Somma Vesuviana, a Terzigno, a Boscoreale, ad Ottaviano, a S.Giuseppe, a S.Gennaro, ma potremmo continuare facendo l”elenco di tutti i Comuni del Vesuviano, compresi quelli costieri, come Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata, trasformare gli alvei di scorrimento naturale delle acque piovane in strade e costruirci dentro è la regola, anche perchè si trattava di terreni demaniali -e, quindi, di nessuno- divorati dalla speculazione edilizia e dalla totale disattenzione delle amministrazioni. Ma non mancano i casi ancora più assurdi di interventi delle amministrazioni locali che, per risolvere problemi di viabilitĂ  e di movimento, hanno pensato bene di trasformare i letti di torrenti in strade, dando anche la stura ad operazioni di abusivismo edilizio selvaggio.

Se abitassi in questi paesi non dormirei sonni tranquilli, specialmente quando la pioggia cade a dirotto e via Zabatta (foto) si trasforma in un fiume di acqua, terra vulcanica e fango. Mi meraviglia anzi il fatto che i cittadini si lamentano del fatto che il fango non venga prontamente rimosso perchè crea intralci alla circolazione automobilistica ma nessuno si pone il problema che le stesse acque, in situazioni di precipitazioni eccezionali, si potrebbero portare via le strade e le case.

Quei rivoli di fango che scendono dal Vesuvio e rendono spesso impraticabili le strade non sono mai avvertiti come il segnale di una situazione idrogeologica che necessiterebbe di essere attentamente monitorata. E tutti, cittadini a amministratori, continuano a dormire sonni tranquilli, come se il problema non li riguardasse direttamente.
(Fonte foto: www.panoramio.com)

QUELLA MERCE REDDITIZIA E PREZIOSA DELL’ACQUA

Controllo e gestione delle risorse idriche da parte dei privati sono i capisaldi di una legge che riduce l”acqua da bene prezioso a merce. A danno di utenti e disagiati.
Di don Aniello Tortora

L”acqua è un elemento essenziale per la vita dell”uomo e di tutti gli uomini. Così recita il primo versetto della Genesi: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l”abisso e lo spirito aleggiava sulle acque”. Per la Bibbia Dio crea ciò che sta in principio: terra informe e deserta, cielo e acqua. Anche in altre culture e religioni l”acqua sta all”inizio. Nella lingua sumera “a” significa sia “acqua” che “generazione”.

In Cina l”acqua sta all”origine del caos da cui è generato l”universo. Per gli Indù, il Gange è una dea, mentre per molte religioni afroamericane molte divinitĂ  sono acquatiche. Nello scintoismo giapponese l”acqua viene usata per i riti di purificazione di persone o luoghi. Anche nell”Islam e nell”Ebraismo l”acqua viene usata nelle abluzioni rituali e per il cristianesimo è simbolo di purificazione e benedizione di Dio.
In fondo possiamo dire che in quasi tutte le religioni l”acqua è collegata con la vita stessa. L”acqua, dunque, oltre a rappresentare un valore simbolico per tante culture e religioni, è soprattutto un bene primario fondamentale e irrinunciabile per la sopravvivenza.

Ma bisogna dire che, purtroppo, tante popolazioni sempre più numerose, a causa di problemi complessi dovuti ad ecosistemi messi ogni giorno di più a dura prova, rischiano di non accedere a questo bene preziosissimo per la vita. Come per altri beni, anche per l”acqua esistono disuguaglianze e ingiustizie enormi nel mondo. C”è da denunciare che solo una decina di Paesi raccolgono il grosso della disponibilitĂ  idrica planetaria. Valga qui un esempio per tutti: mediamente una persona avrebbe bisogno di 50 litri di acqua al giorno, ma un abitante degli Stati Uniti ne consuma 425, un italiano 237, mentre un cittadino del Mali o del Madagascar arriva a mala pena a 10.

Attualmente 1,4 miliardi di persone vivono in una situazione critica per quanto riguarda l”accesso all”acqua potabile, mentre altri 2 miliardi sono al limite della sufficienza. A ciò si aggiunge che 2,4 miliardi di persone non ha accesso a nessun tipo di intervento in ambito di sanitĂ  essenziale e che circa 5 milioni di persone –soprattutto bambini con meno di 5 anni –muoiono ogni anno a causa di queste mancanze. Più colpite, ovviamente, le popolazioni dei Paesi in via di Sviluppo, dove persistono condizioni di estrema povertĂ  con grosse difficoltĂ  di accesso all”acqua.

Il problema dell”acqua per tutti non riguarda solo la scarsitĂ  di risorse idriche. Interessi, speculazioni, sperequazioni stanno spesso dietro alla mancanza di accesso all”acqua o alla cattiva gestione di questo bene. Tante malattie potrebbero essere evitate se venisse fornito un accesso su vasta scala ad acqua sicura e a servizi sanitari adeguati. Secondo la Dichiarazione del Millennio dell”Assemblea generale dell”ONU bisognava “dimezzare entro il 2015 il numero delle persone che non hanno accesso a una fonte d”acqua potabile e a servizi igienici adeguati”.

Oggi -è necessario denunciare– la situazione è peggiorata: nelle logiche di mercato l”acqua ha perso via via la sua connotazione di bene primario e fondamentale per essere considerata alla stregua di una merce preziosa e redditizia.
A volte mi chiedo a cosa servono i G8 o i G 20, così tanto “spettacolarizzati”!
Privatizzazioni, inquinamento dell”acqua e dell”ambiente, industrie e agricoltura intensiva (vedi inquinamento del fiume Sarno), moltiplicazione delle dighe, aumento del consumo domestico: tutti fattori che hanno ripercussioni sull”ambiente ( vedi frane a Quindici, Bracigliano e Sarno, la recentissima alluvione a Messina) e aggravano i problemi idrici in molte parti del mondo.

GiĂ  dieci anni fa le Nazioni Unite avevano lanciato l”allarme: se il secolo XX è stato quello delle guerre per l” “oro nero” (il petrolio), il secolo XXI sarĂ  il secolo delle guerre per l” “oro blu” (l”acqua). Si calcola che attualmente, nel mondo, siano in corso una cinquantina di conflitti per il controllo dell”acqua.

In Italia (anche nel nostro territorio) molti comitati (insieme alla Chiesa) si sono mobilitati per contrastare in particolare la legge 133, approvata in sordina nel Parlamento con l”appoggio dell”opposizione, il 6 agosto 2008. L”articolo 23bis del decreto Tremonti I 12 stabilisce “il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di societĂ  in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica”.
In sostanza il decreto obbliga i comuni a mettere all”asta la gestione delle loro reti idriche e a ridurre la quota del pubblico nella gestione dell”acqua al 30% entro il 2012, spalancando di fatto la strada alla privatizzazione dell”acqua.

Molti comitati sono sorti in tutta la Campania, sostenuti dalla Chiesa, per affermare il principio etico che l”acqua non può essere ridotta a merce.
Ormai in quasi tutti i nostri comuni l”acqua è stata privatizzata. Mi chiedo: questo immenso bene, di tutti e per tutti, così fondamentale per la vita, perchè deve essere “gestito” solo da “qualcuno”?

Stando in mano a privati, i quali ovviamente perseguiranno la massimizzazione del profitto, quali e quanti danni cadranno sulle spalle dei comuni cittadini in termini di aumento delle tariffe?
Ci sarĂ  l”attenzione ai poveri, cioè a quelle famiglie meno abbienti che non possono pagare questo bene essenziale per la vita?
Come mai ci hanno indotto tutti a comprare le acque minerali, gestite dalle multinazionali, facendoci credere che l”acqua dei rubinetti delle nostre case è inquinata e non è potabile?
(Fonte foto: www.agneseginocchio.it)